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‘Sotto il sole di Riccione’: Vanzina, Tommaso Paradiso e l’eterno sapore della nostalgia

Si potrebbe pensare che il film sia un colossale videoclip, ma è molto di più: un’operazione di reinvenzione del musicarello in chiave Generazione Z su sfondo fantasy-mistico e in absentia del suo cantante-protagonista

Ludovica Martino e Lorenzo Zurzolo

Sotto il sole di Riccione (in uscita su Netflix il 1° luglio) è un film che racconta l’educazione al politicamente corretto di una dozzina di ragazzi e ragazze, dai venti ai settant’anni, che trascorre un’estate sulla riviera romagnola. Finiscono per farci di tutto tranne, curiosamente, due cose: (primo lieve spoiler) sesso e bagni di mare.

Uno Spettatore Fuori Target potrebbe pensare che SISDR sia un colossale videoclip, gonfiato da personaggi, sottotrame e altri integratori di massa fino a somigliare a un cugino palestrato del video di Riccione, il brano dei Thegiornalisti che, diretto da YouNuts! (lo stesso duo che firma il film: magra attenuante per lo SFT), nell’estate 2017 ebbe l’audacia di ripuntare i riflettori proprio sul nonluogo romagnolo, all’epoca in crisi d’identità causata dai voli a basso costo sulle Baleari e dai Frecciargento verso il Salento.

È evidente che quel video è stato lo scartafaccio manzoniano che ha fornito al film il suo afflato vitale. Ma SISDR è molto di più. È infatti un’operazione di reinvenzione del musicarello in chiave Generazione Z su sfondo fantasy-mistico. Questo sottogenere cinematografico, in voga tra gli anni Cinquanta e Sessanta, rispettava essenzialmente tre regole: 1) il musicista di turno trovava, da qualche parte, il coraggio di recitare; 2) le canzoni che facevano da telaio a pedali per la trama appartenevano a uno stesso album nuovo o in uscita e 3) la trama prevedeva una qualche variante del conflitto generazionale tra giovani e matusa.

SISDR infrange bellamente tutte e tre queste regole. E lo fa con l’orgoglio di chi sa di avere tutte le carte in regola per passare alla storia del cinema come manuale d’amore romagnolo per diciottenni di oggi (Spettatori In Target). E, dunque, cosciente di correre il rischio di essere reso obsoleto da TikTok un minuto dopo i titoli di testa.

Innanzitutto, SISDR è un musicarello che si svolge perlopiù in absentia del suo cantante-protagonista. Tommaso Paradiso aleggia sì, per il tramite della sua vocalità, con frequenza simile a quanto facessero Gianni Morandi in Non son degno di te o, molti anni e molta dignità più tardi, Nino D’Angelo in Un jeans e una maglietta. Ma la vera epifania di Tommaso nel ruolo di sé stesso non avviene se non negli ultimi quindici minuti del film. Tutti i personaggi e le situazioni descritte, nel frattempo, sono personificazioni o emanazioni di canti paradisiaci degli ultimi cinque anni (Fine dell’estate, Completamente, Sold Out, Felicità puttana). Prima del gran finale, Paradiso vive solo nella continua prefigurazione di un suo concerto, che è sia il primo premio del torneo di beach volley cui partecipano i personaggi principali di SILDR che la soluzione a ogni loro problema esistenziale o sentimentale. A quel live, e a ciò che accadrà durante il suo svolgimento, esplicitamente o implicitamente, tutte le vicende narrate sono sottese, siano esse amori virtuali di giovane cieco (il bravo Lorenzo Zurzolo), revival sessuali della sua monogenitrice ansiosa (Isabella Ferrari) o outing di romanticismo latente di un ex bagnino sciupafemmine (Andrea Roncato, il re dei senior nel cast). Solo quando poserà il piede sul palco Tommaso si rivelerà il deus ex machina del film (secondo lieve spoiler), solutore di tutte le questioni aperte e anche di quelle mai aperte o bucate dal resto dell’intreccio.

Gino Paoli ha aspettato vent’anni perché il suo canto celebrativo dell’estate fosse trasposto in un film di Carlo ed Enrico Vanzina (Sapore di mare, 1983). Perché un pezzo suonato dai Thegiornalisti si vedesse intitolare un lungometraggio ne sono bastati meno di tre. SILDR è un’opera che ha scelto programmaticamente di essere un manifesto di nostalgia istantanea. Saturati e suturati tutti i periodi per cui si può provare nostalgia in modo più o meno intellettualmente onesto – e non potendo essere già nostalgici del lockdown da Coronavirus, per ovvi motivi produttivi – gli autori del film (Enrico Vanzina, Caterina Salvadori e Ciro Zecca) si sono rivolti all’elegia in presa diretta della prima estate normale a portata di mano, quella con Tommaso Paradiso cantante solista. Primo colpo di scena, cronologia alla mano: l’estate in questione è proprio quella che stiamo vivendo.

Chapeau per questa scelta. Tommaso Paradiso – Michael Jordan del nostalgismo giorno per giorno, perfino verso sé stesso – è il nume tutelare ideale per questa forma peculiarissima (e qui al debutto) di meta-rimpianto, che ci rappresenta mentre rimpiangiamo gli anni Ottanta o Novanta (non importa che li abbiamo vissuti o no), non già riportandoci cinematograficamente negli anni Ottanta o Novanta, ma mentre siamo colti, oggi, nell’atto di rimpiangere gli anni Ottanta o Novanta (anche alla luce del fatto che oggi gli zaini, magliette, biciclette anni Ottanta sono tornati in produzione, con grande sollievo di costumisti e scenografi).

Foto: Dario Dalboni/Netflix

Ma questo film non ha solo pregi. Quello che più manca del modello di Sapore di mare è l’assenza di qualsivoglia prospettiva psicologica o bozzetto antropologico. In altre parole: non abbonda di vanzinismo. Di norma un film vanziniano marittimo si pone il compito di inscenare il contrasto tra diversi gruppi sociali (campani squattrinati contro lombardi snob; laziali arricchiti contro nobili toscani; versiliesi autoctoni contro resto del mondo), solo per poi mostrarne, di fatto, più analogie che differenze; come se le storie d’amore raccontate, grazie ai sofisticati sistemi di leve e specchi che i sentimenti mettono in moto nei personaggi, facessero da livella ai complessi di superiorità di un gruppo o di inferiorità dell’altro.

Nella Riccione raccontata da SILDR, che siamo buttafuori romani dal cuore d’oro di stanza in Romagna (Luca Ward), aiuto-bagnini calabresi monogami accampati in una cameraccia doppia (Cristiano Caccamo) o milf divorziate ospiti di un comodo hotel, restiamo sostanzialmente tutti uguali agli occhi degli sceneggiatori, con desideri e aspettative in fin dei conti non dissimili e, soprattutto, con pari opportunità rispetto all’unico reale obiettivo, che è trasversale: presenziare al concerto finale di Tommaso Paradiso.

Foto: Dario Dalboni/Netflix

Un simile modus operandi ricorda più meccaniche imperscrutabili da social media all’ultimo grido (quelli che pure i millennial si sono rassegnati a non capire, da Snapchat in poi) piuttosto che i pur minimalisti nessi causa-effetto che, spesso, accompagnano le storie d’amore nelle commedie all’italiana non magistrali. Altro chapeau a Enrico Vanzina per aver saputo assecondare in modo così duttile le istanze dei suoi colleghi sceneggiatori più giovani. Un esempio su tutti: l’algoritmo che fa cambiare fidanzata in corsa all’aiuto-bagnino calabrese monogamo. Non diremo altro a parte che, se Sapore di mare era un gioco dell’oca sociologico, SISDR è una partita a tressette contro un avversario che ha letto le regole solo una volta e su Wikipedia.

Ciononostante, è assolutamente necessario che arriviate fino al concertone finale. Quando l’illuminazione arriva è un pugno nello stomaco, come nel Sesto senso, e non vorrete che rivederlo daccapo. È al momento dell’esecuzione di Riccione, con Tommaso Paradiso vestito degli abiti troppo pesanti d’ordinanza (non veste mai che troppo leggero o troppo pesante), che arriva la botta. Improvvisamente diventa chiaro come il sole – appunto – di Riccione che l’intero film non era che un mockumentary di un’ora e mezza, con più soggettive, sull’attesa del concerto di Tommaso Paradiso. Più precisamente, era la versione vanziniano-paradisiaca dell’attesa del tiro di Holly in Holly e Benji, in cui il tiro era l’attacco di Riccione, e Ciro il meridionale, Guenda la belloccia superficiale, Camilla la fidanzata immeritata, Furio il bruttino che non piace, erano tutti compagni della New Team, ciascuno rappresentato mentre immaginava pezzi della sua vita, com’era andata, come sarebbe potuta andare, mixandoli con la mente o con la voce, canticchiandoli sul pratone, con brani di Tommaso Paradiso. Non è successo “davvero” niente.

Non c’è stato alcun torneo di beach volley con in palio questo concerto. Hanno pagato tutti il biglietto. Non ci sono stati giochi aperitivo con in palio l’abbassamento della guardia da parte della milf divorziata. Lei è al concerto, dunque ha abbassato la guardia a prescindere. Per i nostri eroi la vacanza a Riccione è stata solo pratone prima del concerto. Per questo i personaggi sono così piatti e insipidi: sono solo ragazze e ragazzi, donne e uomini semiubriachi che aspettano il primo pezzo della scaletta. La prova del nove è che gettano fritture e bottiglie per terra con troppa disinvoltura, cosa che non si farebbe mai in un vero film che esce nel 2020.

Foto: Dario Dalboni/Netflix

Ma c’è ancora dell’altro e qui sconsigliamo di proseguire nella lettura ai deboli di cuore o, in particolare, al resto dei Thegiornalisti. Il fatto è che il concertone rappresentato non può essere ambientato sul serio nell’agosto 2020, come più sopra suggerivamo idealmente, se non altro perché non vi è rispettata nessuna distanza di sicurezza. In questa Riccione non c’è traccia di nozioni sul Coronavirus. Ma, allora, se non siamo nell’agosto 2020, siamo al più tardi nell’agosto 2017, 2018 o 2019. Eppure non ci sono i Thegiornalisti: c’è solo Tommaso. Come sappiamo, i Thegiornalisti si sono esibiti per l’ultima volta insieme nel settembre 2019. Ricordate quando, in Yesterday di Danny Boyle, Himesh Patel si ritrovava in un mondo in cui nessuno ricorda che siano esistiti i Beatles e la sua carriera di musicista ne trae un grosso giovamento? Ecco: SISDR è un mockumentary ucronico. Non è già la rappresentazione di un lunghissimo preconcerto di Tommaso Paradiso che si dilata nello spaziotempo narrativo, ma la rappresentazione di un preconcerto collocato in un passato alternativo in cui non solo i Thegiornalisti non si sono mai sciolti, ma non sono neppure mai esistiti. È esistito sempre e solo Tommaso Paradiso.

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