Indagine su due dive (Anita Ekberg e Monica Bellucci) al di sopra di ogni soggetto | Rolling Stone Italia
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Indagine su due dive (Anita Ekberg e Monica Bellucci) al di sopra di ogni soggetto

‘The Girl in the Fountain’, in sala l’1 e 2 dicembre dopo la prima al Torino Film Festival, doveva essere un classico documentario. È diventato, invece, uno studio su un pezzo di cinema che credevamo di conoscere: e invece… Genesi di una storia (e di un confronto tra attrici) sorprendente

Monica Bellucci in ‘The Girl in the Fountain’

Foto: Eagle Pictures

I libri degli amici si comprano, mi ha sempre detto qualcuno. Dei film degli amici non si scrive, aggiungo io. Si può parlare però delle storie attorno a quei film, se si ha avuto la fortuita ventura di vederli in qualche modo nascere. Paola Jacobbi, che ha pensato e scritto insieme a Camilla Paternò questo film di cui scrivo adesso, me ne ha parlato la prima volta qualche anno fa probabilmente a un festival di cinema, luoghi che radunano feticisti ora anche più di prima.

E da feticisti quali siamo era il soggetto in questione: The Girl in the Fountain (il titolo non è cambiato) era una ricognizione su Anita Ekberg, la prima donna del primo giorno della creazione, la madre, la sorella, l’amante, l’amica, l’angelo, il diavolo, la terra, la casa (cit. da sapete dove, spero); Anita Ekberg la diva imprendibile, bellissima e burbera, falsa e vera, famosissima eppure ingabbiata in un solo ruolo; Anitona l’icona che nessuno forse ha mai conosciuto e compreso davvero.

Il film (presentato al Torino Film Festival ancora in corso e nelle sale l’1 e 2 dicembre) doveva essere un ritratto, un’indagine, uno “studio su”, e poi è diventato qualcos’altro, che è il bello di tante cose che cambiano in corso d’opera, e diventano più giuste. Sempre Paola, forse sempre mentre eravamo a chissà quale altro festival, mi disse che un’altra diva, a suo modo altrettanto imprendibile, si era appassionata alla storia invisibile di Anita.

The Girl in the Fountain si è dunque idealmente spostato dalla Svezia, dove quell’indagine avrebbe avuto principalmente luogo per ovvi motivi, all’Italia, dove la diva Anita è stata fabbricata, celebrata, uccisa. È finito nelle mani d’un documentarista, Antongiulio Panizzi, che si è divertito a scappare dal puro documentario e, soprattutto, di una diva che è pure lei madre, sorella, amante, eccetera, e che è altrettanto globale, anzi apolide, italiana sì ma anche senza luogo, con un’immagine definitissima e però ogni volta ribaltata, ripensata. Monica Bellucci.

Monica ritratto di Avedon e Monica Dracula di Bram Stoker, Monica Maddalena e Monica Malèna (oggi lo accuserebbero d’essere un film sul cat-calling), Monica Matrix e Monica Bond, ma anche, nell’immaginario nostrano, Monica Muccino e Monica Virzì (presto di nuovo), Monica Ultimo Capodanno e Monica I Mitici, quel misto di sacrissimo e profanissimo, intellò e nazional-popolare diversamente ma esattamente come Anita, che passava da Fellini ai B-peplum, dallo stardom alla disgrazia.

E se Anita scherzava sull’essere un’icona suo malgrado, Monica ha l’autoironia bellissima e necessaria per un confronto come questo. Le mie due Moniche preferite (oddio, com’è difficile scegliere) sono quelle in cui Bellucci percula con intelligenza e senso del gioco la sua immagine da diva: il soprano che tira alle anatre di Torcello di Mozart in the Jungle e la Monica Bellucci as herself di Dix pour cent (Chiami il mio agente!), che s’imparrucca di biondo e si finge bulgara tra i bobo parigini (génial!).

E ora c’è la Monica-Anita, l’attrice che gioca a fare un’altra attrice, l’installazione quasi vezzoliana dentro quadri vivants di cui, a questo punto, si compone l’indagine: il regista immaginario (sempre grandissimo Roberto De Francesco) che ingaggia Monica per fare il film-nel-film su Anita; i gesti dell’una fedelmente replicati dall’altra e poi subito dimenticati, perché non si capisce più chi è più stella tra le due; l’infamous intervista con Salvatore Quasimodo; l’arco e le frecce contro i paparazzi (altro che Instagram, altro che chiacchiere).

Lo “studio su” resta. C’è tantissimo, rarissimo, bellissimo materiale d’archivio; ci sono precisissime testimonianze di amici e vicini per una volta non intervistati seduti in poltrona con sguardo alla cinepresa (per sempre grazie), ma lasciati come voci fuori campo mentre scorrono immagini di Anita comenonlavetemaivista; c’è molta (psic)analisi, ma anch’essa giocosa e divertita, sul divismo e su quella cosa, anch’essa imprendibile, che è il cinema.

Paola mi parlava del suo (del loro) film, ma io l’ho voluto vedere solo alla prima torinese, perché del cinema, anche quello degli amici, è bello parlare, ma poi deve restare immaginato finché non diventa una cosa vera (per modo di dire). Una cosa bella e imprendibile, come le dive. Se no che feticisti saremmo.