Home Opinioni Opinioni Cinema

Jane Fonda è molto più figa di noi, facciamocene una ragione

Buon compleanno Jane, attrice, attivista, eterna disobbediente

Foto: Sylvain Lefevre/Getty Images

La prima volta che vidi Jane Fonda avrò avuto cinque o sei anni: lei mi guardava tutta sorridente dalla copertina del Mio libro di ginnastica con il suo body a righe, i collant, gli scaldamuscoli e i capelli vaporosi. Io ero inspiegabilmente attratta da quel volume rosa, che racchiudeva in quasi trecento pagine il sapere della Regina dell’Aerobica. Per quanto mi riguardava, Jane Fonda era una bellissima insegnante di educazione fisica, dunque rimasi un po’ perplessa quando i miei genitori mi spiegarono che in realtà si trattava di «una della donne più affascinanti del mondo, nonché notevole attrice». A dir la verità, non vidi mai mia madre cimentarsi con gli esercizi proposti da Jane. Io ogni tanto ci provavo, sebbene con risultati rovinosi, distratta da una domanda che continuava a ronzarmi in testa: «Ma perché un’attrice famosa molla baracca e burattini per improvvisarsi guru del fitness?».

Ciò che ignoravo, e che avrei imparato molto più tardi, è che la ‘fase aerobica’ non è stata che una delle almeno cinque vite vissute dall’oggi ottantaduenne Fonda: icona Sixties figlia di cotanto padre simbolo pubblico dell’eroe americano, che nel privato era un genitore freddo, distante e anaffettivo; escursionista nello spazio vestita Paco Rabanne, trasformatasi suo malgrado in sex symbol («Per tanta gente resterò sempre Barbarella»); ‘Hanoi Jane’, che prende di petto la guerra del Vietnam buttandosi nella contestazione più radicale ed ergendosi a eroina della dissidenza statunitense; rivoluzionatrice del mondo del fitness negli anni ’80 come rivincita sui precedenti problemi di alimentazione, con libri e videocassette (le sue sono state le più vendute della storia, tanto che nel 1982 superarono di oltre 200mila unità un film come Star Trek II); un decennio di silenzio e poi nel ventunesimo secolo di nuovo cinema (Quel mostro di suocera, The Butler, Youth, Padri e figlie), tv (Grace and Frankie), attivismo politico. Anzi, ecologista. Il minimo comune denominatore: un elegante je m’en fous rivolto a chiunque la volesse rinchiudere, incasellare, bollare, definire.

Due Oscar – per Tornando a casa e Una squillo per l’ispettore Klute –, sei Golden Globe, infiniti altri premi compreso un Leone d’oro alla carriera, un memoir – Jane Fonda – My Life So Far – annoverato tra i migliori bestseller di sempre, tre mariti e altrettanti divorzi. Gli uomini, il tallone d’Achille di Jane sin dai tempi di papà Henry: il primo, il regista Roger Vadim, la trasforma in un giocattolo sessuale. Lei scalcia e si rifugia tra le braccia dell’attivista di sinistra Tom Hayden, abbracciando qualsiasi elemento della controcultura. Infine il più contestato, Ted Turner, il potente tycoon che la seppellisce nel suo ranch, il capitalista destrorso che riteneva Ronald Reagan un Presidente di sinistra e che manda in bestia i fan più accaniti: what the fuck, Jane?. «La scarsa sicurezza di sé, retaggio di un’infanzia infelice e l’assenza di una figura paterna le fecero pensare che aveva bisogno di un uomo per essere plasmata», ha spiegato Susan Lacy, autrice del documentario Jane Fonda in Five Acts, basato sull’autobiografia dell’attrice. Diva e antidiva, capace di scelte tra loro contraddittorie, camaleontica, tormentata: Jane Fonda è stata centomila, è stata nessuna, solo adesso può dire di essere una. Se stessa.

Foto: Mark Wilson/Getty Images



Dopo aver firmato un contratto pubblicitario con L’Oréal Paris da 700mila dollari all’anno, iniziato un percorso di rinascita cristiana annunciando la sua appartenenza alla rete dei Born again Christian, ripreso ad apparire sul grande e piccolo schermo, ha pure ritrovato la vecchia passione per la protesta, che l’ha spinta a scendere letteralmente in strada contro Donald Trump e il climate change. Riguardo al Presidente degli Stati Uniti è caustica: «Non spreco il mio fiato per uno come lui». Preferisce di gran lunga il fare al dire, ispirata dalla sedicenne Greta Thunberg, di cui potrebbe essere la nonna. Alla vigilia del suo compleanno, si è fatta arrestare a Washington per la quinta volta durante le proteste contro la crisi del clima, mentre i manifestanti le cantavano Happy Birthday. Prima di queste, le ultime manette risalgono a venerdì 1 novembre quando, nell’immancabile cappotto rosso, sosteneva di voler continuare a scendere in piazza fino a metà gennaio: da Atlanta, dove vive, si è trasferita apposta nella capitale, e ogni sacrosanto venerdì – per i Fire Drill Fridays, appunto – è raggiunta da altre celeb, da Ted Danson a Sam Waterstone, da Rosanna Arquette a Catherine Keener. Il penultimo arresto è imputabile a una disobbedienza: Fonda è entrata insieme a un gruppo di persone nel palazzo senatoriale Hart, passando normalmente i controlli di sicurezza, e successivamente s’è seduta a terra per un sit-in. Nel comunicato ufficiale, si legge che la polizia ha reagito «a una dimostrazione illegale nell’atrio del palazzo Hart. Quarantasei persone sono state arrestate». Jane però, a differenza di Keener e Arquette (multate e rilasciate poche ore dopo), a causa dei suoi precedenti ha dovuto scontare una notte in carcere – «Una notte, sai che grosso problema», ha risposto ai giornalisti che le chiedevano un commento – usando il celebre cappotto rosso a mo’ di materasso per dar sollievo alle ossa indolenzite.

Climate-Jane ormai da anni guida un’auto elettrica, evita la plastica, mangia meno carne rossa e ha ridotto i viaggi aerei, ma ciò non basta, bisogna rimboccarsi di più le maniche: d’altronde «perché essere una celebrity se non riesci a sfruttare la fama per qualcosa di così importante?». Lei, insomma, a ottant’anni suonati non si crogiola nella pigrizia; al contrario, spera di spronare la gente a inondare le strade per obbligare i legislatori a costringere le compagnie di combustibili fossili a non trivellare migliaia di miliardi di dollari di riserve di petrolio. «Fino a quando non ho deciso di trasferirmi a Washington e intraprendere queste azioni mi sentivo abbastanza depressa, perché sapevo che non stavo facendo nulla», ha raccontato a Jim Sullivan su WBUR-FM, la stazione radio di proprietà della Boston University, aggiungendo che grazie a Grace and Frankie ha imparato a volersi più bene e lodando Netflix, «un nuovo meraviglioso posto dove essere, perché per noi attrici più anziane la televisione è più generosa del grande schermo. Alla mia età posso dire che avere un lavoro regolare è un vero sballo».

Lo sballo, forse, finirà con la settima e ultima stagione di Grace and Frankie, le cui riprese sono previste da gennaio a luglio. Jane Fonda al momento ignora cosa farà poi, di certo non vuole girare nessun film prima delle presidenziali del prossimo novembre: ne approfitterà – spiega – per capire se è più forte il desiderio di lavorare come attrice o di essere un’attivista a tempo pieno, e comunque, indipendentemente da chi verrà eletto, specifica che sarà fondamentale «stargli col fiato sul collo». «Serve un profondo cambiamento sistemico, su una scala che l’umanità non ha mai sperimentato prima: le elezioni non costituiscono affatto un punto d’arrivo, e onestamente credo che solo impegnandomi full-time posso assicurarmi che le cose che devono accadere accadano».

Buon compleanno Jane, attrice, attivista, eterna disobbediente: qualsiasi sia la tua decisione, sappi che sei molto più figa di tutti noi.

Altre notizie su:  Jane Fonda