‘The Batman’: perché sì, perché no | Rolling Stone Italia
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‘The Batman’: perché sì, perché no

La scelta (giustissima) di Robert Pattinson, il cast (indovinatissimo) a partire dalla Catwoman di Zoë Kravitz, la regia (solennissima) di Matt Reeves. Ma anche la durata eccessiva. Tutto quello che c’è da sapere sulla mitologia ‘reloaded’ dell’Uomo Pipistrello

Robert Pattinson e Zoë Kravitz in ‘The Batman’ di Matt Reeves

Foto: Warner Bros. Pictures/™ & © DC Comics

Perché sì: Robert Pattinson e la dimensione emo

Robert Pattinson è Bruce Wayne/Batman. Foto: Warner Bros. Pictures/™ & © DC Comics

Se dovessimo riassumere The Batman in cinque parole (e con una battuta, of course), sarebbero: “Batman emo amico delle guardie”. Scherzi a parte, spieghiamo punto per punto, a partire dall’inizio. Serpeggiava qualche dubbio tra i fedelissimi dell’Uomo Pipistrello sul casting di Robert Pattinson. E invece l’attore inglese si rivela una scelta assolutamente ispirata per la direzione presa dal regista Matt Reeves. Perché qui siamo fuori dalla declinazione grunge di Nolan e dentro a una nuova dimensione: quello di Pattinson è un Batman in progress e – appunto – “emo”. È soltanto al suo secondo anno di lotta al crimine, soffre ancora di disturbo da stress post-traumatico per la morte dei genitori (una ferita apertissima), è ossessionato dalla vendetta. Più che il supereroe, Pattinson interpreta il ragazzo torturato che c’è dentro il costume, con il ciuffo un po’ asimmetrico e gli occhi truccati di nero, e diventa quasi un adolescente petulante quando il fedele maggiordomo Alfred lo rimprovera. Il mood spigoloso della star funziona benissimo per questa incarnazione più millenial, lunatica, incazzata e instabile dell’Uomo Pipistrello. Da Twilight in poi, l’attore britannico si è specializzato nel ritrarre anime disadattate. E riesce a dare il perfetto sottofondo di pathos e vulnerabilità per questa interpretazione blues del personaggio. Il Batman di Pattinson funziona perché è uno stato d’animo.

Perché sì: La regia di Matt Reeves e la creazione di una nuova mitologia

“Amico delle guardie”, dicevamo. Il film è un ritorno alle origini, una deviazione, un prequel che esce dal canone. E rivendica un pezzo spesso accantonato del passato fondamentale di Batman come investigatore del crepuscolo. Se infatti Burton, Nolan & C. si sono ispirati in qualche modo al seminalissimo Ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller, per Matt Reeves la base è un altro fumetto di Miller: Year One, una versione noir di Gotham sul supereroe che torna indietro ai primi giorni in cui il commissario Gordon si unisce alle forze di polizia e Bruce Wayne decide di travestirsi ogni notte per sorvegliare e punire. E così Reeves, che è un ottimo regista di genere (Cloverfield, il reboot del Pianeta delle scimmie e la versione USA dell’horror Lasciami entrare), trova una base solida su cui costruire una nuova dimensione per riportare tutto alle radici della narrativa pulp. Oltre al fumetto anni ’80, nella sua direzione solidissima, solenne e piena di cupe intuizioni c’è il debito nei confronti dei noir francesi, di Chinatown, di Scorsese (Taxi Driver, vedi Joker), della New Hollywood e in generale dell’antieroe Seventies; ma c’è pure qualcosa di molto fincheriano, à la Seven o Zodiac, nella caccia al serial killer sociopatico e barocco. E non solo nella storia. La mitologia di Reeves è molto meno supereroistica e molto più terrena, fatta di protagonisti devastati dai traumi del passato, di una Gotham marcia, di poliziotti corrotti o, alla meglio, ossessionati. È tutto più vicino, più relatable. E, pure nel solco delle interpretazioni precedenti, ne trova una tutta sua, decisamente più a fuoco con la contemporaneità.

Perché no: Il prendersi (un po’ troppo) sul serio

Va bene: è Batman. E l’immaginario creato da Bob Kane ci ha abituati a un epos che anche questa volta non manca, ed è giustificatissimo. Quello che non sempre è giustificato, se mai, è il prendersi così sul serio (altro elemento che nell’universo dell’Uomo Pipistrello non è mai stato assente) a fronte di un impianto narrativo e psicologico meno complesso di quanto voglia far credere. Non siamo, per capirci, dalle parti del tormento à la Joker, anche se il debito con il film che ha dato l’Oscar a Joaquin Phoenix è decisamente evidente. Ma né l’eterno orfano Bruce Wayne né l’Enigmista di Paul Dano (vedi anche più avanti), che condivide con l’eroe protagonista un passato di abbandono e solitudine, hanno uno spessore al di là della loro caratterizzazione data per scontata (e già piuttosto risaputa). E anche la narrazione in sé – che ruota attorno ai quesiti “facili facili” dell’Enigmista stesso – sembra più quella di un’avventura standard che il pretesto per il detour filosofico-psicanalitico che avevano scelto (e indovinato) Christopher Nolan e Todd Phillips, seppur quest’ultimo “in assenza” di Batman. A volte verrebbe quasi da dire: a’ Bruce, e fatte ‘na risata!

Perché sì: Il cast, con menzione speciale per la Catwoman di Zoë Kravitz

Zoë Kravitz alias Selina Kyle/Catwoman. Foto: Warner Bros. Pictures/™ & © DC Comics

Finalmente una Catwoman degna di ricevere il testimone dalla divina Michelle Pfeiffer, icona indimenticata di Batman – Il ritorno di Tim Burton (1992). Lasciamo perdere lo scult del 2004 starring Halle Berry; e pure l’interpretazione che ne ha dato la sbagliatissima Anne Hathaway, probabilmente la scelta più incomprensibile di tutta la trilogia di Nolan. Zoë Kravitz è perfetta: felina, ferina, sensuale, ma anche giustamente aggiornata all’empowerment corrente. È a tutti gli effetti una co-protagonista, non una co-conduttrice in stile Sanremo; ed è, anzi, un personaggio probabilmente più complesso e sfumato dello stesso Bruce Wayne/Batman. Il resto del cast è la prova che non esistono piccoli ruoli, ma solo piccoli attori: e qui di piccolo non c’è nessuno. È eccellente come sempre John Turturro, alias il mafioso Carmine Falcone, sono impeccabili il maggiordomo di Andy Serkis e il Jim Gordon interpretato dalla certezza Jeffrey Wright, è empaticamente notevolissimo il procuratore distrettuale cui dà il volto Peter Sarsgaard. E si staglia su tutti l’Enigmista di Paul Dano, che si svela a poco a poco in tutti i sensi, fino a rivelare una natura che si discosta da quella dei classici villain della saga, a cominciare dal pur amatissimo Joker di Heath Ledger. Quello per ora meno a fuoco resta il Pinguino di Colin Farrell: gigionissimo e sepolto da chili di protesi e make-up, per ora pare solo una macchietta, per quanto riuscita. Si aspetta la serie in solitaria già annunciata.

Perché sì: La musica di Michael Giacchino

Something in the Way dei Nirvana, iconica traccia conclusiva di Nevermind, è un po’ il brano-tema del Batman pattinsoniano. Michael Giacchino (già collaboratore di Reeves e compositore per Lost, Fringe, Gli Incredibili, Ratatouille, Up, Rogue One, Spider-Man: No Way Home) ne ha fatto una versione riveduta e corretta per il film, aggiungendo pianoforte e archi, ma mantenendo la voce e parte della chitarra originale. Il testo dark e malinconico centra perfettamente il Bruce Wayne torturato e in contrasto con i suoi stessi demoni. Poi c’è l’Ave Maria di Schubert su un paio di scene esplosive (no spoiler). Il resto del presentissimo (troppo?) score è cupo, minaccioso, straziante. Dà voce alla rabbia che ribolle sotto il costume e racconta di una Gotham senza speranza, esplicitando anche l’atmosfera da noir e thriller psicologico del film. Insomma, la compenetrazione è perfetta, ma non addormentatevi con i brani di The Batman. A meno che non vogliate incubi assicurati.

Perché no: La durata monstre

Sì, l’abbiamo capito (e lo dice anche Variety): i film oggigiorno son tutti lunghi, anzi lunghissimi. Soprattutto i blockbuster/cinecomic. Reduci dall’ultimo Spider-Man sbancatutto, che durava due ore e mezza buone, qui arriviamo alle tre ore piene, compresi i titoli di coda (un consiglio: non fermatevi per le sequenze post-credits). E questo è davvero il limite maggiore di The Batman: a fronte di sequenze magnifiche, sia narrative che action, a volte il ritmo cede, soffre, arranca, sfinito da un minutaggio davvero eccessivo rispetto alla storia raccontata. E il finale “politico”, che dovrebbe essere un lampo spaventoso (considerata anche la situazione internazionale che stiamo vivendo), è invece anch’esso sommerso (letteralmente) da una lungaggine davvero ingiustificata. Un messaggio in stile Enigmista a registi, produttori, e soprattutto montatori: anche (più) corto è bello – e no, non è un indovinello a tema anatomico.