Perché agli Oscar potrebbe essere l’anno di Jonny Greenwood | Rolling Stone Italia
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Perché agli Oscar potrebbe essere l’anno di Jonny Greenwood

Il chitarrista dei Radiohead, che sta rivoluzionando la musica per il cinema sin da 'Il petroliere' di Paul Thomas Anderson, ha lavorato a tre grandi film nominati: 'Spencer', 'Licorice Pizza' e 'Il potere del cane'. Ed è candidato per la colonna sonora dell'ultimo

Foto: Shirlaine Forrest/WireImage/Getty Images


Quando tre anni fa il giornalista Daniel Dylan Wray scriveva sulle pagine di Pitchfork che avremmo assistito di lì a poco a una nuova via sperimentale per il mondo delle colonne sonore, in cui nuovi compositori avrebbero ribaltato la prevedibilità compositiva odierna, in pochi avrebbero ipotizzato che oggi sarebbe diventata lo standard per il cinema d’autore e non solo.

Questo perché l’ambiente compositivo legato alla musica per il cinema è sempre stato condizionato da due aspetti fondamentali per il suo sviluppo e affermazione. Innanzitutto la musica doveva agire unicamente come accompagnamento alla narrazione, cercando di suscitare nello spettatore degli stimoli emozionali associativi rispetto a quanto accadeva in scena, e non era prassi coinvolgere compositori che non fossero appartenenti a questa sfera per paura che ne potessero “contaminare” il linguaggio ormai standardizzato verso nuove e moderne tecniche sperimentali.

Ma, ragionando attentamente sul percorso storiografico di questa disciplina artistica, non è un caso che proprio i compositori che più si distaccavano, per formazione artistica, dalla sonorizzazione per immagini siano poi riusciti effettivamente a raccontare minuziosamente l’evolversi del linguaggio cinematografico.

Se si pensa, ad esempio, a due grandi maestri che hanno segnato il linguaggio musicale cinematografico del Novecento come Bernard Herrmann ed Ennio Morricone, entrambi crebbero artisticamente in ambienti considerati avulsi al mondo della musica per il cinema, ma proprio per questo riuscirono a creare una nuova forma linguistica e compositiva così forte, tanto da legarla strettamente all’estetica dei registi che ne scoprirono l’attitudine e il talento sconfinato.

Ed è in questo nuovo scenario che tutti gli onori ricadono sull’homo novus Jonny Greenwood, che solamente nell’ultimo anno ha firmato le colonne sonore del Potere del cane diretto da Jane Campion, candidato all’Academy Award per best original score (è la seconda candidatura dopo quella per Il filo nascosto), e di Spencer di Pablo Larraín, e ha composto il tema musicale di Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, il suo regista feticcio per antonomasia fin da Il petroliere.

Più di qualunque altro compositore per il cinema, Greenwood ha saputo sfruttare la sua formazione a servizio delle sperimentazioni dei grandi musicisti europei del Novecento, che già nel cinema di Kubrick avevano rappresentato una vera e propria rivoluzione del linguaggio cinematografico, a partire dal postmodernismo di Krzysztof Penderecki, in cui il tempo musicale non si misura più in battute ma in secondi, definizione che sembra cucita alla perfezione sul personaggio irrequieto di Daniel Plainview nel Petroliere, fino allo studio della scala ottotonica (una scala composta da otto suoni o toni, che procede per toni e semitoni alternati rigorosamente) teorizzata da Olivier Messiaen.

Gli studi compositivi di Messiaen basati sulla musica ottotonica o, come definita dallo stesso compositore francese, “modi a trasposizione limitata” hanno permesso a Greenwood di poter indagare la congiunzione sensoriale che avviene tra l’udito e gli altri sensi quando si manifesta l’incontro e la sovrapposizione di più accordi simmetrici (determinati da una scala che divide equamente l’ottava senza permettere di definire una tonica, quindi l’accordo dominante), sfociando in visioni di carattere sacro o mistico, elementi che risultavano centrali sia per la costruzione sonora di The Master che per la realtà allegorica nel Potere del cane.

Come racconta in una lunghissima intervista rilasciata ad Alex Ross del New Yorker, Greenwood ricorda di essersi avvicinato per la prima volta al mondo della musica per il cinema eseguendo dal vivo, con l’orchestra giovanile di Oxford, la colonna sonora di Assassinio sull’Orient Express di Richard Rodney Bennet. Ma è stato proprio con Paul Thomas Anderson – che si accorse di lui recuperando il bootleg di Popcorn Superhet Receive (sincronizzata poi per Il petroliere), opera commissionata da BBC Radio – che comprese la reale importanza di una composizione per immagini.

«È ancora un po’ strano per me scrivere musica per film, ma sono davvero felice di lavorare con le persone. Quello che amo della musica da cinema è che c’è un regista con cui trascorrere mesi, si spera, scambiando idee ed entusiasmi per vari strumenti e stili musicali. Molti film sono composti da musica temporanea, e poi due, tre settimane prima della scadenza inizia il lavoro sulla colonna sonora, il che mi sembra folle. Sono stato fortunato a stare con persone intelligenti come Paul, che ovviamente è ossessionato da ogni parte del film mentre è ancora in fase di scrittura».

La sua ricerca sonora si basa proprio sull’alterare l’aspetto sensoriale ed immaginifico di ogni sua composizione ancor prima che il film sia compiuto: «Ogni composizione di Greenwood racconta una storia che non può essere espressa visivamente. Usa la musica per metterci nella testa di un personaggio mostrandoci il suo tumulto interiore», come l’ipnotica sequenza di violoncello, suonato come fosse un banjo, per rappresentare l’animo tormentato di Phil Burbank (Benedict Cumberbatch) nel Potere del cane.

Come ha dichiarato lo stesso Greenwood sempre al New Yorker: «C’è molta cultura nel personaggio di Phil. È colto e non è difficile immaginare che i suoi gusti musicali siano molto sofisticati. È una bella trasfigurazione del tradizionale ritratto del cowboy e ciò lo rende una presenza ancor più minacciosa».

Oltre la cultura sperimentale europea del Novecento, uno degli aspetti più interessanti che hanno influenzato attualmente la visione compositiva di Greenwood è la condizione viscerale e violenta che alle volte si nasconde all’interno delle composizioni: «Dopo aver letto Music: A Subversive History di Ted Gioia, dove analizza come l’orchestra sia composta da parti di animali, ossa di animali, pelle di animali, budella di gatto, veri e propri corni, ho scelto di usare strumenti tradizionali, ma di farli suonare come se ci fosse qualcosa di leggermente sbagliato in loro. Rendi evidente che è un essere umano a produrre determinati suoni, che vengono riprodotti con fatica, sudore e respiro».

Ma cosa rende Greenwood così unico per il mondo della musica nel cinema contemporaneo? Il musicista britannico, al di là degli aspetti intrinseci al mondo della composizione, più di chiunque altro ha saputo intravedere e reinterpretare la fine dei grandi temi che venivano utilizzati principalmente per sorreggere le immagini che tante volte negli effetti visivi sembravano un po’ primitive.

In un cinema sempre più iperrealistico, l’accompagnamento sonoro deve essere minimale, innalzare gli aspetti sensoriali delle ambientazioni e dei personaggi in scene in cui la ricercatezza sonora e gli aspetti emozionali/psicologici diventino l’unica e principale fonte sonora. Ed è qui che Jonny Greenwood, fin dal Petroliere, ha saputo collocare la sua sapienza, tanto da essere oggi il compositore specchio della nuova Hollywood.