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I Vanzina hanno sempre ragione (anche quando fanno un film sul lockdown)

Sì, al plurale. Perché in ‘Lockdown all’italiana’, esordio alla regia di Enrico, c’è anche Carlo. E c’è tantissima tenerezza: cosa v’indignate (preventivamente) a fare?

Ezio Greggio e Paola Minaccioni in ‘Lockdown all’italiana’ di Enrico Vanzina

Foto: Medusa Film

Dal giorno in cui l’Italia s’è destata e, tanto per cambiare, s’è indignata per l’innocua locandina di un’innocua commedia sembrano passati cent’anni. L’Italia, da quel giorno, ha avuto tanta altra roba di fronte a cui indignarsi – tutta urgentissima: le chimiche da Nobel Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna chiamate dai quotidiani “le Thelma e Louise del Dna”, Enrico Montesano che marcia coi negazionisti del Covid, Angela di Mondello da Barbara d’Urso – e quell’innocua locandina di quell’innocua commedia è stata derubricata a lontano fatterello di colore. Ormai, lo sappiamo, è un rapporto inversamente proporzionale: più la rabbia è cieca, meno agli arrabbiati fregherà qualcosa dell’argomento che li fomenta sulla tastiera; o, quantomeno, gli fregherà giusto per quei quindici minuti (ormai diventati secondi: scusaci, Andy) di social-scandalo.

Torniamo a cent’anni fa. L’innocua locandina era quella di Lockdown all’italiana, esordio alla regia a settantun anni (emoji cuoricino) di Enrico Vanzina. Il film non l’aveva ancora visto nessuno, ma anche qui vige la norma già citata: meno si conosce una cosa, più se ne parla. La locandina era brutta come tutte le locandine delle commedie italiane, con la loro grafica da volantino del sushi all you can eat. Ma l’indignazione non era rivolta alle scuole di grafica di questo Paese, che sfornano ancora certi art director (si dice così?). L’indignazione stava nel fatto che Vanzina avesse osato ridere del virus: i cadaveri sono ancora caldi, e questo si permette di fare un cinepanettone! (commento medio online).

Io il film l’avevo visto proprio quel giorno, ma non potevo dirlo a nessuno. Non potevo dire: siete tutti, come sempre, una banda d’ignoranti. Non potevo dire che Lockdown all’italiana non è un cinepanettone, foss’anche solo perché esce il 15 ottobre. Non potevo dire che non si ride “del” Covid ma “col” Covid, cosa che facciamo tutti – per esorcizzare, per cazzeggiare, perché siamo umani – da sette mesi a questa parte. E che manco si ride troppo: è un film con più tenerezza che battute, ma su questo tornerò più avanti. Non potevo dire (ma solo perché l’ho già detto troppe volte): voi siete delle capre, e i Vanzina sono dei signori.

Sì, i Vanzina. Al plurale. Perché, anche se Carlo non c’è più (sigh, sob), nel primo film diretto da Enrico ci sono entrambi i fratelli e il loro sguardo sulle persone, sulle loro brutture e le loro dolcezze, i loro infantilismi e le loro genialate, le loro piccolezze e la loro umanità. Le nostre, la nostra. E c’è anche Carlo nella velocità con cui Enrico ha tradotto la parola dell’anno nell’ennesima occasione di scrittura. Mentre romanzieri dolenti e cineasti in cerca di fondi Mibact stanno ancora rimuginando sull’idea migliore per raccontare il (vuoto di) senso dell’isolamento, la premiata ditta Vanzina ha scritto, girato e montato un film (peraltro nello stesso anno in cui aveva già piazzato un successo su Netflix). E si vede che l’ha confezionato in fretta, direte voi che non l’avete visto. Invece no: Enrico Vanzina non sarà Paul Thomas Anderson (in ogni caso, non credo voglia candidarsi a diventarlo), ma ha la mano sicura di chi ha un passato, un’esperienza, un’educazione dentro il cinema.

E pure il sentiment (si dice così?) del presente, che noi pensiamo di possedere perché scrolliamo veloce il nostro Instagram, ma poi della contemporaneità non capiamo mai un tubo. Sul lockdown (attenzione: non sulla pandemia) Vanzina ci ha fatto ovviamente una pochade, che poi era la chiave migliore per metterlo in scena. Ci sono due coppie (Ezio Greggio e Paola Minaccioni/Ricky Memphis e Martina Stella) incrociate perché il marito della prima e la moglie della seconda sono amanti. Però bloccati dal Dpcm dell’11 marzo, dunque costretti in casa coi rispettivi coniugi cornuti. Sarà capitato anche a voi (o forse no), ma insomma nella prigione del “non potevamo fare quello che avremmo voluto” (qualunque cosa fosse, in qualunque campo fosse) ci siamo trovati tutti.

Martina Stella e Ricky Memphis in una scena del film. Foto: Medusa Film

Nessuno negli Stati Uniti s’è indignato per Coastal Elites, dimenticabile filmetto prodotto da HBO che butta anche lui in commedia il lockdown (ma che in realtà è il solito copione sulla botta per Trump da cui gli americani non si sono ancora ripresi, peggio di noi con Silvio: vedi anche la miniserie The Comey Rule, che parte stasera su Sky). O meglio: alcuni l’hanno criticato per ragioni che riguardano lo specifico filmico, come dicono quelli bravi, e non perché i cinque monologhi in scena (recitati, tra gli altri, da Bette Midler e Sarah Paulson) osavano avere come sfondo l’annus horribilis 2020. Tutti da noi si sono invece preventivamente risentiti per Lockdown all’italiana, che sfrutta lo stesso contesto, ma lo fa meglio.

Il primo film di Enrico Vanzina – con musiche jazz di Umberto Smaila e titoli di testa bianco su nero con un font che pare rubato a Woody Allen (altra emoji cuoricino) – racconta di più e meglio quello che siamo stati, e che siamo ancora. Ci siamo noi che c’improvvisiamo virologi (Minaccioni a Greggio: «Mi raccomando, perché il virus rimane sulle superfici: e tu sei un superficiale»), noi che sbuffiamo per la mascherina, noi che ci sentiamo eroi (il discorso di Greggio sul balcone, più accorato di quello del Gladiatore), noi che ci facciamo tenere compagnia dagli amici su Zoom (qua sono Maurizio Mattioli e Biagio Izzo), noi che non rivogliamo la palestra ma vogliamo il parrucchiere, noi che riguardiamo i vecchi film (epico il momento in cui Greggio si fa ispirare da Gassman nella Terrazza di Scola), noi che confessiamo la nostra solitudine (il vicino di casa Riccardo Rossi), noi che compiliamo lo struggente bilancio della nostra vita (Martina Stella sospira al ricordo del colpo di fulmine per Ricky Memphis: «Mi parevi Hugh Grant…»). Noi che capiamo che, con ’sto Covid, forse l’unica è conviverci. E anche con quelli a cui, nonostante tutto, vogliamo bene.

C’è la scrittura comica di Vanzina: il nomignolo “la periferica” che Minaccioni affibbia a Stella vale più di mille editoriali “centro storico vs. borgate” firmati da Galli della Loggia. Ma c’è, appunto, tantissima tenerezza. Questa commedia sociale e sociologica è lo specchio dell’altro ieri, ma sembra un film in costume. E c’è Carlo, tantissimo Carlo. A un certo punto – ma dire quale sarebbe uno spoiler davvero stronzissimo – arriva pure Sapore di mare. E viene da piangere, perché questo è un film dei Vanzina. E a chi davanti a un film dei Vanzina s’indigna invece di commuoversi, ecco, a quella persona lì non ho proprio niente da dire.