‘Leonora addio’, un film-ricordo sul tempo che passa (e che torna) | Rolling Stone Italia
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‘Leonora addio’, un film-ricordo sul tempo che passa (e che torna)

La dedica di Paolo Taviani al fratello Vittorio scomparso quattro anni fa, il nuovo confronto con Pirandello, la continua voglia di sperimentare. Dalla Berlinale arriva in sala l’ultima opera di un maestro del nostro cinema

Fabrizio Ferracane in ‘Leonora addio’ di Paolo Taviani

Foto: 01 Distribution

«Il dolce della gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata». È un film orfano, questo: e non solo per quel commiato già contenuto nel titolo o per la dedica in calce, ovvia ma non per questo meno struggente, al fratello perduto, di cui, ovunque, si cerca lo sguardo, il sorriso, l’approvazione. Ma anche per la sua stessa forma, per il suo essere, in modo non uniforme, un dittico: per avere due anime, là dove ne è rimasta una soltanto.

Un film-testamento, Leonora addio, si dirà: non c’è dubbio. Ma pure un film sul tempo che passa, sul ricordo: e, soprattutto, sulla morte. Che, per nulla definitiva, sa invece essere assurda o magari anche grottesca. Ma che, d’altra parte, detta la sua legge assoluta: perché solo chi muore è immortale; gli altri, al massimo, più banalmente, invecchiano.

A 90 anni d’età, con quasi 70 di carriera sulle spalle (e a 60 esatti dal primo lungometraggio di finzione, Un uomo da bruciare), Paolo Taviani, per la prima volta sul set senza il fratello Vittorio (morto nel 2018), torna, lui toscano inebriato dai profumi della Sicilia, all’amato Pirandello, già più volte (da Kaos a Tu ridi) portato sullo schermo e celebrato: e ora da una parte protagonista involontario delle più pirandelliana delle vicende – il paradossale e annoso balletto delle sue ceneri, quelle di un genio destinato (nonostante le sue volontà) a non riposare in pace -, dall’altra ispiratore, in qualità di autore della sua ultima novella, scritta venti giorni prima di morire, del secondo movimento della pellicola, intriso di memoria e di rimorso.

Un film, Leonora addio (premio Fipresci al Festival di Berlino che si è appena concluso e al cinema dal 17 febbraio), che affronta la fine per esorcizzarla, a tratti con ironia (quella a partita a tressette “col morto” giocata sull’anonima cassa in cui sono chiuse le ceneri di un premio Nobel…) altre intingendo nella volontà strenua di non dimenticare l’affetto per chi ci ha lasciato, per chi è andato avanti. E che si cerca, continuamente, in ogni istante, in ogni immagine: nei film che si sono amati, nei fatti di cui, in qualche maniera, si è stati testimoni.

E così ecco la prima parte in bianco e nero che si scioglie nel blu fondo del mare, astratta, con cinepresa spesso dal basso e uso del grandangolo, appassionatamente citazionista, tra film famosi (da Paisà, il capolavoro che convinse Paolo a fare del cinema il suo mestiere e la sua vita, a L’avventura, da Estate violenta allo stesso Kaos di cui questa storia avrebbe dovuto essere un episodio) e immagini di repertorio, la fucilazione del questore di Roma Caruso e un viaggio verso il Sud metafisico.

Il tutto con l’uso di una cifra stilistica volutamente artificiosa (con il “meccanismo” svelato, pirandellianamente ben in vista ancor prima dell’abbattimento della quarta parete) che si ritrova poi anche nel segmento a colori (Il chiodo), teatrale, primitivo, metafisico come la violenza, inspiegabile (alla Camus, verrebbe da dire: Lo straniero in fondo è di poco successivo) che lo marchia. Non resta che vegliare quella croce, sulle note di Piovani: mentre il tempo passa e qualcosa (nonostante tutto) resta.

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