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I grandi divi del cinema: Robert Taylor, la (s)fortuna di avere una faccia bellissima

Forse, tra gli uomini, la più canonicamente bella di Hollywood. Anche per questo è diventato una star, ma – nonostante i grandi ruoli tra western e avventura – è stata la sua maledizione

Robert Taylor alla fine degli anni ’30

Foto: Ullstein Bild via Getty Images

Dopo aver studiato musica, Robert Taylor approda a Hollywood dove viene scritturato dalla MGM. Nei decenni ne sarà uno dei maggiori testimoni. A 26 anni è già una stella, grazie al ruolo di Armand Duval in Margherita Gauthier. La sua partner è un ottimo sponsor, Greta Garbo. In quella parte Robert mostra attitudini importanti: una recitazione intensa e capace di cambiare registri, soprattutto una presenza straordinaria, che gli permette di contrastare un’icona vampirizzante come la Garbo. Robert ha occhi chiari, di un blu acceso, capelli scuri e lineamenti assolutamente classici. Il suo è forse il più bel volto del cinema. È la sua sfortuna.

Farà parte del club dei “belli che non possono mostrare altre qualità perché troppo belli”, appunto: il destino di personaggi come Errol Flynn, Alan Ladd e Tyrone Power. Insieme a quest’ultimo Taylor diventa l’ideale amoroso delle donne del mondo. In Havana, la protagonista Lena Olin, svedese, dice a Robert Redford dice di essere andata in California per conoscere Robert Taylor. Sulle copertine dei dischi italiani di canzoni d’amore degli anni ’40 campeggiava il volto di Robert. Titolo esemplare in quel senso è Il ponte di Waterloo, accanto a Vivien Leigh. I due formano la coppia più bella, romantica e struggente del cinema. Il climax è quando ballano il valzer delle candele, sempre più al buio, sempre più innamorati.

Come per quasi tutti i divi hollywoodiani, arriva per Taylor il momento del west. E l’attore riesce a dar corpo a un tipo particolare ed efficace, capace di competere coi grandi personaggi del genere, Cooper, Wayne e Stewart. In Terra selvaggia è il primo Billy the Kid del cinema. Eccolo poi in un trittico in bianco e nero che gli offre persino la possibilità di recitare: L’imboscata, Il passo del diavolo e Donne verso l’ignoto. Tre capolavori realisti lontani dallo spettacolo e dal magniloquente. Nel Passo del diavolo Taylor è un indiano che difende i propri diritti. È il primo titolo “dalla parte degli indiani”. E non era una piccola intuizione, nel 1950.

Dopo la fase dell’Ovest, ecco quella in costume. La Metro lo sceglie per contrastare il principe dell’avventura Errol Flynn, della Warner. E Taylor centra altri tre ruoli da antologia del cinema: Marco Vinicio in Quo vadis, Ivanhoe nel film omonimo e Lancillotto ne I cavalieri della tavola rotonda. Ma si sente attore vero e vuole esplorare altre parti senza aspettare l’età per essere un caratterista. Eccolo dunque nel ruolo del cacciatore psicopatico di bisonti ne L’ultima caccia. Fa impressione vederlo fare l’antagonista cattivo di Stewart Granger, ma almeno ha dimostrato di saper uscire da un cliché.

Nel frattempo gli anni sono passati, il volto ha perso quella nobiltà e il corpo si è appesantito. Un segnale poco felice – del resto è stato il destino di altri divi al tramonto, come Granger e Ladd, fra gli altri – è l’invito a fare un film in Italia. Luigi Scattini lo dirige ne La sfinge d’oro, del 1967. Accanto a lui Anita Ekberg. Sullo schermo risulta stanco, davvero al tramonto. Forse manifesta i segni del cancro. Muore due anni dopo.

In Fedora di Billy Wilder, una sorta di remake di Viale del tramonto, la grande diva ritiratasi dalle scene e ormai estranea al mondo, non solo del cinema, chiede a William Holden notizie di Robert Taylor. «È morto nel 1969» è la risposta. Come i divi nominati sopra, Taylor non ha raccolto riconoscimenti accademici, non un Oscar, non una nomination, ma ha magnificamente gestito il ruolo dell’eroe dei film, che è, soprattutto, quello di far sentire eroi noi tutti. Che non lo siamo.

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