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Tanti auguri Nanni Moretti, ci piaci anche in versione influencer di Instagram

Oggi il regista compie 66 anni. In procinto di terminare il suo prossimo film, si diletta a usare Instagram. E a noi piace anche così: vanitoso e imprevedibile

Foto: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Cambia, todo cambia. Pure Nanni Moretti. Che a sessantasei anni – li compie oggi, auguri – diventa una Insta-star. O forse siamo cambiati noi, devoti al morettiano culto e dunque puristi, tradizionalisti, finanche dogmatici. Il nostro unico ed immutabile dio su Instagram, davvero? La messa per noi è infinita, ma ringraziamo l’inaspettata svolta digitale. Oggi Nanni è tutt’un vedo gente, faccio stories: ed è bellissimo così.

Riepilogando. Nanni Moretti è stato impegnato negli ultimi mesi sul set di Tre piani, il suo prossimo film. Qualcuno ha scritto che si sarebbe intitolato La nostra strada, invece pare abbia mantenuto il titolo del bel romanzo di Eshkol Nevo da cui è tratto (da noi lo pubblica Neri Pozza). Questa è la prima notizia. La prima svolta. Il primo cambiamento. Che Moretti scegliesse un soggetto non originale per un suo film, non era successo mai. La seconda svolta è comunicativa. Una mossa di marketing? Non credo lui accetterebbe tale dicitura, chiederebbe anzi: «Ma dove le andate a prendere queste espressioni?» (non serve specificare da quale film è tratta la domanda).

Moretti ha aperto il set a più di un giornalista (ricordo il servizio dietro-le-quinte su una rivista femminile, addirittura) e soprattutto ha aperto, appunto, un profilo Instagram, prima intitolato alla sua casa di produzione e (non più) distribuzione, vale a dire la Sacher Film, poi cambiato in @nannimoretti_ e basta, con quella punta di vanità che noi devoti non solo apprezziamo: la consideriamo obbligatoria. Sull’account (poco più di 12mila follower: facciamolo crescere, perdio!) ci sono foto e video dalle riprese, i volti del film (Alba Rohrwacher, Riccardo Scamarcio, Tommaso Ragno, la splendida Elena Lietti scoperta nel Miracolo di Ammaniti), le pause con Margherita Buy (anche lei su Instagram, sorpresa!) e tanti fuoriscena che sono da soli dei corti di Moretti in purezza: segnalo quello del 1° giugno, andate a mettergli un cuoricino.

Il film, s’immagina, sarà pronto per il prossimo Cannes, il festival che nel 2001 gli ha dato la Palma d’oro per La stanza del figlio e che lo venera ricambiato, dopotutto anche gli autori pieni di devoti sanno essere devoti a loro volta. E anche il festival di cui è stato presidente di giuria nel 2012, quando vinse Amour di Michael Haneke: lo stesso Haneke ricorda oggi che nel 1997 Moretti, che a Cannes era membro di giuria, detestò Funny Games, salvo poi assegnargli il massimo premio quindici anni dopo. È una delle tante ironie di un autore che, secondo i non devoti al culto, negli ultimi anni si sarebbe incupito, guarda il Papa che non vuole andare a comandare, guarda le elaborazioni da orfano troppo adulto in Mia madre, dicono. E invece Moretti pare divertirsi ora più di prima, sembra più sciolto, più leggero, più libero: di girare i film che vuole anche se non sono “suoi”, di fare l’influencer, di non crogiolarsi nel suo essere un uomo del Novecento, tentazione che visita la maggior parte dei coetanei. Pure il documentario uscito l’anno scorso – Santiago, Italia, sugli oppositori del regime di Pinochet “salvati” dall’ambasciata italiana in Cile – non è un canto nostalgico del secolo scorso, ma un discorso del e sul presente.

Il Moretti più bello di tutti non esiste, non certo per noi devoti. Io, avessi una pistola puntata in fronte, potrei dire Palombella rossa, ma si può rinunciare alla Messa è finita? Potrei rivedere Bianca in questo preciso momento, o forse sceglierei Caro diario. Oppure, ancora, i giornali di Aprile, il fotogramma, primo fra tutti, della fine del racconto di questo Paese, causa e conseguenza del suo impossibile governo. Ecce bombo non si tocca, ma anche Sogni d’oro è stato rivalutato finalmente e definitivamente come si meritava. Per quel che vale, da devoto del morettiano culto, ho chiesto un autografo a un solo regista in vita mia (no, a due: l’altro regista – e l’altro culto – è stato Woody Allen dopo un’intervista, con la sua assistente che mi guardava storto). Mi son fatto firmare da Nanni la monografia del Castoro a lui dedicata, ogni settimana con l’Unità ne usciva una di un autore diverso. Di Moretti ne avevo addirittura due, come le figurine importanti che non vuoi scambiare con nessuno. Speriamo di aver portato nella casa nuova la copia giusta.

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