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‘Tenet’ soddisferà tutte le vostre aspettative, ma probabilmente non andrà oltre

Christopher Nolan piega lo spy thriller alle sue ossessioni, una su tutte: il tempo. L’uomo in grado di manipolarlo riuscirà a riportare il cinema all’era pre-Covid?

John David Washington ed Elizabeth Debicki in 'Tenet'

Altissimo, bondissimo, nolanianissimo. Experience che più da grande schermo non si può e che, per consentirci di vivere appieno, a causa della pandemia, è stato tutto un tira e molla di esce-non esce. Bene, Tenet finalmente esce. Nelle sale, tutt’altro che scontato. Oggi, una settimana prima in Italia e in altri Paesi rispetto agli USA.

È il primo filmone che osa tanto, ma d’altra parte Christopher Nolan voleva che il lungometraggio debuttasse con la riapertura dei cinema e aveva scritto perfino un bel pezzo per il Washington Post, sostenendo l’importanza delle sale e della loro preservazione. E quindi succede che Tenet non sia solo attesissimo perché è il nuovo titolo – ormai avvolto in una sorta di mistero e misticismo – di uno dei registi più audaci e visionari, ma anche perché c’è la speranza diffusa che possa salvare il “cinema”, l’esperienza stessa di andare a vedere i film in sala. L’uomo in grado di piegare il tempo riuscirà a riportare l’industria cinematografica indietro (sorry) all’era pre-Covid? La sentenza al box office dei prossimi giorni. Certo, nessuno vorrebbe essere Nolan in questo momento. La fiducia però – va detto – è ben riposta, dato che il nostro è uno dei registi più profittevoli della storia: i 4.754 miliardi di dollari di incassi della filmografia parlano da soli. Non solo: è anche colui che più di ogni altro è riuscito a unire i dettami mainstream con la sensibilità colta, costruendo film dopo film l’idea di ‘blockbuster intellò’.

E qui torniamo a noi: altissimo, bondissimo, nolanianissimo, dicevamo. Partiamo dalla fine. Tenet è la quintessenza di Nolan, una sorta di summa di tutti i suoi film precedenti e di tutte le sue manie, una su tutte: la manipolazione temporale. Qui spinta, spintissima, al punto da essere in grado di provocare un nuovo conflitto mondiale, di più: la fine di tutto.

Dopo aver sperimentato su diversi generi, l’ultimo dei quali il war movie (Dunkirk), il cineasta gioca con lo spy thriller: se in Inception il regista utilizzava il linguaggio dell’heist movie, qui piega gli stilemi dei film di spionaggio alle sue ossessioni. Non solo gira in ben sette location internazionali (c’è pure la nostra costiera amalfitana), ma John David Washington (figlio di Denzel) è il James Bond afroamericano che il franchise di 007 non ci ha ancora regalato: ha più abiti sartoriali della spia al servizio di Sua Maestà e riesce a spaccare la faccia a mercenari russi con qualsiasi utensile macgyveriano abbia a disposizione, senza nemmeno mai sgualcire la giacca. Pure la formula del film è la stessa: un’avventura giramondo popolata di bellissimi (c’è anche Robert Pattinson, in mood guascone) che deve più di qualcosa alla saga, da Operazione Tuono a Skyfall. Insomma potrebbe quasi sembrare una palla curva lanciata a Fukunaga, Daniel Craig e No Time to Die, a cui manca però quell’ironia, elegante marchio di fabbrica di Bond.

Robert Pattinson e John David Washington in ‘Tenet’



E in effetti, più che dimostrare di saper fare Bond, Nolan vuole provare che non c’è niente come un film di Nolan, leggi: nessuno sa mettere in scena un rompicapo come lui. E Tenet è “altissimo” nelle intenzioni e perfetto nell’architettura, perché sì, come da tradizione nolaniana, l’intreccio è piuttosto cervellotico e complesso, almeno apparentemente. Washington è un agente segreto che deve impedire la Terza Guerra Mondiale e che durante la missione scopre l’esistenza di una tecnologia segreta (tocca fermarci qua). Di mezzo poi c’è il quadrato del Sator, un’iscrizione latina in forma di quadrato magico composta dalle parole SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS che compongono un palindromo, vale a dire una frase che può essere letta da sinistra a destra e viceversa. Ognuna di queste parole fa parte della trama, vedi Andrej Sator, il villain, e cioè l’oligarca russo interpretato da Kenneth Branagh.

Anche prima che inizino i giochetti temporali, non è facilissimo tenere traccia di quello che sta succedendo. E probabilmente ci sono altri livelli di lettura che non è possibile cogliere alla prima visione. Ma in fondo tutto si riduce al buono che vuole impedire la fine del mondo, al cattivo che non vede l’ora e alla damsel in distress (Elizabeth Debicki). Che però ti lasciano un po’ freddini (ma d’altra parte Nolan non è mai stato troppo interessato alla tridimensionalità dei protagonisti). La chicca è, manco a dirlo, il tocco fantascientifico, che il regista si impone di spiegare sempre il più realisticamente possibile con teorie fisiche e simili, ma che è più efficace e inquietante nella sua rappresentazione sullo schermo che nella spiegazione che ci sta dietro. Forse dell’eccesso di cerebralità un po’ fine a se stessa, s’è accorto perfino lo stesso Nolan, che a un certo punto fa dire a uno dei personaggi, la criptica scienziata interpretata da Clémence Poésy: “Non cercare di capirlo, cerca di sentirlo, di viverlo”. Più facile a dirsi che a farsi: Tenet è un film spettacolare che soddisferà tutte le vostre aspettative, ma probabilmente non andrà oltre. Là dove invece è arrivato Inception.

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