Home Opinioni Opinioni Cinema

‘Inception’ compie 10 anni: Nolan ha fatto un sogno (e ha cambiato il blockbuster per sempre)

Nell‘attesa di vedere ‘Tenet’, continuamente rimandato causa Covid, torniamo al ‘rompicapo’ che ha consacrato l‘autore inglese. Che lo si ami o lo si odi, resta ancora oggi una rivoluzione

LeonardoDiCaprio in ‘Inception’

Foto: Moseley/©Warner Bros./Courtesy Everett Collection

In un mondo perfetto, in questo momento saremmo al cinema. E ci sarebbe in particolare un blockbuster estivo a radunarci in massa. Un thriller potenzialmente cerebrale, probabilmente confuso, possibilmente intricato come un puzzle. I cine-twittaroli avrebbero già avvertito un fremito qualche giorno fa, al premere del bottone «Invia» un minuto prima dello scadere dell’embargo imposto dalla casa di produzione, quando ormai a chiunque era permesso di dire la sua su quel film. (Vi chiederete: questo giochino giova ai lettori? Risposta: certo che no, mica lo fanno per i lettori!) A quest’ora, quel film sarebbe già stato dibattuto, dissezionato, scaricato come una patata bollente e sintetizzato in migliaia di meme. Avremmo incoronato John David Washington come star del momento, e ridato lustro alla teoria secondo cui l’evoluzione della carriera di Robert Pattinson ha sempre più a che a fare con personaggi strambi, pronti a definirlo come volto unico della sua generazione. Avremmo anche già risposto alla domanda centrale: che cos’è esattamente un Tenet? O forse no, visto che si tratta di un film di Christopher Nolan. Hillary Clinton sarebbe giustamente il presidente da quasi quattro anno, la pandemia che sta piegando gli Stati Uniti sarebbe rientrata alla fine di gennaio, e non staremmo qui a discutere con certi stronzi sul fatto che si debba indossare una mascherina. Come dicevamo: un mondo perfetto.

Robert Pattinson e John David Washington in ‘Tenet’ di Christopher Nolan

Ma non viviamo in quel mondo. O meglio: se così fosse, molti di noi ancora aspettano di essere svegliati dall’incubo che non ci permette di viverlo per davvero. In effetti, siamo tutti in attesa del calcio che ci riporti nella realtà, o del segnale musicale (preferiremmo Édith Piaf, ma ci va benissimo anche il bwooooonnnnng di Hans Zimmer, grazie) che ci desti di colpo. E che da quel sogno ci conduca in un secondo livello onirico, o in una fase REM invasa dall’acqua, o… Sì, lo sappiamo, la cosa si fa complicata. Ma è il 2020 ad esserci toccato in sorte. Tenet, l’undicesimo (e cripticissimo) film di Nolan, era previsto nelle sale il 17 luglio, qualunque cosa accadesse; è stato rimandato al più “sicuro” 27 luglio, quindi a un “ancora più sicuro” 12 agosto, in un continuo rinvio che pare un esercizio di ottimismo estremo. Prima che finiate di leggere questo pezzo, la data d’uscita potrebbe essere stata rimandata molte volte ancora. Considerata l’insistenza con cui Nolan dice che questo film va visto sul grande schermo, il vero mistero dietro Tenet al momento è: quand’è che gli spettatori potranno vederlo per davvero?

Nella disperazione attuale, ci ritroviamo dunque a parlare di un altro film di Nolan. Quello che ha messo il regista-sceneggiatore nella posizione di poter chiedere un budget molto più alto, nonché il diritto di lasciare che grosse star del cinema si perdessero dentro trame labirintiche e la garanzia che l’“esperienza della sala” sarebbe sempre stata prioritaria. Quello con le città capovolte, la trottola e il che-cosa-cazzo-sta-succedendo di primissima scelta. Quello che – dieci anni fa esatti proprio questa settimana – ha dato il via a un decennio in cui la realtà sembrava davvero nella testa di chi la osservava. Quel film è Inception, e mantiene ancora un posto rilevante sia nella filmografia del suo autore sia nella memoria di chi segue i “dentro” e i “fuori” dei grandi nomi dagli Studios. Un rompicapo di Serie A che deve più a Freud che a Friedkin, che non è un film del Sundance o un remake, né un film di Batman o di Jackman (Hugh). È “un film di Christopher Nolan”, e il primo progetto a cui bastava essere catalogato in questo modo per essere venduto al pubblico.

La trama è… [lungo sospiro]. C’è un elegantissimo gentleman di nome Cobb (Leonardo DiCaprio), specialista nell’entrare nelle teste delle persone. Una volta dentro, scavando letteralmente nel loro subconscio, va alla ricerca dei “bottini” mentali meglio nascosti. «Qual è il parassita più resistente?», gli chiede Saito (Ken Watanabe), un cliente o forse un potenziale bersaglio. «Un’idea». Vuoi scoprire qual è il piano del tuo competitor? Ingaggi Cobb e Arthur (Joseph Gordon-Levitt), il suo socio altrettanto ben vestito, perché entrino nei sogni dell’amministratore delegato dell’azienda rivale ed estraggano le informazioni necessarie. Il che – pensiamo noi – è un’impresa sufficientemente straordinaria per coprire i costi del sarto.

Solo che la loro ultima missione non è andata benissimo, e il fallimento è uno scenario raramente riconosciuto nel mondo dello spionaggio tra società quotate in Borsa. Il che significa che i due hanno un’Ultima Grande Occasione per riparare il casino che hanno fatto. Saito ha un rivale in affari. L’uomo, Maurice Fischer, sta morendo. Suo figlio Robert (Cillian Murphy) è destinato a prendere le redini della compagnia di famiglia. Ma se il vecchio venisse convinto a sciogliere la società? Ricordate quei parassiti resistenti? Ebbene, possono anche essere impiantati nella testa di chiunque, come se fossero dei pensieri che quella persona genera autonomamente. Perciò Cobb mette insieme una squadra, in cui ciascuno ha un nome della tradizione cristiana che però diventa subito cool: l’Architetto, il Falsario, il Chimico. Grazie a un volo Sydney-Los Angeles, il team riesce a sedare Robert, penetrare nella sua mente e convincerlo a chiudere la sua azienda. Ma, come in tutte le Ultime Grandi Occasioni, le cose si complicano: sgherri armati, false piste, e i problemi di coscienza dello stesso Cobb che si manifestano quando la sua moglie defunta Mal (Marion Cotillard)… a che punto avete cominciate a pensare: di chi è il sogno che sto vivendo?

C’è un’ottima possibilità che, dieci anni dopo, la maggior parte degli spettatori non ricordi i dettagli precisi della trama di Inception, nonostante i personaggi abbiano l’abitudine di spiegare i nodi della narrazione e i dettagli della loro professione (persino a loro stessi, che dovrebbero conoscere perfettamente). Ciò che probabilmente gli spettatori ricordano sono le sensazioni, i suoni, le immagini, e certi momenti cruciali: DiCaprio al centro di una pagoda giapponese, con l’acqua che sgorga da tutte le parti; una strada di Parigi che esplode come un sacchetto di petardi; Ellen Page, nei panni di una studentessa chiamata a costruire paesaggi onirici, che immagina una città che si ripiega letteralmente su se stessa, come fosse una versione notturna delle planimetrie urbane di Escher; un inseguimento in auto sotto la pioggia che coinvolge anche un enorme treno merci; un set innevato che sembra rubato ai film di James Bond; l’accento di Tom Hardy, che mischia la cadenza di un corrispondente dall’estero stufo di questo mondo con il più levigato degli accenti da colonia britannica, di quelli che ti farebbero chiedere: «Cosa diavolo sta succedendo tra gli Zulu?»; il Chimico interpretato da Dileep Rao in piedi sotto la pioggia, che (in)consciamente riecheggia l’ingresso in scena del Joker di Heath Ledger nel Cavaliere oscuro; la lotta nell’hotel rotante; l’onnipresente “clacson” di Zimmer; la trottola sul tavolo, che gira e gira in una spirale, fino a dissolversi nel nero.

Joseph Gordon-Levitt in una delle scene più famose di ‘Inception’

Molti di questi momenti sono elementi bellissimi e insieme sfacciatamente meta-cinematografici, così incisi nella memoria pop collettiva da far dimenticare facilmente le ambizioni su cui si fondava questo colosso da 160 milioni di dollari di budget. O, ad essere maligni, quelli erano i singoli istanti che spiccavano in un mucchio di chiacchiere pretenziose e pseudo-filosofiche che facevano acqua da tutte le parti. Forse il film è ancora un enigma, anche per quegli spettatori che vi hanno proiettato le loro più profonde teorie sulla vita e la morte. O forse il regista ha semplicemente convinto le platee a credere che il film fosse molto più profondo di quanto non sia in realtà.

Che pensiate che Inception sia una vetta altissima o una landa desolata, il traguardo raggiunto da Nolan va comunque riconosciuto. Con la carta bianca di cui poteva disporre dopo il successo di Batman, ha dimostrato che “blockbuster intellettuale” non è una contraddizione in termini. E, nel recensire un film dopo un decennio in cui l’intrattenimento che garantisce grandi incassi nei multiplex si è decisamente abbassato di livello e ciò che viene visto come troppo intellettuale è condannato al flop, ti ritrovi ad avere fame di altri prodotti che sappiano nutrire così bene il cervello. Questo è il film che ha consacrato Nolan come maestro dei giochi di prestigio, ma è anche un’opera pensata per essere vista e rivista all’infinito (e discussa fino a tarda notte, come si faceva nelle stanze dell’università). Nolan ha dato agli spettatori qualcosa di assolutamente artigianale che avrebbero potuto analizzare e su cui avrebbero potuto discutere: del 98% dei film Marvel di oggi non si può certo dire lo stesso. È una specie di pugno elegante e patinato, capace però di mettere al tappeto tutti i comuni denominatori del genere.

Se Tenet manterrà la promessa lanciata dai tempi di Inception, se dimostrerà ancora una volta che Nolan è l’unico regista per le masse che piace anche agli studenti del M.I.T., questo è tutto da vedere. (Altrimenti, come prova avremo sempre il suo capolavoro: Dunkirk.) Ma il fatto che siamo già gasati per il suo prossimo film, e l’idea di poter entrare un’altra volta in quei territori sconosciuti, ci fa tornare indietro. Allo sguardo aggrottato di Leo, alla trottola che gira, e gira, e gira…

 

Leggi anche