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Scandalo Sirenetta nera: marketing, razzismo, turbocapitalismo o semplice idiozia?

Il rispetto delle diversità, la presunta "aderenza all'originale" e tutte le assurdità dette e scritte sul casting di Halle Bailey nel live-action del classico Disney

Un meme sul Sirenetta-gate scoppiato in rete nei giorni scorsi

Una curiosità di carattere scientifico che ho scoperto questa settimana è che in fondo al mar è impossibile sviluppare melanina.

L’informazione ha cominciato a circolare sulle più prestigiose testate scientifiche del mondo in seguito a una notizia sconvolgente: l’annuncio di Disney relativo alla nuova Sirenetta, protagonista della trasposizione live action della nota fiaba di Andersen che già fu cartone animato nel 1989; si tratta di Halle Bailey, un’attrice che nonostante il nome NON è Halle Berry e la cui pigmentazione cutanea presenta un’alta concentrazione della molecola sopracitata.

In sostanza, la nuova Sirenetta sarà interpretata da un’attrice di colore, e nel mondo milioni di infanzie felici si sono accartocciate su loro stesse sotto i rudi colpi del politicamente corretto, che ormai non si ferma davanti a nulla nella sua missione, che come forse saprete è direttamente collegata al piano Kalergi e alle manovre di Soros.

Tra tutte le considerazioni indignate che sono seguite all’annuncio, «una Sirenetta nera è impossibile: sott’acqua non arriva la luce quindi non puoi sviluppare melanina!» è senza dubbio la più divertente (anche) perché completamente scombussolata: se fosse vero, la Ariel originale sarebbe dovuta essere albina, né avrebbe potuto avere i suoi bellissimi occhioni blu. Sarebbe bello fosse anche l’unica, e che non fossimo costretti a parlare per l’ennesima volta di “razzismo” di fronte a una scelta di casting che va contro alle abitudini di Hollywood degli ultimi, uhm, cento anni circa (qualche numero qui). Eppure se la prima reazione a un annuncio di casting è «non mi piace il colore della pelle dell’attrice» invece di «mi sembra un’ottima/pessima scelta perché sa fare/non sa fare il suo mestiere» è difficile se non impossibile non vederci dietro la parola con R.

Le altre considerazioni sono ancora peggio.

«Non è razzismo, è rispetto per la storia originale!», che è ambientata a Copenaghen e dunque necessiterebbe di una Sirenetta dai tratti danesi. È un’obiezione interessante e completamente sbagliata: la fiaba di Andersen non è ambientata da nessuna parte se non “in fondo al mar”, e peraltro la sua Sirenetta è bionda e non rossa. E già che siamo in tema, letteralmente la terza frase del racconto recita «abitavano in palazzi meravigliosamente decorati di conchiglie multicolori e di madreperle che i raggi del sole, smorzati, facevano risplendere», alla faccia della melanina. In sostanza è inutile aggrapparsi alla lettera di quella che è una raccolta di svariate fiabe e leggende le cui origini si possono far risalire alla Mesopotamia per criticare la scelta di un’attrice il cui colore della pelle è diverso da quello del 90% delle attrici; o meglio, è razzismo.

«Non è razzismo, è aderenza a un canone estetico formalizzato dal cartoon Disney e che Disney stessa dovrebbe rispettare!». Chiaro, no? Disney ha creato uno standard e Disney è costretta ad aderirvi pedissequamente e senza possibilità di sgarrare; sta scritto, credo, nello stesso libro che spiega che è normale che sott’acqua esista una razza di uomini-pesce che riesce a comunicare parlando come fosse sulla terraferma ma che non riesce proprio a sviluppare melanina sottocutanea. E poi la trasposizione live action in perfetta scala 1:1 di un’opera originale animata è andata così bene, come ci insegnano La bella e la bestia con Emma Watson e Cenerentola con Lily James, che sarebbe da scemi non proseguire lungo quella strada, giusto? Un consiglio: non confondete la nostalgia per le belle cose di quando eravate piccoli (che sono sempre lì che vi aspettano, peraltro) con il razzismo.

«Non è razzismo, ma mi dà fastidio che l’etnia di un’attrice venga sfruttata in modo così palese e provocatorio! Non è rispetto per la diversità, è tutto marketing!». Ora dirò una cosa sconvolgente: è vero! I golem vestiti di grigio che lavorano per Disney non hanno improvvisamente sviluppato una coscienza sociale, hanno piuttosto considerato che il modo migliore per allargare il mercato è provare a includere anche chi fino ad adesso è rimasto tagliato fuori dal mainstream, e il modo migliore per includere è tramite la rappresentazione; e dunque sì, i golem hanno scelto un’attrice di colore nella speranza che tutti i padri di colore d’America decidano di sacrificare 50$ per una serata al cinema con le figlie, felici di potersi identificare per una volta con la protagonista del film che passa sullo schermo. È il capitalismo travestito da coscienza sociale! Dannati golem, ce l’hanno fatta un’altra volta! Per fortuna anche le peggiori intenzioni del mondo possono generare effetti positivi: a Hollywood c’è un problema di uniformità etnica e di generica discriminazione verso le persone non bianche (e non di sesso maschile, ma questo è un’altra questione), e se l’unico modo per superarlo è convincere chi lo causa che risolvendolo si possono fare ancora più soldi, beh, ben venga; prima mettiamo tutti allo stesso livello, poi penseremo tutti insieme a ribaltare il sistema e impadronirci dei mezzi di produzione. Perché altrimenti questa battaglia sociale contro il marketing e il capitalismo cattivo continuerà a puzzare di razzismo.

«Non è razzismo, non ho nulla contro di lei! Non è che se non sono d’accordo con il casting vuol dire che la odio perché è nera». No? Un po’ sembrava di sì, ma OK. Quindi il problema è la parola con la R perché «non si può scambiare ogni legittima critica per un incitamento all’odio razziale»?. D’accordo! Preferite “xenofobia”? Perché il punto non è reagire alla notizia dicendo «sono d’accordo/non sono d’accordo con la scelta di selezionare un’attrice di colore per questo film», il punto è che in un mondo il fatto che sia di colore non dovrebbe neanche essere un elemento di discussione – Halle Bailey è un’attrice, identificata dal suo mestiere e non dalla percentuale di melanina che ha sottocute (e che peraltro anche tu, sì, proprio tu che stai leggendo e che sei bianca come un lenzuolo e se passi cinque minuti al sole ti ustioni, possiedi). Mettere in evidenza il, diciamo così, dettaglio cromatico significa automaticamente dividere il mondo in “attrici bianche” e “le altre”. Che è un atteggiamento, come definirlo?, un po’ razzista?

«Non è razzismo, e poi deciditi, prima invochi la celebrazione della diversità e poi dici che la diversità non esiste e siamo tutti uguali!». Wow, questa sì che è un’obiezione! La faccio breve: il punto della diversità e della rappresentazione, al cinema, in TV, nei videogiochi, non è l’appiattimento e l’omogeneizzazione, è il portare tutti e tutte sullo stesso piano, è livellare il campo da gioco ed eliminare i vantaggi sistemici che favoriscono un solo gruppo. Si comincia lavorando con i numeri e normalizzando quelle che ancora oggi sono considerate eccezioni (la roba per cui Get Out è “l’horror di successo con il protagonista nero”, per capirci), e sì, questo significa anche ogni tanto forzare la mano e stravolgere le certezze di un’intera generazione sfidandoli ad accettare e magari pure godersi, che ne so, una Sirenetta di colore. Perché chi non ci riesce, chi si aggrappa alla melanina pur di manifestare il suo fastidio per la presenza di una non-caucasica lì dove la tradizione ne vorrebbe una, è, come dire?, un po’ razzista?

«Non è razzismo, è che ci siamo rotti del riciclo di vecchie idee, vogliamo storie nuove e nuovi eroi ed eroine a cui affezionarci!». OK, a questo non ho nulla da rispondere.

Ah! Incidentalmente, pochi giorni dopo l’annuncio di Halle Bailey, Disney ha pubblicato il primo trailer di Mulan, trasposizione live action del cartoon del 1998 a sua volta ispirato a una leggenda cinese. A una prima occhiata sembra una versione teen di quei film wuxia pitoccati per piacere anche a noi occidentali e che andavano tanto qualche anno fa, i vari La tigre e il dragone e La foresta dei pugnali volanti. È una storia cinese girata (in parte) in Cina, interpretata da un cast cinese e che è andata a tanto così dall’avere anche un regista cinese (doveva essere Ang Lee, che è di Taiwan ma OK). Curiosamente, in giro non c’è stata nessuna lamentela relativa al fatto che PARLANO TUTTI INGLESE.

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