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‘Stanlio & Ollio’, quando il biopic percorre il viale del tramonto

Il film sulla coppia comica più celebre della storia del cinema sceglie la strada in salita: quella di raccontare non l'ascesa ma gli anni finali del duo cinema. E mette d'accordo più o meno tutti

Ci sono due modi per girare un film biografico. Uno semplice e uno difficile. Quello semplice parte sempre dagli esordi e arriva al successo, poi sfuma. L’altro parte dal successo e percorre la discesa opposta. Se Bohemian Rhapsody avesse parlato della carriera solista di Mercury o direttamente degli anni dopo la sua morte, di sicuro non avrebbe avuto lo stesso impatto emotivo e mediatico che ha avuto. Figuriamoci vincere un Oscar. Miles Ahead su Miles Davis, improntato sul quinquennio in cui il più famoso trombettista jazz (dopo Louis Armstrong) sparì in preda ai propri demoni, ha avuto un decimo del successo che avrebbe meritato. Con buona pace di Ewan McGregor nel cast.

Stanlio & Ollio di Jon S. Baird, nelle sale dal 1 maggio, opta per la seconda via. Come se non bastasse la scelta in sé. Già, perché passi pure per tutti gli ex-ragazzi oramai quarantenni o giù di lì. Ovvero l’ultima generazione abituata a vedere i loro film, giorno e notte, in programmazione o come tappabuchi per ogni cambio palinsesto televisivo: per loro dire di Stan Laurel e Oliver “Babe” Hardy vuol dire fare riaffiorare alla mente tutti quei bei ricordi che si credevano oramai assopiti. Le risate sul divano coi nonni, tua madre che ti porta a letto il latte caldo col miele durante una brutta influenza nell’87, la televisione la domenica mattina invece di dormire fino all’una. E poi quella coscienza che, senza di loro, buona parte della comicità che hai amato, da Monty Python a Verdone, passando per quasi tutti i duo comici visti finora, non sarebbe forse neanche esistita.



Ma che dire di tutte le new entry? È lo stesso regista a nutrire molti dubbi: “Seppure su YouTube sia pieno di loro film, dubito che i giovani possano sentirsi attratti da loro. Ci sono registi che ormai non si curano delle sceneggiature, basta che sia tutto brillante e colorato. Perciò Stanlio e Ollio vengono percepiti come antiquati, Chaplin come superato e Buster Keaton non è nemmeno preso in considerazione”. Non a caso Jon Baird, regista eclettico che ha lavorato con Danny Boyle e Martin Scorsese, non si è di certo accontentato e ha voluto come sceneggiatore Jeff Pope, atipico autore di Black Snake Moan e The Fattest Man In Britain, e Laurie Rose come direttore della fotografia, la stessa di Made Of Stone, il documentario del 2013 sugli Stone Roses.

Il risultato è piacevolmente sorprendente e si basa su un ineluttabile assioma cartesiano. Il successo, un giorno, finisce per tutti. E realisticamente anche per la “coppia comica più conosciuta di sempre” arriva il momento di fare i conti con se stessi e con il nuovo che avanza. Così, sempre realisticamente, non c’è nessun produttore o mano divina che arriva a salvarli, come auspicato in tutti i vari e pittoreschi film hollywoodiani, ma si trovano a dovere sbarcare il lunario con un tour teatrale in Inghilterra, tra successi altalenanti, letti non proprio all’altezza del loro glorioso passato e il sogno di un ultimo film da realizzare.

Baird, nel mentre, racconta (anche) le tante lacune del presente attraverso la metafora biografico-storica. Il bene effimero dell’apparire a dispetto del reale talento. Il piacere nelle osticità dello stare insieme, anche a discapito del proprio tornaconto. L’idealismo ai limiti dell’autolesionismo; soprattutto in Stanlio, uomo di sinistra che interrompe un ricco contratto col deus ex machina di Charlot e Harold Lloyd, Hal Roach, perché ammirava Mussolini.

Il lavoro di ricostruzione dei due attori comici, l’amabile “stupido” Stanlio e il simpatico orso Ollio, appare certosino. Tre ore di trucco per raggiungere un Ollio di fine carriera credibile e una tinta più chiara del rosso originale dei capelli di Stanlio per evitare che gli spettatori abituati al bianco e nero lo percepiscano come innaturale o caricaturale. Pur mantenendosi fedele a tutti gli sketch meravigliosi e senza tempo, a tratti lunari come una canzone di Tiny Tim, rispettando tutti i desueti tempi comici e i modi di fare e di dire diventati oramai d’uso comune (a volte pure senza saperlo), dalla trama si evince una bella storia umana. Tragica ma commovente. A tratti persino ultraterrena. Talmente grande che con la morte di “Babe” nel ’57 non si esaurisce.

Stan infatti continuerà a scrivere storie per Stanlio & Ollio anche dopo la morte di Oliver Hardy. L’unico dubbio, alla fine, è se sia il caso o no di scomodare ancora una volta Marcel Proust e il suo saggio Contro Sainte-Beuve. Ricorrere alla biografia di un artista per provare a spiegare la sua arte, diceva Proust, senza sapere quanto lui stesso sarebbe stato biografato, è impresa tanto impossibile quanto inutile. Si capisce molto di più guardando l’opera stessa.

Ma è anche vero che lo Stanlio interpretato dal camaleontico Steve Coogan (già Tony Wilson nell’imprescindibile 24h Party People) e l’Ollio interpretato da John C.Reilly (occorre fare un elenco?) non mirano così in alto, a definire il cinema al cinema, ma a ricreare un film che metta d’accordo gli ex-bambini che conoscono bene l’argomento per esperienza personale, la cricca degli intellettuali soprattutto se nostalgici e anche la corrente di esaltati in botta fissa per i film biografici. E alla fine ci riesce alla grande, sommando pure qualche sotteso inedito spunto di riflessione, che non guasta. Dopotutto, come ha lasciato intuire dalle dichiarazioni alla Mostra del Cinema di Roma, a Jon Baird interessa dire principalmente qualcosa sulla vita, e su come viverla prima che sia troppo tardi. Forse Stanlio & Ollio non sarà abbastanza per mondare tutti i nostri peccati, come del resto non lo sono né Dumbo di Tim Burton né Mary Poppins di Rob Marshall, ma è un buon punto di partenza par fare del buon cinema.

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