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I grandi divi del cinema: Errol Flynn, all’avventura

Il divo specializzato in ruoli come Capitan Blood e Robin Hood ha avuto una vita leggendaria anche fuori dallo schermo. Ecco perché a Hollywood ce ne sono stati pochissimi come lui

Errol Flynn al timone di uno yacht negli anni ’40

Foto: Hulton Archive/Getty Images

Errol Flynn nasce in Tasmania, figlio di un eminente biologo e oceanografo, e poi esercita molti mestieri: interpretando realtà e leggenda, eccolo cercatore d’oro, navigatore, pugile, pescatore di perle. Dopo un breve tirocinio, approda alla Warner e ne diventa rapidamente una delle colonne, accanto a personaggi come Humphrey Bogart, Bette Davis, James Cagney. Nel ’35, eccolo protagonista di Capitan Blood, titolo che diventerà leggendario, per la regia di Michael Curtiz. A ventisei anni, è un divo. Nei panni di Blood, Flynn incarna un eroe aitante, guascone, estroverso, atletico, irresistibile. Un marchio che rimarrà suo esclusivo per tutto il cinema contemporaneo e futuro, parzialmente ereditato da Douglas Fairbanks ma rinvigorito da un appeal e da una presenza che il divo del muto non possedeva.

Diretto in prevalenza da Curtiz e da Raoul Walsh, in quella stagione Flynn appare in film tutti memorabili, tutti esemplari rispetto a quell’eroe che perfeziona in titoli come La carica dei 600, Il principe e il povero, soprattutto nelle Avventure di Robin Hood, capolavoro assoluto dell’avventura, insuperato, vedibilissimo dopo tanti decenni. Anche La storia del generale Custer è un film perfetto, una pietra miliare del western. Progredendo in carriera, Flynn diventa anche un ottimo attore. Come altri suoi contemporanei (Alan Ladd, Tyrone Power, per esempio) aveva una presenza tale da render superflua la recitazione. In realtà Flynn era capace di espressioni e interpretazioni profonde e sottili, solo che potè metterle in campo raramente. Per la Warner era molto più comodo e redditizio farlo esprimere secondo i canovacci semplici e monocordi che piacevano al pubblico. Un vero peccato.

Nel ’48, in Sul fiume d’argento, dava corpo e volto a Michael McComb, eroe complesso e negativo, modernissimo. L’anno dopo era il fratello cattivo nella Saga dei Forsyte. Una menzione anche per la parte dell’alcolizzato fallito in Fiesta, da Hemingway. Nella vita privata Flynn fu una leggenda quasi come i suoi personaggi. Gran bevitore, pronto a tutti gli eccessi, sempre nei guai con le donne (ebbe una causa per stupro), era sempre disposto a colorire il proprio personaggio: si fece credere morto in Spagna nel ’37, poco dopo si disse di lui che fosse una spia nazista, poco prima di morire era a Cuba per stringere la mano a Castro, da lui definito “l’ultimo Robin Hood”. L’accumulo di eccessi lo portò a invecchiare rapidamente.

A poco più di quarant’anni era già compromesso, segnato dal bere, da una forma di malaria e da tutto il resto. Morì a cinquant’anni. Sembrava un vecchio. Errol Flynn che duella sul ponte del galeone, che tende l’arco fra gli alberi della foresta di Sherwood, che cavalca alla testa del 7° Cavalleggeri, è uno dei grandi identificatori, portatori di sogni e di incanti, che il cinema ci ha riservato. Si contano sulle dita di una mano quelli come lui.

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