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Il problema di ‘Cetto c’è, senzadubbiamente’ è che fa ridere le persone sbagliate

Il terzo film con Antonio Albanese nei panni di Cetto La Qualunque è ancora primo tra i film italiani al box office nella sua seconda settimana di programmazione. E noi abbiamo provato a chiederci perché

Davide Giordano e Antonio Albanese in 'Cetto c'è, senzadubbiamente'

Foto: Vision Distribution

All’entrata del multisala Adriano teppe di teenager romani in libera uscita, in attesa di vedere Joker per la terza volta, seviziano degli esemplari di bici elettrica Jump. Con eguale senso della dialettica tra attualità e finzione cinematografica, numerosi padri, accompagnati dai figli, cercano di tagliare la fila per un biglietto di Cetto c’è, senzadubbiamente.

Fin dalle prime battute del film — scritto e interpretato da Antonio Albanese (con Piero Guerrera) e diretto da Giulio Manfredonia (con sprezzo del pericolo) — è toccante vedere tante figure genitoriali riempire di nuovo le sale, finalmente accanto ai loro figli, che traducono e singhiozzano, singhiozzano e traducono: dal qualunquismo all’italiano, dall’Italia della comicità un tanto al pilu del Cetto dell’età aurea della Gialappa’s all’Italia di oggi, orfana della satira; dalla comicità fallocentrica e irripetibile del cazzu cazzu, iu iu a quella condivisa e censurata dei meme su Instagram e delle clip di Tik Tok. Se, per i figli, i trigger delle risate sono i violenti sobbalzi ghignanti dei padri — quasi una claque — quelli dei genitori sono, a loro volta, le urla e le parolacce che provengono dagli amplificatori. Figlie e mogli quasi non pervenute, non sappiamo se a fare shopping in segno di protesta o nelle altre sale per il sorriso di Timothée Chalamet nell’ultimo Woody Allen o il senso dell’umorismo di Alessandro Siani nell’ultimo Alessandro Siani (ci si augura).

Dopo aver preso di mira la classe politica di orientamento meridionalista e conservatore in Qualunquemente (2011, primo episodio della saga); dopo essersi occupato dell’imprenditorialità borderline e borderless di spirito cosmopolita e a vocazione criminale (Tutto tutto niente niente, 2012), sette anni dopo, in Cetto c’è, Albanese continua il suo viaggio nel catalogo degli impostori italiani, un intero bestiario di politicanti, trafficanti di droga, nemici di famiglia, che — puntualmente e sinteticamente — si incarna nel suo anti-eroico La Qualunque.

Il soggetto di Cetto c’è risponde a un quesito che in tantissimi ci siamo posti, ma a cui nessuno aveva provato a dare una soluzione così semplice e geniale: in che direzione potrebbe continuare a scavare la politica italiana, dopo aver toccato l’attuale fondo? Il merito di Albanese e Guerrera consiste nel fatto che, dovendo rappresentare l’ennesimo cazzaro in grado di prendere il potere con mezzi non convenzionali, per non ripetersi, per fornire sempre nuovi spunti alla realtà, hanno pensato di virare verso l’ancien régime.

Questa volta a essere presi di mira sono, infatti, gli aristocratici del nostro Sud, qualora decidessero di risolvere la questione meridionale riprendendo il potere attraverso strumenti di comunicazione innovativi e figure leaderistiche improvvisate, possibilmente parvenu da più generazioni. Chi meglio di Cetto La Qualunque? Sulla carta, dunque, niente meno che un’agghiacciante, promettentissima fusion tra neoborbonici e Cinquestelle.

Il nostalgico del Regno delle Due Sicilie (che qui diventa delle Due Calabrie) come metafora del populista pazzoide, nel 2019, è davvero tanta roba: come se si insinuasse che i Cinquestelle al potere e i nobili decaduti oggi potessero essere in fondo consanguinei, come se avessero fatto entrambi, da due direzioni diverse, il giro completo dell’arco costituzionale e si fossero ritrovati insieme al Quirinale. Del resto, la cronaca ci ha insegnato che, per prendere il potere in un’Italia così mal messa, non c’è differenza tra nobili o plebei, bocconiani o fuoricorso della vita: basta essere la persona sbagliata al momento giusto.

La comunicazione del film, sebbene non abbia neppure sfiorato le vette che fecero vincere a quella per Qualunquemente il primo premio per la miglior promozione al Trailers FilmFest (il progetto comprendeva finta campagna elettorale per Cetto, con tanto di finti manifesti, finto simbolo, finto sito, finto programma, finta raccolta firme, veri modelli per diversi partiti a venire), anche in questo caso era stata quantomeno brillante. Cetto c’è non è andato in sala senza essere dotato della piattaforma Pileau, ispirata al pensiero del filosofo Jean-Jean Pileau — il cui motto sarebbe ‘Prima voti e poi rifletti’ —, con in home un quesito solo, ma buono: Repubblica o democrazia?

Ma se le premesse erano interessanti come una distopia all’italiana, nello svolgimento il film è noioso, purtroppo, come un cinepanettone mal lievitato. Se dovessimo fare la top 3 delle battute migliori del film, suonerebbe più o meno così: 3) Viva la Monarchia e ‘n t’u culu a Cavour!; 2) C’è pure il letto a baldracchino! (visitando per la prima volta il palazzo avito); 1) Viva la Monarchia e ‘n t’u culu a Cavour! (ripetuta fino all’ossessione).

Nonostante questo, tanto la penna degli sceneggiatori è blanda e ostentatamente volgare nei confronti delle scene clou, quanto è sferzante quando fa critica sociale di quella forma di teatroterapia che è nella realtà un qualunque circolo di nobili della provincia italiana, a tanti anni dal 1948. Per chi non avesse mai messo piede in un luogo del genere, questo film costituisce quasi una prova di cinema verità. Quando Manfredonia inscena il “Circolo dei Giovani Borboncini di Calabria”, coi suoi ritratti tutti uguali alle pareti, le sue scacchiere intagliate, le sue rivalità interne e conflittualità esterne, Cetto c’è sembra un adattamento di Gesualdo Bufalino.

Potremmo scrivere dell’ingenuità di una sceneggiatura che descrive una Calabria che le policy di Melo La Qualunque, figlio legalitario di Cetto, hanno reso una piccola Svizzera, sulle cui piste ciclabili e pecore tagliaerba il padre, tornato dall’esilio in Germania, costruisce la sua agenda politica di controrivoluzione. Il populismo, anche quello che mostra una faccia ben peggiore di quella di Cetto, parte sempre dall’insoddisfazione della gente, non da un mondo surrealmente iperfunzionale, in cui anche i sindaci timbrano il cartellino. Potremmo rosicare per interi paragrafi sull’occasione di avere avuto a disposizione, per i titoli di coda, un Gué Pequeno in carne, ossa e tuta filomonarchica, e usarne il potenziale solo per mettergli in bocca un ritornello come: “Io sono Gué, Dio salvi me”. Ma non sarebbe questo il punto.



Il vero problema di Cetto c’è non è neanche che non fa ridere, anche se fa ridere poco. È che fa ridere, probabilmente, le persone sbagliate, nel modo sbagliato. Quando la finzione tira troppo la corda della realtà, arrivano i problemi della satira. Non si può perdonare a un’opera di satira politica di fare ridere meno della politica a cui si ispira. Del resto anche Alec Baldwin, scegliendo Trump come soggetto, per quanto la sua imitazione fosse eccezionale, si autocondannò a non poter essere più divertente dell’originale.

La finzione di Albanese, dopo l’exploit di Qualunquemente, non è riuscita a stare al passo con la realtà. La prima versione televisiva e poi cinematografica di Cetto faceva ridere perché era una caricatura della politica. Oggi la politica è un ritratto sbiadito di Cetto, come quei temi a scuola che ci assegnavano su un libro di cui non avevamo in borsa il Bignami. Il fatto che Cetto c’è, al netto di un’idea di fondo straordinaria, sia anche scritto con particolare stanchezza, non aiuta.

Non resta che augurarci che Cetto c’è resti la terza parte di una quadrilogia in attesa di un vero epilogo, magari ancora una volta campione di incassi, ma scritto con più attenzione e senso di responsabilità rispetto al vero target di opere del genere, vale a dire il pubblico che prima ride e poi riflette, e non al potenziale elettore di un leader come Cetto. In questo rischio di sovrapposizione fra target reale e target fittizio c’è il più grande, imperdonabile equivoco di un prodotto che avrebbe potuto essere un piccolo capolavoro di satira politica e invece non è che uno stanco esercizio di denuncia del populismo politico attraverso del populismo cinematografico.

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