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Siamo stufi di poter vedere tutto: fate un decreto sui film che dobbiamo guardare

La quarantena è bella anche quando dura tanto, ma adesso ci serve una guida per non essere più costretti a scegliere nei cataloghi infiniti delle piattaforme. Un po' come Mubi

Un fotogramma di 'Fedora' di Billy Wilder

A Fase 2 appena cominciata, mi sono iscritto a Mubi. Pure. Ma come, non stiamo per riprendere la nostra normalità (qualunque cosa significhi)? Non stiamo per alzarci dal divano, dicendo addio per sempre al Grande Alibi del “tanto non si può fare altro”? Ma certo che no, ormai il new normal è questo qui. O forse chissà. Non starò a spiegarvi cos’è Mubi: lo saprete già. Lo sapevo anch’io, ma rimandavo la sottoscrizione per, appunto, quella ragione semplice e sacrosantissima: pure Mubi? Oltre a Netflix, e Prime Video, e ai documentari di Guido Piovene su RaiPlay (vedeteli)?

Poi però la Fondazione Prada – che sta sotto casa mia e ha il cinema con le poltrone più comode di Milano: ma è chiuso – ha caricato sulla piattaforma d’auteur la sua ultima rassegna (Perfect Failures, grandi film incompresi all’epoca della loro uscita), e io sentivo l’urgenza di rivedere Fedora di Billy Wilder come nella Fase 1 c’era l’urgenza di lievito di birra (ora si trova ovunque, e io ne ho mezzo chilo ancora intatto). E allora ho attivato la settimana di prova su Mubi, e la settimana sta per scadere, e ho deciso che andrò avanti.

Perché ho scoperto una cosa bellissima: non devo più decidere io. È stata questa la croce e la delizia della quarantena: avere a disposizione tutto. Tutto il tempo del mondo, tutti i film del mondo, tutti i libri del mondo, tutte le ricette del mondo. Ormai mi sento cintura nera: ho scelto benissimo, dalle nuove serie ai vecchi Chabrol, dai saggi di Naipaul ai ravioli di magro (fatti in casa – e nelle storie su Instagram). Adesso basta: mi sono stufato. Che scelga qualcun altro per me.

Il signor Mubi – perché dietro c’è un adorabile proiezionista, nevvero? – è colui che decide al posto tuo. (Lo sapevo: ora vi spiego Mubi.) Ci sono le retrospettive: al momento, quella supplied by Miuccia e quella su Powell e Pressburger, meraviglia meravigliosa; quell’altra su un giovane autore malese, che ancora non ho cuore di affrontare, e il ciclo Alain Resnais, che è sempre cosa buona e giusta. E poi altri film random, trenta in tutto, ogni giorno ne esce uno e ne entra un altro, e – è matematica, ma è facile – c’è un mese di tempo per vedere ciascun titolo. Solo quelli, prendere o lasciare. E tu non devi scegliere più, o quantomeno devi scegliere pochissimo.

Lunga vita all’algoritmo, che però fa quel che vuole: il film che non troverai mai manco per sbaglio (ho scoperto per purissimo caso che presto arriverà su Netflix Brawl in Cell Block 99, thrilleraccio sanguinario con Vince Vaughn molto divertente) resterà inevitabilmente sepolto sotto i vari Vis à vis sbattuti in primo piano come le pile di panna montata spray al supermercato. E voi – lo so, perché succede anche a me – avete già perso la voglia di cercarli, quei titoli che magari vi siete persi, e che però oramai vi siete pure dimenticati. E nessuno è lì a ricordarveli. Lo sapete che su Amazon Prime Video c’è un sacco di cinema italiano, da farci non una ma settecento retrospettive? Pietrangeli, Puccini, novantacinque film con Nino Manfredi, e via così. E pure gli americani, tantissimo Cassavetes, per dire, però (maledetti!) tutto doppiato. Robe che resteranno sommerse, inguardate dai più.

‘L’occhio che uccide’ di Michael Powell

La quarantena è bella anche quando dura tanto, ma adesso ci serve (mi serve) una guida. Meglio: un decreto. Diteci che cosa dobbiamo fare, che cosa dobbiamo vedere, che cosa dobbiamo mangiare. Da soli, abbiamo esaurito le nostre possibilità. Non mi manca l’“esperienza della sala”, come direbbero i puristi. Mi manca uscire per il titolo di prima visione della settimana, senza sfogliare interi cataloghi digitali sapendo che “c’è TUTTO”. Non mi manca il cinema nella misura in cui non rimpiango le cene al ristorante: a casa mia mangio pure meglio, come dicono i tamarri. Mi manca però sedermi, e aprire il menu, e indicare al cameriere con il dito il coniglio che qualcun altro ha deciso di farmi mangiare (e l’ha persino cucinato!). Non mi mancano neanche i festival di cinema, che uniscono film e ristoranti (soprattutto i ristoranti). In questi giorni, son tutti a piangere sui social perché è la settimana del Cannes annullato. Non mi manca di certo mettermi in coda alle sette del mattino (non è una figura retorica) per la prima proiezione. Mi manca però uscire da un film di Guillaume Nicloux o Naomi Kawase e dire: che schifo. Quello sì. Perché, in quel caso, la colpa è di chi l’ha messo nel cartellone, mica mia. Adesso che siamo tutti selezionatori in streaming, siamo noi a scegliere. È colpa nostra se abbiamo buttato l’ennesimo giovedì sera davanti all’ennesimo teen movie scarso, quando c’era La sera della prima a un solo clic di separazione.

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