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‘Il caso Braibanti’, ovvero sul “processo a Oscar Wilde un secolo dopo”

Il doc racconta Aldo Braibanti, uno dei nostri intellettuali più profetici e vessati, a partire da quel processo-farsa – primo e unico caso di condanna per plagio in Italia – che mirava a colpirne indipendenza e omosessualità

Dalla galera fascista a quella democristiana, Aldo Braibanti è l’intellettuale più profetico e meno noto – nonché più vessato – che la storia italiana conosca. Poeta, scrittore, filosofo, artista visivo, drammaturgo, eroe della resistenza partigiana, studioso delle formiche (mirmecologo), omosessuale e anarco-comunista. È stata una mente affascinante e poliedrica, sfuggente a ogni facile etichetta, uomo mite e appartato. “Il suo delitto fu la sua debolezza”, scrisse di lui Pier Paolo Pasolini, “ma dalla sua debolezza deriva la sua autorità”.

Finalmente un documentario, che si intitola Il caso Braibanti, prova ad accendere una luce su un intellettuale eretico nel Novecento, considerato “un genio straordinario” secondo Carmelo Bene, e sulla sua intera vita: dal precoce attivismo antifascista fino alla morte, passando per quel processo-farsa che, con la pretestuosa accusa di “plagio”, mirava in realtà a colpirne indipendenza e omosessualità. Un processo definito dagli autori della pellicola, Carmen Giardina e Massimiliano Palmese, come “un processo a Oscar Wilde con un secolo di ritardo”. Tra l’altro, indiscrezioni circolano nell’ambiente del cinema sull’interesse per la realizzazione di un film vero e proprio, da parte del regista Gianni Amelio, con la partecipazione anche di Marco Bellocchio.

Braibanti, 40 anni, aveva introdotto il giovane Giovanni Sanfratello, 25, nella propria cerchia di amici-artisti, sostenendolo negli studi e incoraggiandolo nell’inclinazione per la pittura. Tra loro nacque, ricorda lo scrittore Piergiorgio Bellocchio – altro intellettuale appartato rispetto al mainstream – “un grande amore”, e i due andarono a vivere insieme a Roma. Ma la famiglia del ragazzo, “ultracattolica”, decise di opporsi a quella relazione e lo fece nella maniera più aggressiva: Giovanni fu internato in manicomio, e Braibanti portato alla sbarra. Era l’estate del 1968, non certo una data priva di significati, sociali e politici.

Il processo divise l’Italia. Mentre in tutto il mondo infuriava la Contestazione con la richiesta di nuovi e ampi diritti, Braibanti ebbe al suo fianco pochi ma qualificati sostenitori, tra cui il radicale Marco Pannella, mentre Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Alberto Moravia, Umberto Eco seguirono e commentarono aspramente il processo e quella parte di Paese che resisteva strenuamente ad ogni tentativo di modernizzazione della società. Aspetto romantico della vicenda riguarda Sanfratello, che nonostante 40 elettroshock e più di 25 coma insulinici a cui verrà sottoposto mentre è chiuso in manicomio, non riconoscerà mai di essere stato plagiato. Tra l’altro, a seguito della condanna – primo e unico per quell’accusa nell’arco della storia giudiziaria italiana -, oggi fanno sorridere (di orrore) alcune delle misure draconiane che vennero messe in atto nei confronti dell’intellettuale, come il divieto assoluto di leggere libri che abbiano meno di cento anni. Dopo aver scontato la pena, Aldo Braibanti si ritirerà in se stesso, lontano da tutto e da tutti, ma senza declinare alle proprie idee avanti almeno 50 anni rispetto ai tempi, contenute in un archivio enorme donato al Comune di Fiorenzuola d’Arda (Piacenza), paese che gli diede i natali e poi ne accolse le spoglie mortali. Lascerà questa terra in stato di indigenza, protetto solo da qualche migliaio di euro garantiti dalla Legge Bacchelli, a 91 anni nel 2014.

Nel documentario ne ripercorrono l’esistenza, il nipote Ferruccio Braibanti, insieme a Piergiorgio Bellocchio, Lou Castel, Giuseppe Loteta, Dacia Maraini, Maria Monti, Elio Pecora, Stefano Raffo, Alessandra Vanzi. Le foto d’archivio messe a disposizione dalla famiglia Braibanti, i video d’arte girati dallo stesso artista e del tutto inediti, i film sperimentali di Alberto Grifi, e le scene tratte dal testo teatrale di Massimiliano Palmese, tutto contribuisce a restituirci una fotografia vivida e inquietante del nostro passato recente, che continua ad allungare minacciosamente le sue ombre sul presente: “Ho fatto un lungo studio sul processo e sulla drammaturgia – ha spiegato Palmese – e lo spettacolo ha girato per alcuni anni ottenendo sempre buoni riscontri. Con la conoscenza del nipote Ferruccio si è avuta la svolta. Braibanti è una delle figure più poliedriche che il nostro Paese possa vantare e quel processo lo si può guardare da molti punti di vista. Braibanti stesso lo definì fondamentalmente politico. Si voleva fermare non solo lui, ma le tendenze di svolta sociale che hanno anticipato il ’68. Ben prima di Pasolini, parlava di consumismo, di ecologia, criticava la famiglia come istituzione coercitiva. Insomma, andava fermato. Lui stesso sottolineava di essere stato il capro espiatorio, un monito per tutti gli altri. Pasolini infatti era preoccupatissimo, così come Moravia e la Morante, che sono arrivati dopo nel difenderlo per timore di essere coinvolti. Dal punto di vista umano – ha concluso il regista -, l’aspetto che mi ha più colpito riguarda il suo atteggiamento di avversione alla celebrità, al cercare una posizione di rendita come solitamente fanno in molti. Mi rimane impressa nella mente una sua definizione in relazione alle idee libertarie che, nonostante gli sforzi per fermarle, rinascono sempre: ‘La forza, la costanza, per resistere, l’ho imparata osservando le piante. Quelle selvatiche. Quelle che la gente chiama erbacce. La gente non sa che le erbacce riescono a bucare anche il cemento. L’uomo pulisce, disinfesta. Ma, dopo ogni disinfestazione, le erbacce rinascono’. Insomma, è stato un vero profeta”.

Su come è stato costruito il docufilm, si è invece espressa la regista Carmen Giardina: “Si è scelto di privilegiare la varietà dei materiali che avevamo a disposizione, dato che Braibanti è stato un artista molto produttivo. Le prove dei suoi spettacoli riprese da Alberto Grifi si alternano alle interviste ai testimoni della vicenda, ai video sperimentali che realizzò nel corso degli anni, alle sue vecchie interviste dalle Teche Rai in veste di studioso delle formiche. Una figura di intellettuale che sfugge alle definizioni e che noi abbiamo cercato di presentare nel rispetto della sua complessità. Senza tralasciare l’aspetto per me più toccante di tutta questa storia, il racconto di una storia d’amore violentemente e brutalmente interrotta, prima con il rapimento del compagno di Braibanti per rinchiuderlo in manicomio, e poi con la denuncia di plagio che portò i due a non rivedersi mai più. Troppo dolorosa la vicenda, e troppo grande la paura di Braibanti di danneggiare il suo compagno se lo avesse cercato, una volta uscito dal carcere. Dopo la cancellazione del reato di plagio nel 1981 – ha concluso Giardina -, nelle sue interviste a Radio Radicale continuò a metterci in guardia dai futuri tentativi, che secondo lui sarebbero arrivati, di restringere il perimetro dei diritti civili nel nostro Paese. Un richiamo che non smette ancora oggi di essere attuale”.

Il docufilm vedrà la luce il 27 agosto a Pesaro alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema e proseguirà il suo tour a Fiorenzuola d’Arda (Piacenza) in collaborazione con ANPI, poi il 13 ottobre a Firenze in apertura al Florence Queer Festival e ancora a Roma al Cinema Farnese e a Piacenza, Bari, Napoli e Milano in via di definizione.

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