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I grandi divi del cinema: Gary Cooper, eroe d’America

Voleva fare il caricaturista, e invece è diventato lui stesso il volto del suo Paese: star romantica, idolo western e icona anche politica. Coop è il primo nome di questa nuova rubrica

Gary Cooper negli anni '30

Foto: Clarence Sinclair Bull/John Kobal Foundation/Getty Images

Suo padre è un magistrato inglese trasferito nel Montana, dove Gary nasce. Buoni studi, un certo talento per il disegno. Gary intende diventare caricaturista, va in California, fa il rappresentante e, tradizionalmente, immancabilmente, viene notato da qualcuno che fa cinema. La Paramount gli fa un contratto. Per qualche anno fa lo stuntman, l’amoroso e il cowboy, siamo ancora nell’epoca del muto. Col sonoro diventa un personaggio vero, poi diventerà divo, poi attore vero. Cooper è bellissimo e normale, dunque più completo di un Power (solo bellissimo) e di un Bogart (solo normale). In Marocco la sua partner è Marlene Dietrich, in Addio alle armi il suo sponsor è Hemingway, tutte cose che aiutano. Da quel momento, in molti film Cooper lascerà un segno profondo, anzi, esclusivo, iconico. È buono e ingenuo, e onestissimo, è fidanzato, marito, amico, poi sarà padre, sempre dolce e giusto, e invincibile, e senza macchia. “Usato” da grandi registi portatori di segnali e, più o meno, buone novelle, Cooper ha finito per rappresentare l’eroe perfetto per il cinema dei suoi anni, più di chiunque altro.

È stato divo popolare e attore vero riconosciuto. Rispetto alla prima grande stagione del cinema, Cooper è il personaggio-eroe-attore più importante. Nella generazione successiva il testimone sarà raccolto da Paul Newman. Amato e seguito, identificatore massimo delle emozioni del pubblico, Cooper è il teste perfetto di Frank Capra (È arrivata la felicità, Arriva John Doe) per la comunicazione favolistica a positiva di cui aveva bisogno l’America in quegli anni. È l’eroe western di Wyler e DeMille per incarnare l’epica proiettata al futuro radioso, in film perfetti come L’uomo del West e Gli invincibili. È il silenzioso intellettuale protagonista di Per chi suona la campana (ancora Hemingway) quando si trattava di “sensibilizzare” su una precisa posizione da assumere nella guerra di Spagna.

Soprattutto fu il testimonial della più grande campagna promozionale di tutti i tempi, non solo riferita al cinema. Allora si diceva propaganda. Fu quando gli assegnarono il ruolo di Alvyn York, eroe della Prima guerra mondiale, nel Sergente York. Era la storia di un contadino, obiettore di coscienza, che alla fine, suo malgrado, va in guerra e uccide i nemici (ne uccide tanti) solo perché è necessario, solo perché la rapida vittoria salverà altre vite. La tesi serviva a convincere il popolo americano a entrare in guerra contro Hitler: il presidente e il congresso ne erano già convinti.

Cooper trasmise una passione di “giustizia forte e violenta” che cinque minuti dopo Pearl Harbor, tutto il popolo americano divenne guerriero. Con tanto di suggello di Oscar. Da allora eccolo più maturo e completo. Sempre più spesso eroe western, diede il meglio di sé in Mezzogiorno di fuoco (secondo Oscar) e nella Legge del Signore, nella parte di un capofamiglia quacchero che resiste ma alla fine combatte i sudisti perché è giusto farlo, ed è ancora una volta il più forte di tutti. Quando Cooper morì di cancro, nel 1961, il Paese, e non solo, sprofondò in un lutto personale. C’era più dolore che per la perdita di un presidente, c’era lo stesso dolore della perdita di un famigliare. E proprio Kennedy, neopresidente, disse: “È morto Coop, come faremo adesso?”

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