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Oscar 2021: il meglio e il peggio della serata

Dalla mattatrice Youn Yuh-jung di 'Minari' (featuring Brad Pitt) ai premi italiani mancati

Youn Yuh-jung, premiata come non protagonista per ‘Minari’, con Brad Pitt

Foto: Chris Pizzello/Pool via Getty Images

Sembrava tutto scrittissimo e politically correctissimo. E invece è arrivata la zampata finale. Quella di Frances McDormand (che non se lo aspettava manco lei, vedi discorso un po’ meh) e di Anthony Hopkins, migliori attori contro ogni previsione (soprattutto lui, che ha avuto la meglio su Chadwick Boseman). Se così non fosse stato, gli Oscar 2021 avrebbero avuto un solo vincitore: la diversity. Che comunque ha dato un bello scossone a Hollywood nell’edizione più multietnica di sempre, con ovvia (e giusta, visto l’anno anche simbolico di lotte e rivendicazioni) maggioranza di black e asian. Il cinema è cambiato, non è più una notizia: ora però arriva la certificazione ufficiale della più importante istituzione cinematografica d’America e del mondo, che si ripulisce la coscienza dopo gli #OscarsSoWhite passati. Ma, lead actors a parte, l’inclusività è spalmata: il trofeo di best movie non va a Judas and the Black Messiah, il film più esemplare in questo senso, ma a Nomadland, storia sì americanissima, ma che conferma tra i grandi della New Hollywood Chloé Zhao, regista cinese indie e firma del MCU che verrà (con Eternals). È la seconda donna a vincere la statuetta dopo Kathryn Bigelow per The Hurt Locker, e la prima asiatica.

Se la potenza simbolica della serata passerà agli annali, lo stesso non si può dire di ritmo e confezione di una cerimonia che sconta, certamente, la terribile annata alle spalle, ma che non riesce a tradurre tutte le pur buone idee in uno spettacolo appassionante. Per dire: perché assegnare il premio più “pesante”, quello di miglior film (celebrato da un “giffabilissimo” ululato della protagonista e produttrice Frances McDormand in omaggio al production sound mixer del film Michael Wolf Snyder, dopo l’appello per la ripartenza dei cinema), prima di quelli ad attore e attrice? Molto probabile che l’Academy sperasse di chiudere con la commozione di una statuetta postuma a Boseman praticamente certa, ma – surprise! – è arrivato invece un inaspettato (non per noi) riconoscimento a Hopkins, il vincitore più anziano di sempre. E il fatto che l’attore britannico non fosse presente in sala a ritirarlo non ha certo aiutato la causa di autori e producer. Tra (pochi) momenti riusciti e tanta noia, ecco il best-and-worst della serata.

Meglio: La location

La Union Station di Los Angeles, che ricorda le prime cerimonie degli Oscar (era il Novecento, qualcuno se lo ricorda?), è una scelta quantomai azzeccata. Tolta la formalità del Dolby Theatre, il premio riacquista un valore più caldo, intimo, “casalingo”: rappresentare anche visivamente il fatto che Hollywood è una grande famiglia era la cosa migliore, seppur didascalica, dopo questa annata in lockdown. E pure il pre-cerimonia en plein air (solo con discutibile arredamento, tra festa di Bling Empire e Mondo Convenienza) funziona, e anima il solito red carpet bidimensionale: «Quanta gente!», urla Reese Witherspoon stupita (come tutti) di fronte a un happening così “affollato”. Quanto allo show vero e proprio, la location si rivela perfetta. Non si sente affatto la mancanza del solito monologo comico iniziale, visto l’ingresso in scena di Regina King da vera… regina (pardon). Un défilé dall’entrata della stazione al palco allestito per le premiazioni e poche parole, calde anch’esse. Il ghiaccio è rotto presto e facilmente, con la classe di una diva contemporanea e insieme instant classic. Un momento da Vecchia Hollywood, per far dimenticare battute e polemiche dell’attualità: a questo giro ci voleva.

Peggio: Il ritmo

Benissimo il clima informal-scazzato dato anche dalla location meno ingessata del solito (vedi sopra). Ma, senza una vera guida alla conduzione, la “narrazione” dello spettacolo va a caso e il ritmo latita dopo neanche quaranta minuti dall’inizio della cerimonia. Di più: il trend è il “presomalismo”, nel senso che gli stessi protagonisti della serata sembrano presi malissimo. Il nome di riferimento, in questo senso, è Daniel Kaluuya, che vince pure; e regala un discorso pimpante, quando riceve la statuetta per Judas and the Black Messiah. Peccato che prima abbia piazzato più di una faccia del tipo “ma quanto dura ‘sta roba?”. Contagiando anche il collega LaKeith Stanfield e… sua madre. La quale, durante lo speech del figlio, invece di commuoversi fa “no no” con la testa: non benissimo. A metà (no: meno) serata, ci provano a movimentare un po’ le cose, assegnando la statuetta al miglior regista che solitamente arriva alla fine. Ma poi vince (meritatamente) Chloé Zhao: non esattamente una che ti risolleva la situa. Ah, l’In Memoriam non era a velocità doppia, anche se sembrava.

Meglio: Le performance musicali del pre-show

Se i grandi numeri musicali sul palco del Dolby Theatre non s’hanno da fare (causa Covid), la terrazza del pubblicizzatissimo neo Museo dell’Academy (con sfondo che pare Rozzano) è qui per rimediare. E fare da “splendida cornice” (cit.) alle cinque esibizioni (in realtà 4 + 1) dei candidati per la migliore canzone originale, che interrompono e sollevano un po’ le inutilissime interviste sul tappeto rosso pre-cerimonia. Per noi trionfa la performance in solitaria, intima e potentissima di Leslie Odom Jr. con l’ispirata ballad Speak Now per One Night in Miami… Seguono a pari merito le meravigliose (anche nel look) Celeste con Hear My Voice, sontuosa ballad composta con Daniel Pemberton (che al piano pare Keith Urban in rehab) per Il processo ai Chicago 7, e H.E.R. (alla batteria) con Fight for You, che dà un sound urban a Judas and the Black Messiah. Direttamente dall’Islanda, la Demi Lovato artica (aka Molly Sandén) canta Husavik (da Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga), la sorpresa della cinquina, con coro di bimbi nei maglioni tipici, i fuochi d’artificio e l’aurora boreale. Laura Pausini in giacca oversize alla Lady Gaga ce la mette tutta accompagnata da Diane Warren e dall’orchestra in rosso, ma contro la potenza degli inni #BlackLivesMatter e dei loro interpreti può fare poco. E infatti l’Oscar non è suo, ma di H.E.R. (pardon). Giustissimo così.

Peggio: Gli Oscar italiani mancati

La polemichetta? Eccola servita. E non è solo patriottica. O meglio: ci sarebbe ovviamente piaciuto vedere premiati il “trucco e parrucco” (di Mark Coulier, Dalia Colli e Francesco Pegoretti) e i costumi (di Massimo Cantini Parrini) per Pinocchio di Matteo Garrone anche per orgoglio tricolore, ma il punto non è questo: è che avrebbero davvero meritato le due statuette. A non meritarle, diciamolo chiaramente, sono invece i vincitori, entrambi premiati per Ma Rainey’s Black Bottom (e di cui una, la pur bravissima costumista Ann Roth, che a 89 anni diventa uno dei vincitori più anziani di sempre). Perché il make-up è di fatto il singolo “mascherone” dipinto sul volto di Viola Davis, e lo stesso vale per i costumi: un solo vestito o quasi, se non si contano i classicissimi completi dei musicisti che affiancano la protagonista (tra cui il compianto Chadwick Boseman). Niente a che vedere con l’artigianato nostrano messo in campo per Pinocchio, e la magnifica ricchezza del risultato. Quanto alle canzoni, era difficile che Laura potesse vincere vista l’ondata di ottimi brani #BlackLivesMatter e di relative grandi voci. Insomma, palo. Doveva anna’ così.

Meglio: La coppia Brad Pitt/Youn Yuh-jung

Per noi era il momento più atteso della serata: Brad Pitt che premia Youn Yuh-jung, la nonna scatenata di Minari. Lui spara a raffica le battute scritte per presentare le candidate perché vuole tornarsene a casa, ché il divorzio da Angie evidentemente lo sta provando più del previsto (vedi anche il capello non proprio glam). Parentesi: all’annuncio della vittoria (scontata) dell’attrice coreana, Glenn Close rimane a bocca asciutta nonostante l’ottava nomination. E recita benissimo la parte dell’entusiasta per la vittoria asian. Intanto Youn, elegantissima in nera e luminosa (al limite del lucido), passa davanti a Daniel Kaluuya e fa un piccolo inchino prima di salire sul palco. Così. Esordisce con «sono onorata di conoscere finalmente Brad Pitt» (che è pure il produttore di Minari e se la ride, of course). Poi si presenta e dice di aver perdonato chi ha pronunciato male il suo nome nei mesi scorsi, e cioè tutti. 73 anni e, rispetto ai discorsi precedenti, il suo pare un numero di stand up comedy. Dice che lei e le colleghe non possono competere, «è solo che stasera io sono più fortunata di voi, o magari è l’ospitalità americana per noi attori coreani». Risate. Poi Brad da perfetto valletto le indica l’uscita, la prende sotto braccio, ma dietro le quinte la regia stacca (criminali). Youn mattatrice indiscussa.

Peggio: La direzione musicale di Questlove in stile ricevimento di nozze

Visto che gli Oscar Covid-proof avevano la situation pochi intimi, il mood formale e lo spirito familiare di un party di nozze, perché farci mancare il dj? Entering Questlove (quasi irriconoscibile) “alla consolleeee”: la sua direzione musicale non è ovviamente “il peggio”. È di certo un tentativo di fare qualcosa di diverso, di spezzare la solita cerimoniosissima cerimoniosità dell’evento. Ma, almeno per il momento, è un esperimento fallito. Perché qua e là pare davvero l’intrattenitore che fa partire il trenino ai matrimoni. O meglio (anzi, peggio: e qui davvero), che fa twerkare Glenn Close alle 4.45 di mattina ora italiana. Tutto vero.

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