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Non c’è nulla di più garroniano di ‘Gomorra’, e anche i garroniani dovrebbero ricordarselo

Perché era «qualcosa di nuovo», perché ha «trasfigurato la realtà», perché ha cambiato il cinema (non solo) italiano al punto da diventare ‘altro’ dal suo autore. Lo conferma la New Edition, in onda stasera su Rai 3

‘Gomorra’ di Matteo Garrone (2008)

Foto: 01 Distribution

Il mondo, sostiene da sempre un’amica che sottoscrivo, si divide tra chi ama Closer e chi no. Immaginerete da che parte si deve stare, però adesso non c’entra. Il mondo si divide anche in garroniani e sorrentiniani, il che a sua volta non c’entra con «Hello, stranger», e «What are you, twelve?», e tutto il resto; e che non è nemmeno una demarcazione così semplice e immediata. L’ho sperimentato negli anni: i garroniani, anche se non sono diventati sorrentiniani, hanno amato molti film di Sorrentino. Più raro veder accadere il contrario: chi non è nato garroniano è dura che lo diventi, dirà sempre «Il racconto dei racconti? Bah…», «Capisco l’operazione Pinocchio, però…». Manco Dogman gli è andato bene.

La divisione, per quanto imprecisa, risale al 2008, anno in cui a Cannes andarono sia Gomorra sia Il Divo. Avrebbero meritato entrambi la Palma d’oro, vinse il pur notevole La classe – Entre les murs di Laurent Cantet, che oggi però ricordano in pochi, mentre il film di Garrone (Grand prix speciale della giuria) e quello di Sorrentino (Premio della giuria) hanno certificato i due autori italiani sulla piazza internazionale, hanno fatto del teatrante Servillo una star del cinema, e sono diventati, ciascuno a suo modo, due classici.

(Qualche spettatore, soprattutto straniero, non sarà d’accordo con quest’ultima affermazione. C’è in giro da poco on demand Un’educazione parigina di Jean-Paul Civeyrac, buon film – troppo lungo – dove il protagonista è un giovane di provincia che va studiare cinema a Parigi. In una delle prime scene, una compagna parla del grande cinema italiano della stagione d’oro, quella tra i ’40 e i ’70 del secolo scorso. Cita i soliti De Sica, Rossellini, Fellini, Visconti, Pasolini, ma anche la commedia di Monicelli e Scola, e il cinema di genere, Argento e Corbucci, Cottafavi e Freda, perfino Carmelo Bene. «Oggi è difficile citare anche un solo regista italiano dello stesso peso di quelli appena elencati», conclude la francesina cinefila. Un compagno alza la mano: «Paolo Sorrentino». Lei ridacchia: «Scusate, ma non vedo alcun rapporto coi maestri citati». I garroniani ridacchierebbero pure loro, o forse insorgerebbero: ma come, Matteo dove l’avete lasciato?! Ma pure questo adesso non c’entra.)

Toni Servillo in ‘Gomorra’. Foto: 01 Distribution

Torniamo ai classici. A Gomorra, di questo si parla oggi. Stasera va su Rai 3 Gomorra New Edition, director’s cut con nuovi raccordi esplicativi, inquadrature lasciate fuori dal primo montaggio, un racconto più lineare, così dice l’autore. Non c’è di mezzo un anniversario né del libro né del film, è un’intenzione artistica pura che è segno ulteriore di come Garrone intende il cinema, grande corpo unico che a volte va ascoltato, aggiustato, sottoposto a piccoli check-up.

Presentando l’edizione 2021 l’altra sera da Fazio, Garrone ha detto che un tempo, cioè quando girò quel «film irripetibile» (parole sue), era molto più «selvaggio», che mi pare l’aggettivo migliore per descrivere quel titolo e il suo cinema in generale. È questo che in tanti non hanno mai capito: lo sguardo è selvaggio anche quando tiene tutto sotto controllo (e succede sempre). E lo è ancora oggi che l’autore crede, forse, di averlo educato. L’altra parola chiave che ha usato Garrone è “trasfigurare”: «Cercavo di capire in che modo interpretare questa realtà per trasfigurarla. E non ero consapevole che stavo facendo qualcosa di nuovo».

Certo anche su quel «qualcosa di nuovo» si può stare a parlare per ore, perché così è stato. È stato nuovo il cinema, non solo il nostro. E il modo di lavorare le immagini, di adattare le parole, di trasfigurare (appunto) la realtà. Senza Gomorra il film non sarebbe esistita Gomorra la serie, certo; ma forse neanche la serialità italiana cosiddetta matura in assoluto. Garrone è stato un grande showrunner inconsapevole, l’ideatore di un mondo largo e spalmato, il creatore di un racconto dei racconti insieme vero e immaginato.

Un racconto che ha trasceso il cinema stesso di Garrone. Curioso il fatto che, se oggi domandi anche ai garroniani più osservanti di dirti il loro Garrone preferito, difficilmente risponderanno Gomorra. Molti sceglieranno Reality, e non a torto: è ancora ampiamente incompreso. Alcuni diranno L’imbalsamatore, che forse è la matrice; altri il più recente Dogman, che tiene insieme tutto; certuni perfino il bistrattato e invece preziosissimo Racconto dei racconti. Gomorra è, per paradosso estremo, un film così garroniano da non essere quasi più percepito come film di Garrone. S’è trasfigurato da sé in qualcosa di più grande, di eternamente nuovo. Pure per i garroniani, chiunque essi siano.

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