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‘Si vive una volta sola’: Carlo, dove sei?

L'ultimo film di Verdone non è all'altezza di un grande del nostro cinema, perché mancano la sua sensibilità culturale, la sua delicatezza sempre arguta. Pare una brutta copia di 'Amici miei', senza quello spirito geniale e catartico

Max Tortora, Anna Foglietta, Carlo Verdone e Rocco Papaleo in ‘Si vive una volta sola’


Il quarantesimo film da regista di Carlo Verdone, Si vive una volta sola, dopo una lunga serie di impedimenti e indecisioni nella distribuzione, è finalmente uscito su Amazon Prime Video.

La storia è quella di quattro medici che lavorano in équipe, capeggiati da Verdone stesso nel ruolo del loro primario-regista, Umberto. Tre di loro: Umberto, Corrado (Max Tortora) e Lucia (Anna Foglietta) sono autori seriali di scherzi di varia natura, ma sempre di cattivo o pessimo gusto. Il lungo prologo di ben quarantacinque minuti ha lo scopo di presentare la natura di questi scherzi. L’ouverture sembra non finire mai ma, a conti fatti, sarebbe stato meglio che durasse ancora di più. Il filo conduttore delle burle è un nebuloso omaggio al piglio di film come Amici miei. Solo che questi, invece che essere scherzi fatti da un gruppo di amici al resto del mondo, a mo’ di autodifesa contro le sue ingiustizie, le sue incongruenze o la sua noia (come nel film monicelliano), sono tutti indirizzati verso lo stesso membro del gruppo, Amedeo (Rocco Papaleo), in modo del tutto gratuito, e contengono ciascuno una potenziale offesa a una o più categorie umane deboli o comunque da proteggere, tra cui gli attori di cinema che li mettono in scena.

Per rendersi conto del tenore umoristico del film, definiamo cattivo gusto. Se gli scherzi di Amici miei erano complessi schemi metarecitativi, allegorie del potere curativo del cinema, anche per dei malati immaginari, gli scherzi di Si vive una vola sola non sono nemmeno metafore di Tik Tok. Chi ha pensato che la gag in cui la carta di credito di Amedeo viene nascosta nelle bocchette di un condizionatore d’aria potesse far ridere? È possibile che i nostri occhi abbiano davvero visto Max Tortora (uno dei più brillanti imitatori italiani degli ultimi decenni, nonché interprete di exploit drammatici come Favolacce), impegnato per diversi minuti prima a escogitare, poi a realizzare e infine a pavoneggiarsi per questa trovata? La vittima è il personaggio di Papaleo o siamo noi? (il lato positivo della vicenda è che nessuno potrà criticare questo film per il pericolo-emulazione da parte dei giovani tiktoker).

Definiamo pessimo gusto. Dopo la fine del rapporto con una ex moglie che più volte, all’unanimità, verrà definita «‘na zoccola», Amedeo vive con poche soddisfazioni carnali la sua vita da anestesista single e zimbello dei colleghi. Per il suo compleanno, dopo un lunghissimo corteggiamento via chat, finalmente è riuscito a strappare la promessa di [sic] fare sesso su una lavatrice a una procace ragazza molto più giovane di lui. Cosa fanno gli amici suoi? Prelevano con un sapiente mix di forza e inganno l’anziana madre di Amedeo dalla casa di riposo in cui è domiciliata e la dispongono, in segreto, sul letto padronale della casa di lui. Successivamente tagliano il cavo elettrico della lavatrice. Una volta posizionata la giovane sull’elettrodomestico designato, Amedeo si rende conto del suo malfunzionamento ed è costretto a riparare nella stanza da letto, dove scopre non solo della presenza dell’anziana madre, ma anche che è rovinosamente caduta in terra. La fanciulla esce per sempre dalla scena e dalla vita di Amedeo, mentre sia l’attore Papaleo che il suo personaggio si guardano, spaesati, nel nulla concettuale in cui sono stati costretti ad agire per i minuti necessari alla performance e alla pubblica umiliazione che ne deriva.

Per buona parte del preambolo abbiamo avuto un bel dirci, parlando da soli, mossi dall’angoscia, frasi di circostanza come gli attori sono comunque affiatati o giuro che alla scena della tac al Papa ho sorriso. I veri dolori di pancia arrivano quando il film comincia davvero. Un bel giorno i tre carnefici intercettano delle analisi del sangue che inchiodano l’ignaro Amedeo a un tumore al cervello incurabile, che gli lascerebbe pochi mesi di vita. Allora si parte tutti per una vacanza di lusso in Puglia, offerta alla vittima-malato terminale per riscoprire il senso della vita o, perlomeno, quello di colpa. Le intenzioni di Umberto, Corrado e Lucia, pentiti della loro condotta, sono di dare la brutta notizia ad Amedeo con un bel paesaggio sottomano.

Se avete trovato cringe la sit-com sull’origin story da comico up di Angelo Pintus (sempre su Prime), considerate che Before Pintus, al confronto con Si vive una volta sola, è – perlomeno – Seinfeld. Forse unico elemento ancora più cringeworthy del contenuto del film stesso è la promozione social messa in atto dal profilo Twitter di Amazon Prime Italia, che intercetta con occhio da cecchino i rarissimi tweet neutri dedicati all’opera e, una volta poste domande come questa:



E, in caso di risposta, rilancia così, con fare da babbo separato che cerca disperatamente varchi nell’agenda del ragazzino di cui non è, purtroppo, il genitore prediletto.

Non avremmo mai pensato di dover dedicare queste parole a un film diretto da Carlo Verdone ma Si vive una volta sola è un film dai tentativi di comicità talmente oltre i limiti del cringe rilevabile strumentalmente che, per assurdo, il suo lato positivo è stimolare la mente dello spettatore (specialmente uno non immemore della grandezza verdoniana) a cercare ragioni non economiche di tutto questo, dove chiaramente non ci sono.

Ad esempio, ancora in preda al panico, increduli sia per la ristrettezza intellettuale dell’intreccio che per il livello infimo delle gag, una delle prime soluzioni che ci è balzata in mente è una linea interpretativa di satira politica ermetica e piuttosto raffinata, escogitata a partire dalla sospetta ed eccezionale somiglianza con Massimo D’Alema del radiologo interpretato da Luca Scapparone, con cui si scopre che la moglie di Corrado va a letto durante battute di caccia al tartufo in Umbria.

In verità la teoria complottista che riteniamo, purtroppo, più plausibile, è un’altra. Quello che prende forma in questo film è il lato oscuro di Carlo, quasi un gemello cattivo tenuto in soffitta per anni. La sensibilità culturale di Verdone, la sua delicatezza sempre arguta nel presentare i difetti degli italiani attraverso dei personaggi che, per quanto vasta fosse la loro gamma morale ed espressiva, sono tutti un po’ una caricatura di lui stesso, sono state strappate a morsi da questo suo doppio che gli si è sostituito di nascosto, con la missione di darci, tutto in una volta, quello che non avremmo mai osato chiedergli e che avrebbero fatto bene a non darci mai.

Mentre va avanti lo streaming siamo in preda a una sorta di discrasia cognitiva. Alcune battute del film lasciano esterrefatti perfino i più laici in termini di politicamente corretto. Una su tutte: «Quasi quasi me faccio lesbica», messa in bocca ad Anna Foglietta dopo una una grave delusione d’amore con un chirurgo vagante dalla schitarrata facile interpretato da Sergio Muniz. Qui ovviamente, essendo la battuta collocata, tutto sommato, in un film di Verdone, inizialmente avevamo pur provato a leggerla come spiraglio di un arco narrativo per il personaggio di Lucia. Avevamo pensato, quasi con un sospiro di sollievo: ecco, ora verrà fuori che l’infelicità cronica di Lucia con gli uomini lascerà spazio a un vero coming out, magari pugliese, magari nei pressi di un trappitu. Invece il film è implacabile: prende questa flebile speranza e la getta dal ponte del Ciolo (per restare in tema di location pugliesi random).

Dove passa Si vive una volta sola non cresce neanche una riga di sceneggiatura. Non solo Lucia non farà alcun coming out, ma (d’ora in avanti SPOILER ALERT, per quanto si possa allertare scrivendo di un film dal colpo di scena finale più che telefonato, videocitofonato) sarà posseduta, e più di una volta, da un Amedeo protagonista di un doppio ricatto morale carpiato nella suite di una masseria salentina. Ma per il film sarà solo un altro scherzo.

Quale sarebbe la morale di Si vive una volta sola? Chi la fa l’aspetti, ma in maniera sproporzionata e degradante per tutti, soprattutto l’autore della long con che costituisce lo scherzo del personaggio di Papaleo? E quale sarebbe la rivincita che Amedeo si prende sui suoi colleghi maschi, dopo decenni di soprusi spesso ben oltre il penale, se non avergli spillato qualche migliaio di euro per noleggio di barche e masserie e avergli gridato stronzi da un barcone in mezzo al mare? Quanto è ancora più sproporzionata e degradante la rappresaglia di Amedeo sull’unica collega donna?

La volgarità di questo film non è nell’unica sua scena che potrebbe avere un senso, quella con gli ex-pazienti scambisti che attuano un’imboscata nei confronti di Umberto. Anche se, purtroppo, non fa ridere (nonostante gli sforzi ammirevoli del caratterista paonazzo che recita nel ruolo del cuckold, probabilmente davvero ustionato di fresco dal sole salentino), quella scena almeno riesce a mostrare per un momento la verità dietro Si vive una volta sola: un tranello teso a uno stimato professionista, invece che della chirurgia, del cinema, da parte di pazienti troppo entusiasti dei suoi servigi e un po’ sporcaccioni (i produttori?). L’urlo di Umberto che scopre la reale natura dell’appuntamento datogli da quella mogliettina francofona è la metafora perfetta di Verdone che cade nella trappola del cinepanettone fuori stagione.

La reale volgarità di questo film sta nell’aver pensato anche solo per un istante che scene così avrebbero potuto funzionare per altri pubblici rispetto a quelli che ridono di gusto per i peti (e, per carità, guai a chi glieli tocca). Per tutto il film lo spettatore (sempre quello non immemore della relativa grandezza verdoniana) è prigioniero, da una parte, della velleità del cast di far ridere senza comicità e, dall’altra, degli sceneggiatori di far riflettere senza pensiero. A un certo punto ti tieni stretto e ti prepari al peggio: il picco di scurrilità esagerata e meta – possibilmente una flatulenza, o una toccata e fuga sul pacco altrui – qualcosa che, insomma, possa sparigliare davvero le carte, e rivelarti finalmente lo spirito (o la mancanza di esso) su cui l’intero progetto si basava. Ma non arriva neanche quello.

Quello che arriva è la tristissima consapevolezza di essere di fronte al peggiore film della carriera di un grande del nostro cinema, da cui usciamo colmi della speranza che un’operazione come questa resti unica nel suo genere. E siamo tutti a gridare al nostro caro, amato Carlo, anche da par nostro, col megafono in mezzo al mare, che uno scherzo del genere non ce lo deve fare più. Ora giù impacchi, a quintali, di Borotalco.