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‘Mank’, la grande illusione

Quella della Hollywood della Golden Age, riportata in vita da David Fincher nel film della vita. E quella della (eterna) rinascita del cinema: e se invece fosse un’arte in crisi da sempre e per sempre?

Foto: Netflix

Vi diranno che Mank è un film sulla nascita di Quarto potere fatto della materia di cui era fatto Quarto potere (quasi, via). Vi diranno che Mank è un film sul diritto d’autore e non contro la partita IVA, ma solo perché ai tempi di Herman J. Mankiewicz, lo sceneggiatore che voleva appunto riconosciuta la paternità del copione del capolavoro di Orson Welles, la partita IVA non esisteva: altrimenti, vista la densità dell’opera, sarebbe stata anche una storia di commercialisti. Vi diranno che Mank è il più personale dei film di Fincher: perché l’ha scritto suo padre che non c’è più, perché ha impiegato vent’anni per farlo, perché c’è dentro tutto ciò per cui va più matto, cioè l’ossessione per l’origine delle cose (il mondo che tutti viviamo, più ancora che Facebook, di The Social Network; il male, più ancora che le psicologie dei serial killer, di SevenMindhunter). Vi diranno che Mank è un film su Hollywood più vero di Hollywood, anche se la pellicola salta e gracchia e si brucia per finta (è girato in digitale: ma che digitale). Vi diranno che Mank è un film per cinefili, per iniziati, per feticisti. Tutto vero, anzi: di più.

Forse non vi diranno quello che Mank è davvero, e fortuna ci siamo io e la mia mitomania qui pronti a spiegarvelo. Mank è un film sul fatto che il cinema è un’arte bella e impossibile e soprattutto nata morta, o almeno in crisi da sempre e per sempre. Parliamo in continuazione di bancarotte e rinascite (il cinema italiano, soprattutto, rinasce ogni tre mesi) ed ecco che, nell’anno della pandemia e delle legnate su quest’industria già malmessa, arriva Fincher a dirci che no: il cinema ha sempre sofferto di pessima salute. Il cinema è una cosa troppo costosa per stare in piedi, una roba che solo un pazzo (tanti pazzi) poteva pensarla, una grande illusione. E non solo perché è d’illusione che si nutrono gli spettatori incantati davanti allo schermo, ma per la follia sottesa a chi il cinema lo pensa, lo finanzia, lo esercita. Il cinema è un esercizio: di scrittura, certo, e difatti questo film di grandeur registica è in realtà una celebrazione degli sceneggiatori, che una volta venivano prima dei registi (bei tempi). Ma il cinema è anche un esercizio di artigianato, amministrazione, conti a fine mese.

La scena più bella di Mank non è la luccicante festa a casa di William Randolph Hearst (che poi diventerà il Kane di Welles). Non è neanche il comizio elettorale espressionista coi grandi Studios a favore del repubblicano Frank Merriam e contro la socialdemocrazia troppo spregiudicata di Upton Sinclair (una volta Hollywood non era di sinistra, pensa te). Non sono nemmeno le riunioni di sceneggiatura tra il protagonista e Ben Hecht (dio l’abbia in gloria) e tutti gli altri, con dialoghi più spediti di quelli di Aaron Sorkin e Amy Sherman-Palladino messi insieme, perché ricalcano gli originali, inimitabili, di Mank e soci (un po’ quello che aveva fatto Virzì con le botteghe di casa nostra nel sottovalutatissimo Notti magiche). La scena più bella di Mank è quella che fa probabilmente inorridire tutti i lavoratori dello spettacolo di ieri, oggi e domani. E che ci dice, una volta di più, che questo è un grande film sulla congenita crisi del cinema.

Cavalcando dentro un magnifico e forsennato piano sequenza, Louis B. Mayer, cioè la seconda M della MGM, fa il suo ingresso in un grande teatro di posa di quelli dove si crea l’illusione, e lo trasforma nell’immenso hangar vuoto che è. C’è tutto il suo parco attori schierato davanti a lui, più convention aziendale che stardom della Golden Age. Mayer dice a divi e maestranze, sintetizzando, che l’America sta vivendo una feroce crisi economica, e che le persone non possono permettersi di andare al cinema, e che dunque «anche la nostra fabbrica dei sogni è in grave difficoltà finanziaria». E chiede a tutti i suoi stipendiati di mettersi la mano sul cuore e, appunto, tagliarsi lo stipendio. Gran brontolio generale, poi, tra le prime ad alzare eroicamente la mano, c’è una bimbetta coi riccioli d’oro che veste alla marinara: non serve dire come si chiama, vero? È solo questione di tempo, sentenzia Mayer, poi torneremo in salute. Come no: quasi cent’anni dopo, siamo ancora qua.

Gary Oldman/Herman J. Mankiewicz, Arliss Howard/Louis B. Mayer e Tom Pelphrey/Joseph L. Mankiewicz in ‘Mank’. Foto: Netflix

L’altro dato ironicamente struggente di questo film pienissimo, ambiziosissimo, stratificatissimo, liberissimo – nella precisione anale dei dettagli, la grande licenza d’autore è quella di far interpretare il protagonista, allora quarantenne, a un attore di vent’anni più vecchio, cioè Gary Oldman – è un’altra conferma della tesi. Vi diranno anche che Mank è un film che andava visto al cinema. Che sugli schermi di Netflix, su cui arriva oggi, quel sontuosissimo bianco e nero è troppo sacrificato. Che il cinema è ancora grande, è l’immagine che è diventata piccola (quasi cit.). E proprio qui sta l’ironia, qui la conferma della crisi. Per accontentare il folle sogno di uno dei più grandi registi della contemporaneità di rifare il cinema di ieri, ci voleva il massimo finanziatore digitale di oggi. È Netflix la MGM corrente, uno Studio che però non chiede di rinunciare a niente, anzi concede la massima liquidità a un film che, si capisce benissimo, il pubblico medio della piattaforma pianterà dopo cinque minuti. Tutti gli altri – i cinefili, gli iniziati, i feticisti – sospireranno: ah, come mi manca la sala, e il dolby surround, e la gente che passa davanti al proiettore. Senza rendersi conto che il magnifico film che ha di fronte gli sta raccontando precisamente questo: che il cinema è da sempre l’arte più bella e impossibile e, in definitiva, morta di tutte. Anche quando era grande come non lo sarebbe stata mai più. «È morto senza credere a niente: dev’essere stata una cosa spiacevole», dicevano in Quarto potere. Noi almeno ci abbiamo creduto, ci crediamo ancora.

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