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‘L’amore a domicilio’ non è un’altra stupida commedia italiana

Nel panorama nostrano delle trame sempre improbabili, basta una rom-com su sfondo di rapina al compro oro per farti dire: toh guarda, che sorpresa. E la coppia Miriam Leone-Simone Liberati è una meraviglia

Miriam Leone in 'L'amore a domicilio'

Le commedie – no: le commedie che hanno la sacrosanta ambizione di essere popolari – dovrebbero essere pensate e fatte per rispondere a un verbo: intrattenere. Negli ultimi dieci (venti?) anni di cinema di questo Paese, il principio non è stato tradito: è rimasto proprio inascoltato. Persa nei meandri del cabaret televisivo da seguire con l’orecchio sinistro, di comici considerati – come dicono dove c’è un’industria cinematografica seria – bankable e rivelatisi invece box office poison (ma dai), delle sovvenzioni ministeriali cadute a pioggia pure su sceneggiature probabilmente mai lette, la commedia popolare italiana non ha intrattenuto più nessuno. E il pubblico, appunto, l’ha disertata. (L’eccezione, che ha salvato l’intera baracca e permesso a tutto il cucuzzaro di continuare a fare i suoi film svuota-sale, si chiama Checco Zalone. Ma Checco Zalone è un genio, e i geni non sono la regola. Chiusa parentesi.)

Ora vieni a sapere che su Amazon Prime Video è arrivata una commedia italiana dal titolo che suona cretinissimo (L’amore a domicilio), e tu ti metti a guardarla così, pensando che appunto sarà un’altra stupida commedia italiana (para-cit. dal titolo di un vecchio film USA, Non è un’altra stupida commedia americana: solo che loro le facevano bene, anche quelle brutte), e invece scopri che una via alla commedia popolare non solo esiste ancora, ma non serve molto per percorrerla anche qua.

Il film l’ha scritto e diretto Emiliano Corapi, nome anch’esso (quasi) mai sentito dunque scevro di giudizi e pregiudizi, e ha una tramina anch’essa esile assai: lui e lei s’incontrano, finiscono a letto, s’intuisce un futuro di cuori e capanne, ma lei è agli arresti domiciliari (il titolo diventa possibilmente più cretino ancora) e potrebbe ricascare di nuovo nella vita permale di una volta. E invece.

Io ho riso dall’inizio alla fine, letteralmente: dalla scenetta col fiorista bangla (a Roma si dice così) all’happy ending che non è troppo happy e non è troppo ending. E in mezzo, perché funzionava tutto: la svolta heist movie con il feticcio dei fratelli Dardenne Fabrizio Rongione (!), l’adorabile poliziotto innamorato con la faccia da Buster Keaton (ho scoperto che si chiama Antonio Milo: lo voglio in tutti i film), il racconto due-camere-e-cucina che per una volta è motivato (e il titolo di colpo smette di suonare cretino). E perché, se prendi la storia più vecchia e più semplice (e più potenzialmente popolare) del mondo ma riesci a confezionarla bene, lo scopo (intrattenere: vedi il bigino sopra) è già vinto. Nel panorama nostrano delle trame sempre improbabili, basta una rom-com su sfondo di rapina al compro oro (molti cuori) per farti dire: toh guarda, che sorpresa.

Poi ci sono gli attori (e il casting degli attori, e la direzione degli attori), altro capitolo spinosissimo in questo Paese. Prendili giusti – e soprattutto, se si parla di commedia, con i tempi giusti – e noi li staremo a guardare. A Miriam Leone si vuole un gran bene: è l’unica attrice che cresce di film/serie in film/serie e che sembra pianificare con intelligenza la carriera. Qua le si vuole bene anche di più, perché è bravissima a fare la (finta) bad girl, perché parla in siciliano e perché dice «Ciao Dante» (chi vedrà saprà). Simone Liberati, smarcatosi dal classico esordio nel Cinema Delle Periferie con Cuori puri grazie all’adattamento (seppur zoppicante) della Profezia dell’armadillo di Zerocalcare, è la controparte ideale, il romanissimo indolentissimo immutabilissimo. O forse no.

Non siamo dalle parti del capolavoro, come non erano per forza capolavori le commedie di una volta. Ne ho riviste a decine in questi mesi. Di Steno o di Puccini, di Salce o di Sordi stesso. Da una parte una Franca Valeri o una Monica Vitti, dall’altra un Nino Manfredi o un Albertone. Oggi sono giustamente rivalutatissime e celebratissime anche se imperfette, perché era sempre perfetto il congegno che ti teneva lì a ridere, con la voglia di arrivare fino in fondo anche quando erano pretestuose, forzate, sciocchine. Si chiama intrattenere, quei film lo facevano (benissimo) per quell’oretta e mezza, e tanto bastava. L’amore a domicilio mi ha fatto quell’effetto lì. No, non è un’altra stupida commedia italiana.

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