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‘Ma l’amore no’: quello per Alida Valli non può tramontare

Volto indimenticabile, diva globale, cantante (per caso) di quel brano immortale. Quest’anno avrebbe compiuto 100 anni. E ora la Cineteca di Milano la celebra con una retrospettiva

Alida Valli nel 1948

Foto: Mondadori via Getty Images

Il MIC, Cineteca milanese, propone la rassegna Alida Valli, la star per i 100 anni dell’attrice. Il programma è in corso, si concluderà il 5 settembre. La retrospettiva offre 16 titoli, è completa ed esaustiva, e ricorda, legittimamente, quella che è stata una delle dive, e dei personaggi, più importanti e amati dal nostro cinema. E dal cinema del mondo.

Alida rappresentò una generazione. A quindici anni era già nei film. Era bella a provocante, con quelle iridi intense, la figura snella e quell’appeal “internazionale”. Il regime del Ventennio la adottò subito. Vedeva in lei un magnifico modello italiano da esportare nel mondo. Le donne della sua epoca la imitavano, nel trucco e nell’abbigliamento. Nel film Stasera niente di nuovo di Mario Mattoli, del 1942, cantò Ma l’amore no. Una canzone adottata dalla nazione. Non era solo un motivo, era un sortilegio, colonna sonora degli innamorati, la più proposta alla radio e nelle feste. Alida era “quella”.

È stata protagonista di molti dei titoli decisivi del movimento italiano durante e dopo la guerra. E ha saputo sempre affrancarsi dai vari cliché. Era perfetta in tutti i ruoli. Dicevo: cinema del mondo. Noi abbiamo esportato alcune grandi star: una Magnani e una Loren, titolari di Oscar. E poi Gina Lollobrigida, a sua volta assunta dalle major americane. Anche Virna Lisi e Rossana Podestà ci sono state spesso richieste da altre cinematografie. Ma dico che Alida Valli è davvero qualcosa di speciale. Lo spazio mi consente di raccontare in sintesi, così scelgo un registro: i grandi nomi della letteratura che hanno coinvolto l’attrice. Come ho scritto, la rassegna contiene quasi tutti i titoli fondamentali. La grande scrittrice americana Ayn Rand, politicamente controversa, a sua volta amata dal regime, che aveva ottenuto un successo planetario con La fonte meravigliosa, film con Gary Cooper, concesse due suoi testi, Noi vivi e Addio Kira, ai produttori italiani e alla Valli. L’attrice si trovò a perfetto agio anche col maestro britannico di spy Graham Greene, quando Carol Reed e Orson Welles la vollero per il superclassico Il terzo uomo (1949). Anche Mario Soldati, nel 1953, traspose il romanzo di Greene La mano dello straniero. E chiamò Alida. La strategia del ragno, firmato da Bernardo Bertolucci nel 1970, è la versione del racconto di Jorge Luis Borges Tema del traditore e dell’eroe. Nel cast: Alida Valli.

I registi: alcuni giganti. Come Hitchcock, che la chiamò, e la plasmò, nel suo Caso Paradine, dove Alida seduce Gregory Peck, nientemeno. In quell’anno, il 1947, il magazine americano Photoplay scrisse di lei “la più grande attrice italiana dai tempi dell’immortale Eleonora Duse”. Luchino Visconti le diede il ruolo della contessa Serpieri, sopraffatta dall’amore per un austriaco, nel suo Senso, una sorta di Via col vento italiano. Se vale la mia gerarchia personale che riguarda la diva, scelgo Il grido di Michelangelo Antonioni, del 1957, con una Valli che offre una performance ambigua e intensa nello scenario della bassa padana. Tutto questo fa parte della rassegna del MIC.

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