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Pedro Almodóvar, insegnaci (ancora) la vita

Non che non l’abbia già fatto abbastanza. Ma ‘The Human Voice’, il corto con Tilda Swinton presentato a Venezia 77, è un’ottima ragione in più

Pedro Almodóvar e Tilda Swinton al photocall veneziano rigorosamente “distanziato” per ‘The Human Voice’

Foto: Tiziana Fabi/AFP/Getty Images)

Pedro Almodóvar ha scritto il più bel diario del lockdown. Era come noi (vabbè, meglio di noi): non voleva far nulla, aveva paura, non riusciva a lavorare, era stufo. Alla fine, si è messo a rivedere vecchi film. Poi però Pedro Almodóvar è Pedro Almodóvar, non è rimasto in tuta (per quanto disegnata da Miuccia) e, subito dopo lo sblocco, a lavorare ci si è messo davvero. Ne è uscito un corto di trenta minuti che – e il cerchio si chiude: Pedro è Pedro, è già stato detto? – pare la sintesi perfetta del lockdown (e, non fosse ancora abbastanza chiaro, del fatto che il suo isolamento è stato uguale al nostro, ma meglio). Oggi il piccolo grande film è qua a Venezia, e s’intitola The Human Voice perché viene dal monologo rifattissimo, abusatissimo, che ci è venuto a nauseissima La voce umana di Jean Cocteau: l’ultima attestazione celebre è la versione starring Sophia Loren del 2014, diretta dal figlio Edoardo Ponti. Però quella di Pedro è una roba di ora e di qui: la lunga telefonata della donna piantata all’ex moroso non avviene più via cornetta mi-am(av)i-ma-quanto-mi-am(av)i?, è fatta tramite airpod. Lezione numero uno: Pedro non solo c’insegna come uscire splendidamente dalla pandemia, ma anche a rifare le cose di prima, pensandole in modo nuovo.

The Human Voice è anche il suo primo film in inglese. Pedro, come noi, è pigro, ha sempre detto che in un’altra lingua non ci ha mai voluto lavorare perché è difficile, e quindi è rimasto dentro il cinema spagnolo, di fatto inventandolo e reinventandolo tutte le volte. Non s’è lasciato sedurre nemmeno da Meryl Streep, quando si sono corteggiati a vicenda per un adattamento delle storie di Alice Munro (che tornano come autocitazione in questo corto, tra i libri sul tavolino: che classe). L’attrice della nuova Voce umana, lo sapete, è Tilda Swinton, che swintoneggia meno del solito nelle sue deliziose tutine rosse (lockdown!) a coste, è bravissima e si capisce che Pedro l’ha saputa dirigere anche nel più inglese degli accenti inglesi. Pedro è come noi (ma meglio di noi): dice di non voler fare le cose non perché non ne è capace, ma perché non c’ha voglia. Lezione numero due: non bisogna amare le sfide (io quelli che dicono «amo le sfide» li detesto), bisogna fare quello che si vuole quando viene e come viene. Oggi è venuto il film in inglese. Di mezz’ora. Chi l’ha detto che bisogna far fatica per forza.

Tilda Swinton in ‘The Human Voice’. Foto: Fernando Iglesias/El Deseo

Pedro Almodóvar è meglio di noi perché come tutti noi parla continuamente di sé, ma la sua vita è più interessante della nostra. La casa della protagonista di The Human Voice è di fatto quella di Pedro: quella in cui ha girato Dolor y gloria, quella in cui ha passato il lockdown. Solo che è rifatta in studio: il cinema è la vita senza lo scaldabagno che perde. Nella casa vera/falsa di Pedro/Tilda ci sono i dvd dei film cari ad Almodóvar come Kill Bill Il filo nascosto: c’è sempre da fidarsi di più dei registi che non citano solo Fritz Lang, ma anche i bravi colleghi viventi. I vecchi amori pianti al telefono sono quelli di Pedro, i colori quelli di Pedro, la macchinetta Nespresso quella di Pedro. Perché pure le marchette sono travestite con grandi intuizioni di scrittura. Lezione numero tre, che capirete solo dopo aver visto il film: quando dovrete sbarazzarvi per sempre delle vecchie lettere di un vecchio amore, chiudetele in un bauletto di Chanel.