I grandi divi del cinema: l’Actors Studio, fabbrica di stelle – Parte 2 | Rolling Stone Italia
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I grandi divi del cinema: l’Actors Studio, fabbrica di stelle – Parte 2

Dopo la presentazione del ‘Metodo’ che ha cambiato Hollywood, un’analisi di alcune sequenze che simboleggiano un nuovo modo di recitare. E le star che l’hanno adottato: da Paul Newman a James Dean, da Marlon Brando a Montgomery Clift

Paul Newman in ‘Nick mano fredda’ (1967)

Foto: Silver Screen Collection/Getty Images

Marlon Brando fu il manifesto di quel primo grande gruppo. È interessante un racconto di Elia Kazan, il suo “mentore” in un certo senso: «Lo vidi per la prima volta sdraiato su una panca, dormiva pancia all’aria e aveva sul petto il libretto di Candida di George Bernard Shaw». Significa che quelli dell’Actors, anche in chiave di cultura, erano gente diversa rispetto alla tradizione del cinema di quel tempo. Dunque “Actors” significava anche cultura, appunto. Perfetto per contenuti non convenzionali e “arrabbiati” sarebbe stato Tennessee Williams. Il gruppo ne avrebbe fatto la propria occasione e piattaforma. Fra le grandi performance: Un tram che si chiama desiderio (Brando), La gatta sul tetto che scotta (Newman), La dolce ala della giovinezza (Newman), Improvvisamente l’estate scorsa (Clift). Nel 1987, Paul Newman, che non aveva più l’età per recitare in quel ruolo, fece Lo zoo di vetro da regista assegnando la parte di protagonista a John Malkovich.

L’odio

Ho più volte scritto “ribellione”, in realtà un’altra delle parole identitarie è “odio”. Quel gruppo odiava, decisamente. Naturalmente, trattandosi di personalità complesse, quel sentimento non poteva essere semplice e univoco, l’odio era trattabile, c’era sempre la possibilità di redimersi, e poi, scenicamente, l’odio rendeva di più se partiva dall’amore. Perfetti per essere odiati erano i genitori. L’eroe dell’odio famigliare è James Dean. In Gioventù bruciata James non è capito dal padre (ma chi capiva James?) e i due si scontrano, anche fisicamente, e prevale il ragazzo, esile com’è, ma così pieno di odio, appunto. Nella Valle dell’Eden, James non sa niente della madre, gli hanno detto che è morta. Ma lui la cerca, e la trova che gestisce un bordello. Le urla tutto il suo odio mentre un “assistente” della madre lo riempie di botte. Non solo, ma si scontra anche col padre che preferisce l’altro figlio, più tranquillo, meno irrequieto e ribelle. James aggredisce Raymond Massey (che davvero si spaventò a morte) piangendo, urlando tutto il suo odio.

Paul Newman in Nick mano fredda… perfeziona. È in un gruppo di detenuti che ripuliscono i bordi di una strada. Scoppia il temporale, tutti si rifugiano sul grande camion, al coperto. Nick, già arrabbiato di suo, rimane sotto la pioggia e se la prende… col cielo. Un amico gli dice “non bestemmiare, altrimenti ti punisce”. Nick alza gli occhi e le mani, invoca platealmente: “Va bene, punisci, se ci sei!”. Poi dice: “Sono qui, a parlare a nessuno”. Ma l’eroe non poteva bestemmiare, così alla fine chiede scusa: “Forse le occasioni me le hai date, e io non le ho colte”. Ancora una volta era un ribelle, ma non estremo, non cieco, un ribelle con biglietto di ritorno.

Stili ‘contro’

Il continuo esercizio sulla rabbia, così intenso e assoluto, portava quegli attori a scontrarsi sistematicamente coi loro colleghi di diverso metodo. Stili “contro”. Nel Gigante, Rock Hudson, attore “tradizionale”, dichiarò successivamente che Dean rendeva la vita impossibile a tutti, soprattutto a lui. «C’erano momenti che avrei voluto vederlo morto». C’è del grottesco e del tragico in quelle parole, perché davvero, prima della fine del film, lo vide morto. Dean, a sua volta, sistematicamente mandava al diavolo Rock appena poteva farlo, lo provocava. La tensione e il contrasto erano un nutrimento per chi praticava il sistema, e Dean nella lite era come un pesce nell’acqua. Non la spuntavi con lui. Lo scontro, il muro contro muro, era dunque un alimento che faceva la fortuna del film.

Divi antagonisti del gruppo erano spesso in difficoltà. Co-protagonista con Brando in Bulli e pupe era Frank Sinatra, che considerava una bestemmia che Brando cantasse. Quando canta Your Eyes Are the Eyes of a Woman in Love, Brando non ha certo la voce di Sinatra, ma… è Brando, e dunque anche la canzone funziona. Vale il concetto del già citato monologo di Antonio in Giulio Cesare. Brando imponeva comunque le sue regole. Sul set i due si ignorarono e alla fine Sinatra disse che mai più avrebbe fatto un film con quel cantante dilettante. Andò peggio a Glenn Ford, che aveva il nome in cartello con Brando in Casa da tè alla luna d’agosto. Brando, che faceva la parte di un giapponese, lo fece impazzire per tutta la durata della produzione. Al naturale scontro fra primedonne si aggiungeva proprio quella differenza genetica artistica. Ford ne uscì con un esaurimento che lo tenne lontano dai set per un po’ di tempo.

Quando sul set, e non capitò quasi mai, c’erano due della stessa scuola era ancora peggio. L’antagonismo diventava esponenziale. Anche se non si incrociarono mai nel plot, Brando e Clift erano nel cast de I giovani leoni: Clift nella parte del soldato americano e Brando in quella dell’ufficiale nazista. Brando, che diceva sempre la sua, quasi mai in sintonia col regista, alla fine deve morire. Decise che sarebbe morto legato a una croce. Effetto strepitoso, che avrebbe divorato tutte le altre performance. Clift, più silenzioso ma più “anziano”, disse che se qualcuno in un film doveva morire su una croce, quello sarebbe stato Clift. E la spuntò. Brando viene colpito a morte sull’argine di un ruscello e cade nell’acqua, e comunque l’effetto non manca.

Le botte

Connaturate allo stile Actors erano le botte. Nel senso che… le prendevano. Non c’era film dove gli attori non si facessero picchiare a sangue. Paul Newman ha spesso il volto sfigurato. Ce l’ha in Lassù qualcuno mi ama, ma lì fa il pugile Graziano e le botte sono naturali, ci stanno. Ma in Nick mano fredda affronta l’energumeno George Kennedy, il doppio di lui, e si fa letteralmente massacrare. Cade e si rialza, cade ancora e si rialza, dieci volte. Col volto (quel volto) sempre più distrutto. Anche Brando è sfigurato in Fronte del porto. Mezzo morto, viene rimesso in piedi per affrontare i criminali del sindacato. Esattamente come gli accade ne La caccia, dove è irriconoscibile con quella faccia devastata. Si rimette in piedi e affronta, traballante, i teppisti razzisti che hanno ucciso Robert Redford. Clift è irritante per come si fa picchiare, senza reagire, in Da qui all’eternità, ne I giovani leoni e in Fango sulle stelle. Al gruppo piaceva prenderle, piaceva soffrire. John Wayne e Robert Taylor non li vedevi mai prendere botte. Le facce tumefatte le avevano i loro rivali.

L’Actors Studio è diventato un passaggio obbligato ormai di quasi tutti gli attori. Presentare quel contrassegno può ancora essere un segnale di garanzia che aiuta nelle scelte dei cast. Anche se sei un divo. Brando e gli altri erano dunque la prima generazione. Della seconda fanno parte Al Pacino, Robert De Niro e Dustin Hoffman, fra gli altri. Della terza Harrison Ford, Sean Penn, Matthew McConaughey, Leonardo DiCaprio. Su di loro gli Oscar sono caduti a pioggia. Anche grazie all’“Actors”.

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