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Renato Pozzetto, gli 80 anni del ragazzo surrealista

Oltre 'Il ragazzo di campagna' c'è di più. Dalle origini lacustri agli esordi con Cochi Ponzoni. Fino alla definizione di una comicità metropolitana profetica come nessun'altra. Buon compleanno... taaac!

Renato Pozzetto a Milano negli anni '70

Foto: Angelo Deligio/Mondadori via Getty Images

Renato Pozzetto è nato il 14 luglio 1940 a Laveno-Mombello, sul Lago Maggiore. La sua intera vita artistica è stata consacrata a tutti gli italiani cui ha fatto e farà comodo, prima o poi, avere a disposizione su Milano un ragazzo-nonno surrealista. Quella personale è stata una lunghissima corsa per rituffarsi in quel lago. Se Pozzetto fosse un pesce (animale citatissimo nei suoi film, da quelli liberati nella piscina di Saxofone alle cernie che vengono donate alle signore come mazzi di rose, in Fico d’India), sarebbe infatti un grosso luccio pescato nel profondo di acque lacustri ed esposto, ancora saltellante, sui banchi di un pescivendolo nel centro di Milano. Dove, fra l’altro, Renato frequenterà l’Istituto per geometri e comincerà prestissimo ad alternare lavori per gioco e cabaret sul serio.

A Milano avvengono presto due incontri che gli cambieranno la vita. Il primo è con Aurelio Ponzoni, detto Cochi, con cui formerà un duo comico inseparabile per quasi vent’anni, e che Pozzetto ritrova al Geometri dopo averlo avuto come dirimpettaio a Gemonio, in provincia di Varese, dove le rispettive famiglie erano sfollate durante la guerra. Il secondo è quello con l’irrealtà e, in particolare, con la forma eccellente di irrealtà chiamata città.

Non c’è sketch, pezzo musicale o lungometraggio cui Pozzetto abbia preso parte senza che, al centro di esso, non ci fosse la sua autentica ossessione: il rapporto tra rurale e urbano, provinciale e metropolitano, ingenuo e scafato; naturalezza dell’animo e astrazione nei costumi, nei gusti acquisiti, contaminati e criticati in modo più o meno esplicito, più o meno sbracato. Questa Milano che incontra il varesino è altera ed elegante ma ancora inclusiva; per cui qualunque povero, operaio, ladro, immigrato poteva trasformarsi, nel momento stesso in cui vi metteva piede e nello spazio di una battuta o di un verso, in un elemento essenziale a una poetica dei contrasti che era amica intima della comicità.

È tutto così organico e spontaneo che è come se, una volta fatto il loro esordio in trattorie dove esponeva il giovane Piero Manzoni, spronati a dare continuità alle loro intuizioni dal loro autore predestinato Jannacci e dal loro nume tutelare Fo, per i due non ci fosse più molto spazio per complessi da contadino scarpe grosse e avanguardismo fino. Cochi e Renato in breve possono dedicarsi solo alla cosa che sanno fare meglio: divulgare la loro particolare idea di teatro dell’assurdo con ogni mezzo e in ogni contesto. Nasce così la poetica ponzon-pozzettiana, che li conduce dapprima a debutti in locali underground come l’Osteria dell’Oca, poi di culto come il Cab 64 e il Derby; poi ancora nelle trasmissioni televisive della Rai della fine degli anni Sessanta (dove la loro effettiva novità è ancora relativamente incompresa, da pubblico e dirigenti) e infine alla consacrazione in programmi come Il buono e il cattivo e, soprattutto, Il poeta e il contadino.

L’11 novembre 1973 la sorta di ouverture della prima puntata del Poeta e il contadino (sottotitolo: Appuntamento settimanale tra due persone che non dovevano incontrarsi) è il manifesto totale di Cochi e Renato, allo stesso modo in cui Saxofone, solo cinque anni più tardi, sarà quello di Renato solista e cinematografico. Cochi è rappresentato come il Poeta, un signore agiato che sguazza nella grande città, piegando a suo vantaggio le sue regole e le sue inevitabili sregolatezze. Renato – che ricopre il ruolo del Contadino – è da poco approdato a Milano ed è schiacciato dai suoi meccanismi, finché non li trasforma in risate sotto le luci della ribalta.

Lo sketch introduttivo li mostra mentre vengono condotti di forza agli studi lombardi della Rai. Cochi viene prelevato dalla villa nobiliare in cui, elegantissimo, sta amoreggiando con la sua donna. Renato, con altrettanta veemenza, viene fermato mentre fugge dall’ira di un barista di cui ha gravemente danneggiato il panno del biliardo. La città, al centro tra i due, è un tipo senza volto, in casco integrale, che li acciuffa e li porta in corso Sempione in una specie di sidecar bifronte, composto da un ciclomotore a pedali nel senso di marcia e una bici, inerte, in quello opposto. La loro scrittura televisiva in questa fase si legge come una serie di quadri surrealisti in movimento, pieni di simboli volontari ma ancor più di segni involontari, ma proprio per questo più fortemente connessi alla coscienza di chi scrive, di chi recita e di chi guarda.

Finalmente entrano nello studio: Cochi con la erre moscia altisonante, Renato col sacchetto della spesa in mano, ma sono la stessa persona. E, mentre pensi a come sia possibile che la televisione di Stato di cinquant’anni fa fosse anche questo, non ti era mai stato così chiaro che Cochi e Renato fossero un doppio alla Fight Club, creato dalla fantasia di qualcuno perché esistessero solo in apparente, spettacolare lotta tra loro. Nel corso delle puntate seguiranno altre ouverture e, soprattutto, numeri musicali immortali, scritti con loro da Jannacci, come Canzone intelligente. Sono canti di sgamo della prosopopea e della sacralità intorno ai cantautori coevi.

Saxofone è il primo lungometraggio diretto da Pozzetto, lo spartiacque tra il Renato originario e quello dei successi commerciali degli anni ’80. Pozzetto, lasciato completamente libero, comincia a immalinconirsi. Un equilibrio si è spezzato. Se Saxofone è una canzone di Jannacci fatta film, il suo protagonista, Sax, è una Mary Poppins al maschile, la cui umbrela è lo strumento musicale che suona nei luoghi e nei momenti più impensati, e dalla cui custodia tira fuori, all’occorrenza, alcolici e impermeabili, in una Milano in cui quasi tutto è commercio e quel poco che non lo è, come i rapporti umani, può diventare uno spettacolo a pagamento. Saxofone è il canto del cigno di un’Italia non convenzionale e non convenzionata che si guarda allo specchio e scopre, invece che un’asimmetria nasale alla Pirandello, il nuovo consumismo e il vecchio conformismo che la divorano, aperitivo dopo aperitivo. Di quel mondo che verrà si passano in rassegna tutte le nascenti contraddizioni, capitolo per capitolo.

C’è il culto del commercio, parodiato nel “vernissage” della salumeria del personaggio di Teocoli, quella col trionfo di lumache vive in vetrina. È una satira delle velleità artistiche ostentate solo per generare pecunia. Appena Sax comincia a suonare – perché gli pareva brutto presenziare a sbafo – viene cacciato: «Quelli si intendono solo di cipolline e sottaceti». C’è il mondo dello spettacolo fatto a pezzi nell’incontro di boxe, coi pugili che non vogliono combattere, il pubblico che però ha voglia di sangue, il fotografo che avverte i contendenti che, se non stanno fermi, mentre combattono, le foto verranno mosse. È un film del ’78 che vede lunghissimo; che non solo fa in tempo a premonire la Milano da bere (che sarà poi rappresentata nel pieno del suo svolgimento in altre pellicole pozzettiane), ma fa perfino qualche spoiler dell’era berlusconiana. È toccante, davanti a queste visioni fosche, la confessione d’infantilismo tattico che Renato-regista affida ai suoi figli ancora bambini, come possibile arma di difesa nel gioco alla vita. Francesca che lo protegge da un manigoldo in metropolitana; Giacomo responsabilissimo gestore di un’autofficina.

Ma è ancora più commovente il sostanziale addio a Cochi che avviene nella scena girata nella basilica di Sant’Eufemia. La scena è una lunga rielaborazione di un cavallo di battaglia del duo: La solita predica. Ed è anche un modello sublime di separazione tra sodali artistici. Renato è pieno di sensi di colpa, perché di questa Italia sarà inevitabilmente critico e alfiere al tempo stesso, e capisce che deve abbandonarlo. Ma il Cochi-parroco, per quanto gliela faccia pagare cara con le penitenze, dopo la confessione, non può che assolverlo. Prima di essere stirato da una Mini condotta da Mariangela Melato, gli raccomanda: «Se hai bisogno di me, sai dove trovarmi». E Renato non si allontana solo dal suo Cochi, ma anche da una fase della sua carriera in cui aveva pensato di potersi permettere di andare avanti ancora per anni, forse per sempre, a colpi di quelle metafore ingenue, fragranti, fatte in casa.

Senza il suo doppio Renato perderà un pezzo d’anima e guadagnerà, qualche anno più tardi, un successo commerciale inimmaginabile. Renato deve diventare un jolly per blockbuster all’italiana e bilanciare, con la sua gentilezza d’animo innata, qualunque grandeur di produttore, qualunque piccolezza di soggetto in titoli che spaziano da Ricchi, ricchissimi… praticamente in mutande a Piedipiatti. Ma quanto più Renato accetterà copioni da cassetta, tanto più si avvicinerà il ritorno a casa.

L’umorismo di Renato è verbale e intellettuale e soffre un po’ quando viene traslato nella fisicità (particolarmente nella serie delle Comiche con Paolo Villaggio). Ma, siccome il suo messaggio più intimo è preesistente a qualunque personaggio, è sempre renatopozzetto in ogni sua manifestazione. E questo non perché viva di rendita comica, ma perché il suo umorismo era nato anche per prendere per i fondelli gli sceneggiatori che sarebbero venuti dal futuro. La dialettica tra contado e centro abitato resta al centro del Ragazzo di campagna (1984) di Castellano e Pipolo, il più conosciuto, compiuto e programmatico dei film con Pozzetto, così come Saxofone era stato il più sincero ed estemporaneo. Sul finale del film il coltivatore diretto Artemio, dopo il periodo di diseducazione sentimentale trascorso a Milano, torna alla campagna per scoprire che la sua promessa sposa, Maria Rosa – un tempo osteggiata per via di un evidente provincialismo culturale, misto a uno spaventoso irsutismo facciale – è diventata ora più appetibile della stessa bellezza cittadina di cui si era erroneamente invaghito.



Allo stesso modo Renato Pozzetto, nella realtà, rallenterà la sua carriera di attore fino a tornare, qualche anno fa, al Lago Maggiore che lo aveva visto nascere e crescere, e aprire un piccolo hotel insieme alla figlia Francesca, dove è solito preparare per gli amici mitologiche cassœule, dimostrandoci a camere spente che la vera umbrela che, per tutta la vita, gli aveva riparato la testa non era altro che quella Locanda Pozzetto che per tanto tempo si era ripromesso di restaurare.

Buon compleanno Renato Pozzetto, e grazie della pazienza che hai di essere ricordato per «Taaac!» o «Eh, la Madonna!», mentre ci hai mostrato tanto spesso l’assurdo nelle cose che ci sembrano normali, leggero come un calabrone che, prima di spiccare il volo come comico, era stato (sic) socio di una ditta per impianti di ascensori. Anche se sei modernissimo, sei già fra le cose che ci mancano di più del secolo scorso, che sembra dietro l’angolo ma è sempre più lontano.