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Robin Williams, come te nessuno mai

Oggi avrebbe compiuto 68 anni l'attore che era sempre più grande delle opere che interpretava

Robin, anche se ti capisco, anche se al posto tuo avrei fatto lo stesso, ce l’ho ancora con te. Avresti 68 anni ora, il tuo viso magari avrebbe indossato uno dei tuoi personaggi indimenticabili e avremmo avuto entrambi un attimo di felicità in più. O forse no, perché la tua Susan, che ti ha definito «l’uomo più coraggioso che abbia mai conosciuto», ci ha rivelato che oltre al Parkinson si era aggiunta la sindrome di Lewy Bodies, che ti avrebbe consegnato a una demenza inesorabile e alla perdita del controllo del tuo fisico. Persino la tua voce, quella con cui ci hai scosso orecchie e coscienze in Good Morning, Vietnam, stava cambiando. «Non ti condanno neanche un po’, Robin» ti disse quella donna eccezionale. E allora non possiamo farlo noi.

Ma hai chiuso baracca e burattini, a soli 63 anni, con un colpo di scena finale difficile da accettare, anche se con droghe e alcol avevi già provato a lasciarci anzitempo. Hai scritto la parola fine con un suicidio, pure piuttosto cruento, ruvido, senza retorica o romanticismi. A modo tuo, insomma. Di stupidaggini ne abbiamo dette tante, soprattutto il giorno dopo. “Ciao Mork, sei tornato sul tuo pianeta”. Ti potrei anche dire che il buon vecchio Garry Marshall, con cui affrontasti quell’avventura televisiva che ci ha regalato l’adorabile e scombinato Mork e Mindy, ti ha appena raggiunto lì dove siete. Sai quando si dicono stupidaggini? Quando non sai che dire.

Robin Williams poteva essere ancora più grande. Sì, è vero, è entrato nel nostro immaginario forse con una delle sue prove più normali, di routine, emotivamente e coinvolgente ma meno complessa di altre: il suo prof de L’attimo fuggente ci fa venir sempre voglia di salire su un banco, anche nelle ingenuità di un cult movie che ha conquistato più i cuori degli spettatori che un posto nella storia del cinema. Ma la verità è che il nostro è quasi sempre stato migliore delle opere che interpretava.

«Ero in una stanza d’ospedale. Aspettavo un’operazione che aveva il 50% di possibilità di vedermi morire sotto i ferri. Irruppe nella mia stanza un uomo, aveva un camice da chirurgo e un accento russo. Disse che doveva assolutamente farmi un esame rettale. Era Robin Williams. Per la prima volta dall’incidente, risi». Parola di Superman, Christopher Reeve, con cui era stato compagno di stanza all’università. Una frase, una gag interpretata da un amico, da straordinario stand up comedian qual era: basta questo racconto per chiarire la grandezza umana e artistica di un mattatore unico, capace di essere un acrobata della parola, dei movimenti (soprattutto facciali), dell’immersione in ogni personaggio: di fantasia, comico, tenero, morboso, idealista. Da Oscar, insomma, pure nella vita reale.

Peter Weir e Barry Levinson l’hanno capito e sfruttato al meglio, ma sono Terry Gilliam e Francis Ford Coppola ad avergli dato i ruoli più belli. Riconosciuto da pubblico e critica per quel barbone in cerca del santo Graal de La leggenda del re pescatore, consegnato ingiustamente all’oblio Jack, delizoso e lacerante.

Robin Williams era come Diego Armando Maradona: piú forte delle squadre in cui ha giocato. Non gli cucivano addosso i ruoli, come si fa con i divi come lui, lo mettevano in campo e gli passavano la palla, tanto poi ci pensava lui. E i grandi maestri gli davano i progetti più sfortunati, perché li raddrizzasse. In questo senso superiore a un altro fuggito via troppo presto, Phillip Seymour Hoffman (che recitó con lui in Patch Adams), roso dalla stessa inquietudine e dotato di uno straordinario eclettismo, ma privo della verve comica del nostro eroe.

Robin, come Diego, era capace di virtuosismi solitari come i suoi monologhi indimenticabili: dal «capitano, mio capitano» del suo maestro, di vita e di scuola, alla tirata finale contro la censura del soldato dj, dall’incredibile assolo ne La leggenda del re pescatore al finale sulla «vita spettacolare» di Jack.

Avresti compiuto 68 anni, ma la verità è che ci hai regalato decine di vite: virtuali come in Jumanji, particolarissime come ne Il mondo secondo Garp, ovviamente russe come Moscow in the Hudson. Ti sei divertito, lasciando un pezzo della tua anima a noi e prendendoti quella depressione che ti ha roso per anni, ci hai divertito. Eri un genio, ma ti piaceva che ti considerassimo un pagliaccio, magari quello di Patch Adams.
Io, nei Risvegli, ci credo. Anzi, ci conto. Robin, buon compleanno.

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