Pedro Almodóvar, tutto su due madri | Rolling Stone Italia

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Pedro Almodóvar, tutto su due madri

E sulla Spagna intera. ‘Madres paralelas’, che ha aperto la 78esima Mostra del cinema di Venezia, è una storia di donne e di politica. Che permette di allargare lo sguardo (e di non isolarsi più)

Pedro Almodóvar presenta ‘Madres paralelas’ con Penélope Cruz e Milena Smit a Venezia 78

Foto: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Le cose più belle sul lockdown che tutti abbiamo passato le ha scritte Pedro Almodóvar, e dentro ci ha trasferito le emozioni che c’erano nel suo film di prima e in quello che sarebbe venuto subito dopo (o durante). Prima: Dolor y gloria, la più bella (falsa) autofiction di sempre, ma basterebbe anche dire un capolavoro, punto. Dopo (o durante): The Human Voice, a Venezia 2020, cortometraggio che vale quanto un’opera densissima, con Tilda Swinton che monologava su Cocteau ma in realtà parlava del (e al) nostro isolamento, in ogni accezione.

Dopo ancora, cioè adesso, arriva Madres paralelas, che ha aperto Venezia 78, e che sembra riaprire tutto: il dialogo con il suo cinema di prima, di sempre, innanzitutto. La pandemia forse non è ancora finita, ma il sentimento pare quello di allargare, espandere, a volte pure strabordare, e va bene così. Janis, il personaggio di Penélope Cruz, ha sul desktop del computer un sacco di file in disordine, cartelle e documenti sparsi. (Io che ho tutto ben incolonnato sento sempre un brivido, di fronte alla gente, pure immaginaria, che fa così.) Mi piace pensare che sia il desktop di Pedro, con le sue idee forse venute proprio nella solitudine coatta, e poi riacciuffate, mischiate, appunto allargate.

Foto: El Deseo

Vi diranno che questo film in realtà sono due, e probabilmente è vero. Uno è il soggetto che stava su quel desktop da molti anni (pare), e cioè quello strettamente legato alle madri del titolo; l’altro finisce per abbracciare la storia della Spagna tutta, i fantasmi letteralmente sepolti, i conti con la memoria che, forse, si fanno nel silenzio, nel vuoto. In realtà, sono due storie che stanno benissimo insieme, due motori di ricerca (pardon) che esplorano colpe e rimossi, tensioni e assoluzioni, egoismi e condivisioni.

L’altra immagine apparentemente banale che mi resta del film, insieme al desktop, è il grande jamón che Janis/Penélope tiene in cucina avvolto in uno strofinaccio. Lo offre al suo amante, le fettine messe sul piatto tradizionalmente come un fiore. Ed è come se Almodóvar facesse a fette la sua storia (le sue storie), una alla volta, togliendo gli strati e offrendoli allo spettatore che sa già cosa aspettarsi, eppure è costantemente sorpreso.

Per abbandonare la terribile ma funzionale (almeno per me) metafora del prosciutto, passiamo alla sorpresa. Che non c’è, e però è sempre presentissima nello sviluppo della trama. La vicenda delle due madri che partoriscono lo stesso giorno (l’altra è la giovanissima, e altrettanto bravissima, Milena Smit) ha tutti i crismi del classico mélo di donne: tanto per cominciare, il doppio tra la giovane e la più adulta (con la seconda che, di fronte all’ignoranza della prima dell’esistenza di Janis Joplin, alza gli occhi al cielo come tutti noi nati nel Novecento). E poi i silenzi, i tradimenti, i ribaltamenti ovvi ma, appunto, efficacissimi, il teatro (in tutti i sensi), la vanità (le fotografie, le griffe), la falsa pista noir (quanti coltelli). C’è tutto quello che ti aspetti, ed è tutto quello che serve.

Il cinema di Almodóvar è, con gli anni, sempre più pulito, affilato, diritto, asciutto. Gli ambienti, almeno da tre/quattro film, sono praticamente la stessa casa, la stessa vita, lo stesso punto di partenza per la sua (psico)analisi personale e collettiva. Qua lo spettro è quello della guerra civile spagnola, ma non è pretestuoso: è un’altra ricerca, si diceva, un altro punto di osservazione sulle vite di tutti, tutte diverse e tutte uguali.

“We Should All Be Feminists”, si legge sulla maglietta (Dior) di Janis/Penélope: quello è l’altro tema che da Pedro ti aspetti sempre, e che non è più una notizia. È tutto sul piatto, come i suoi petali di jamón (chiedo scusa per l’ultima volta). Pedro non è “il regista delle donne”, è il regista delle storie e delle persone, e quest’altra pagina del suo diario ne è la conferma.