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‘Per Lucio’ racconta Dalla come nessuno mai

Pietro Marcello vivifica il repertorio di Dalla in un documentario che non si limita a mettere in fila fatti e testimonianze, ma racconta l'Italia che ha generato e ha poi cantato queste canzoni

Lucio Dalla

Foto: dal documentario 'Per Lucio'

Alla Berlinale 71, nella sezione Berlinale Special, quest’anno c’è Pietro Marcello, il regista di film documentari grandiosi come La bocca del lupo, per citarne uno e, in ultimo, un Martin Eden pluripremiato – tra le altre cose anche con la Coppa Volpi a Luca Marinelli per la miglior interpretazione maschile del protagonista. Che Marcello avesse un rapporto accurato e speciale, cinematograficamente profondo non solo con il suono ma proprio con la musica l’ho capito in modo netto dalla scena iniziale di Martin Eden quando, in una bellissima sequenza d’archivio ambientata su una nave, a un certo punto è partita una delle canzoni più struggenti e segrete della canzone italiana: Piccere’ di Daniele Pace, tratta dal disco solista che l’autore e membro degli Squallor ha pubblicato nel 1979: Vitamina C. Quella sequenza mi commosse al punto che quando finì, nonostante non sapessi che il film mi avrebbe esaltata e commossa altrettanto in diversi altri momenti, sarei tornata al cinema a vederlo una seconda volta – e così feci.

In quella sequenza c’era dunque qualcosa di più dell’ottima scelta di una perla nascosta della discografia italiana, c’era l’evidente segnale della perfetta comprensione del senso più celato di quel pezzo e l’individuazione netta di quanto le sue radici emotive, intime, avessero a che fare con quelle della sequenza del film e quindi dovessero stare con lei, accoppiarsi con lei in qualche modo, oltre i margini d’età e immaginario della grana di quella sequenza cinematografica e di quel brano musicale.

Pietro Marcello, a questa Berlinale Special, porta un film documentario che mostra questo processo su scala assai più ampia: si intitola Per Lucio e il protagonista, almeno in prima battuta, è Lucio Dalla. Dire che più che semplicemente Lucio Dalla, qui, sono protagoniste le canzoni di Dalla sarebbe riduttivo, non renderebbe l’idea di un’opera come non ne abbiamo viste mai, preziosa per il taglio iper poetico e assolutamente inedito che vivifica le canzoni mostrando allo spettatore il mondo che le ha originate e il mondo a cui hanno parlato.

Le canzoni, qui, sono in special modo quelle del periodo che va dal 1973 al 1976, quelle scritte su testi del poeta e intellettuale Roberto Roversi – e confluite negli album Il giorno aveva cinque teste, Anidride solforosa, Automobili – con un accenno agli esordi e un gran finale concentrato sul periodo di maggior successo di Dalla, quello della fine degli anni ’70 che va dall’inizio del suo lavoro anche come paroliere dei suoi brani con Come è profondo il mare fino all’esplosione di Dalla del 1980. Pietro Marcello fa qualcosa che sullo schermo non si è mai visto prima parlando di documentario musicale e compie un vero miracolo insieme di puntualità e lirismo, dando origine a quello che secondo chi scrive potrebbe essere lo stampo originario, il primo esempio (in quanto opera appunto esemplare) di una lunga serie di racconti della canzone italiana dei classici e dei classici moderni che potrebbero partire dalla vera essenza di queste canzoni e cioè non soltanto la musica, la discografia, i suoni, la scrittura ma l’esterno, l’Italia che le ha generate e a cui si sono rivolte.

Foto: dal documentario ‘Per Lucio’

Marcello, secondo la profonda convinzione per cui il cinema è un corpo unico di cui il documentario è uno strumento, un modo come gli altri perfettamente integrato nella stessa definizione di cosa è cinema, costruisce, come è solito fare, un film documentario dove il girato incontra il footage, il materiale d’archivio: un buon numero di straordinarie chicche in cui Dalla è protagonista – interviste mai viste prima né tantomeno mai utilizzate che vanno da scambi giovanili con i giornalisti al suo intervento a una conversazione televisiva di gruppo con Bettino Craxi che vedeva protagonisti con lui Renato Guttuso, Alberto Arbasino, Alberto Ronchey, Giorgio Strehler – incontra quindi materiali dove Dalla in apparenza non c’è ma sta nell’essenza di tutto ciò che vediamo, non certo perché ne ha fatto racconto didascalico ma proprio per averne tradotto l’essenza in musica. Pietro Marcello si avvale allora tra gli altri dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, della Fondazione Nazionale del Cinema Impresa, dell’Archivio Nazionale del Cinema della Resistenza e soprattutto di un archivio straordinario di recente costituzione, quello degli Home Movies, cioè l’Archivio Nazionale dei Film della Famiglia, che raccoglie materiale in 16mm, 8mm e Super8 in cui troviamo, appunto, filmini di famiglia, riprese di vacanze in riviera, compleanni, feste, vita nei luoghi quotidiani di più di mezzo secolo di storia di persone d’Italia.

Da questo materiale nasce allora un ritratto di Dalla che non cerca la compiutezza algida della resa di una vicenda artistica ma punta all’essenza, al magma incandescente di una discografia e di una storia musicale che hanno ritratto la nazione, dal dopoguerra agli inoltrati 2000. Lucio Dalla, insomma, imprendibile per ricchezza e multiformità, non lo racconti tramite una narrazione dell’avvicendarsi discografico delle sue canzoni ma entrando nelle canzoni e mostrando non solo la materia viva di quei racconti ma pure il popolo a cui quei racconti hanno parlato, un popolo che va dal professore al proletario, fino all’emigrato, al sottoproletario.

In questo senso anche l’uso delle canzoni nel film è rivoluzionario e sembra dare il via a un modo nuovo di concepire la struttura stessa del documentario musicale: non più un collage inutile di piccoli frammenti di canzoni che si rincorrono ma canzoni per poco non intere, lunghi, a volte lunghissimi estratti che vanno qui da un’apertura commovente con Lunedì film – e immagini della fine dei ’70 con l’Italia che balla illuminata a strobo sui dancefloor delle discoteche – fino a Futura, nell’anno in cui il racconto di Marcello, almeno storicamente, si ferma. Non sono allora soltanto stupefacenti (e lo sono eccome, sia chiaro) le scene di Dalla ma quelle che accompagnano le sue canzoni e che sembrano in qualche modo formarne il prisma. Certo, vediamo Dalla che fa ginnastica aggrappato a un pino marittimo alle Isole Tremiti, Dalla che dice di voler andare d’accordo con tutti e vivere tranquillo ma di desiderare anche l’opposto di tutto questo, Dalla che racconta che se non avesse fatto il cantante avrebbe fatto volentieri l’imbianchino perché gli piacciono i colori, Dalla che risponde «io!» alla domanda «ma chi è Lucio Dalla?», Dalla che racconta di essere passato dal jazz alla canzone non solo per qualche soldo in più e per smettere certe volte di dormire per strada ma per il desiderio di entrare in comunicazione con gli altri – cosa che la canzone gli avrebbe permesso e il jazz no – e faccenda che, come raccontavo da queste parti in occasione dell’uscita della raccolta di interviste E ricomincia il canto uscita di recente per Il Saggiatore, è questione centrale per il musicista, motore a non smettere di fare il mestiere di cantante e autore: il contatto con gli altri, la comunicazione con il prossimo.

Il racconto del film si muove su due piani. Da una parte, abbiamo detto, la storia politica, sociale, intima d’Italia che non faceva da fondale ma animava le canzoni di Dalla – da tutte le canzoni legate al mondo operaio torinese della Fiat alla strage di Bologna del 2 agosto 1980 con Pertini visibilmente scosso, risoluto ancorché tramortito che arriva davanti alla stazione, passando per un numero enorme, struggente, sconcertante di scene di feste, di danze sui pattini a rotelle e balli lenti in coppia e soprattutto di baci, una marea di baci, baci d’ogni forma, grana, amore, baci spiati dallo stesso Dalla in un parco, baci al mare, baci a Roma, baci sulle panchine, nelle case, in un mondo che non conosciamo né abbiamo mai potuto conoscere ma che da qualche parte, nelle ossa, è il nostro mondo. Dall’altra parte lo scambio con lo storico manager di Dalla dal 1966, Tobia, e con l’amico d’infanzia e di una vita, Stefano Bonaga. Prima vediamo Tobia raccontare a Marcello, al cimitero sulla strada verso la tomba di Roversi, chicche sugli esordi di Dalla, con la madre che lo voleva studente e non nullafacente perso dietro alla musica (che Dalla nemmeno sapeva leggere) alle difficoltà degli inizi e poi Tobia e Stefano Bonaga conversano a un tavolo, ovviamente all’Osteria Da Vito, a Bologna (ristorante e luogo d’elezione delle conversazioni e della mangiate notturne di quella Bologna di musicisti e cantautori) e ne sentiamo di davvero bellissime.

Scopriamo allora due uomini di grande intelligenza, umanità e spessore che sono stati al fianco di Dalla per tutta la vita, rivelarcelo con la tenerezza spogliata di chi ha avuto davanti un grande essere umano e questo, incrociato a tutto il resto – le canzoni, le immagini scelte – è motore di grande commozione (chi di noi non vorrebbe essere ricordato così felicemente dopo la morte da due che sanno tutto quello che abbiamo fatto in vita?). Lucio che si è fatto tutto da solo, Lucio attento a tutte le anomalie del mondo, Lucio felice quando un suo disco esce e gli piace fino in fondo, Lucio che si faceva – cito – inondare dalla vita, non con passività, ma rigenerandone per gli altri, Lucio che ha fatto ciò che ha fatto perché si sentiva respinto, inadatto, Lucio sciatto nel vestire e Lucio vanitoso, anzi, “fighetto”, che a un certo punto va da Cesare Ragazzi per rifarsi la chioma, Lucio uno dei pochi creativi che sapeva anche stare al mondo, Lucio che man mano che guadagnava soldi ampliava i suoi spazi, le case, gli appartamente, le Tremiti… Lucio migliore nell’istinto che nella riflessione.

Il desiderio, vedendo un’opera simile, è cinematograficamente primigenio, naturale, selvaggio: chiamare chi ami, tutti quelli che ami e dire loro: venite, venire a vedere questa cosa. Questo, va detto, non solo perché siamo di fronte a un film di impressionante meraviglia interiorizzata e restituita, ma perché Per Lucio è anche un film politico che, come tale, va mostrato e richiama il bisogno di farsi manifesto, condiviso. Un film politico in modo trasversale come sempre lo fu Dalla, e politico in modo invece diretto e nel suo tempo come invece fu Roversi. Per Lucio è un film che ripesca alcune istanze pasolinane, quelle in difesa dell’età del pane e della civiltà contadina che PPP vedeva dolorosamente scomparire davanti ai suoi occhi a mano a mano che avanzava nel mondo, e vi si annidava, la civiltà dei consumi e del capitalismo, tematiche che erano care anche a Roversi e che lo sono dunque state, e molto, anche in una parte della storia della canzone di Dalla.

Materiale di riflessione ricchissimo, questo film, nato dalla conoscenza sin dall’infanzia sperimentata da Marcello con la musica di questo autore, poi ispirazione sonora anche del suo La bocca del lupo (presentato proprio con Dalla al pubblico bolognese) meriterebbe così tanto non solo il mondo ma proprio, specificamente, l’Italia, il cinema, le luci spente in sala: «è un film fatto da terroni sulla pianura padana», dice il regista casertano, «un film per Bologna, dove dopo i miei primissimi lavori mi recai specificamente per andare a casa di Lucio e lasciargli tutto quello che avevo fatto sotto lo zerbino di Via d’Azeglio».

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