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Johnny Depp, il divo risorge ancora una volta a Venezia

Al Lido sbarca il più imprevedibile degli attori. Che, nel ruolo di un colonnello dal nazi-look in "Waiting for the Barbarians", dimostra che quando sei una leggenda puoi fare tutto quello che vuoi

Foto Vittorio Zunino Celotto/Getty Images

Depp alla Mostra per "Waiting For The Barbarians"

Johnny Depp sbarca al Lido con la sua chitarrina, chissà cosa ci farà, strimpellerà in camera o darà spettacolo di fronte ai pochi a cui è concessa la sua presenza? Ogni volta che il “Pirata Cappellaio Uomo dalle Mani di Forbice” passa di qua, una folla di fan si mobilita. Ma Johnny resta imprendibile, fedele alla biografia che si traccia di lui e pure ai suoi personaggi mai facili, mai sicuri. L’ultimo è il colonnello Joll di Waiting for the Barbarians, tra gli titoli conclusivi del concorso veneziano di quest’anno. Produce Andrea Iervolino, unendo capitali italiani e statunitensi, dirige il colombiano Ciro Guerra, già acclamato ai festival di cinema di mezzo mondo per titoli ultra-cinéphile come El abrazo de la serpiente e Oro verde – C’era una volta in Colombia.

Pare una di quelle grandi produzioni nostrane di una volta, i gloriosi anni Sessanta/Settanta, in cui i nostri abili ideatori e finanziatori del grande cinema corteggiavano registi e star straniere, e affidavano loro storie universali. Lo è anche questa, che coinvolge dal principio un altro big: il premio Nobel J.M. Coetzee, che ha scritto il copione sulla base del suo romanzo Aspettando i barbari. Poi, oltre a Depp e Guerra, ci sono il premio Oscar Mark Rylance, e l’altro divo veneratissimo Robert Pattinson, e veterane come Greta Scacchi. Ma è Johnny, il più ambiguo dei personaggi in scena, a lasciare il segno. Il suo colonnello veste un’uniforme quasi nazista (ma siamo in un tempo fuori dal tempo) e un paio di occhialini da sole tondi, per non farsi venire le rughe attorno agli occhi: accessorio e battuta già cult.

Depp ha gli occhiali fumé anche nella vita, e il cappello alla Bogart in testa, e la camicia bianca con maxi-colletto sotto l’abito comodo. Anche la sua è un’uniforme, la divisa del divo amato, contestato, morto e risorto mille volte. A Venezia ’76 è in grande forma. Per ora si attestano pochi autografi a chi lo attendeva fuori dalla sala delle conferenze stampa, un selfie con Giulia Salemi (lo ha postato lei sul suo profilo Instagram: «Mamma, ho conosciuto Johnny Depp!») e un gran diluvio sul Lido, che funesterà il red carpet e il festone (che però, come tutti i party esclusivi, è in città, lontano dall’isola della Mostra).

Difficile che Depp spunti un premio, un po’ perché la parte è da co-protagonista, un po’ perché la concorrenza è fortissima: su tutti il Joker di Joaquin Phoenix, ma pure Luca Marinelli con Martin Eden può ambire a un trofeo. Domani finisce tutto, sarebbe bastata la chiusura rock con gli occhialini di Johnny, e invece è ancora atteso un idolo più rock di lui. Anzi, due. Mick Jagger ha un cammeo nel film di chiusura The Burnt Orange Heresy dell’italiano Giuseppe Capotondi. E stasera c’è Roger Waters col suo attesissimo documentario. Altro che Morte a Venezia, questa Mostra è rock’n’roll. 

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