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I grandi del musical: Marlene Dietrich, l’angelo del peccato

La diva anti-Reich, nota per ‘numeri’ come ‘Lola’ e ‘Lili Marleen’, è un’icona che ha rivoluzionato il modo di essere diva. E anche la politica e la sessualità a Hollywood

Marlene Dietrich nel film ‘L’angelo azzurro’ di Josef von Sternberg (1930)

Foto: John Springer Collection/CORBIS/Corbis via Getty Images

Marlene Dietrich (1901-1992) è un personaggio enorme. Coagula tante storie, che oltrepassano di gran lunga il suo ruolo di attrice, di diva. Vale l’immagine generale, la politica, la sua personale “geografia”, vale anche la sua ambiguità, la sua provocazione di carattere. E naturalmente la sua proposta sessuale.

Nacque a Berlino e per tutta la vita si dichiarò berlinese, anche se era diventata cittadina americana. Nel 1930, quando si fece notare dal mondo per il ruolo di Lola Lola in quell’opera di arte generale che è L’angelo azzurro, divenne subito un’icona preventiva, che si sarebbe poi riaffermata in tante opere e tante storie. Il film, diretto da Josef von Sternberg, il suo mentore decisivo, fece subito parte di quel cartello nobile che derivava dalla cultura tedesca figlia della prestigiosa Scuola di Weimar, che aveva ristrutturato quasi tutte le forme d’arte. E c’era una novità, si trattava del primo titolo tedesco “parlato”. E la parola, soprattutto la musica e il canto, non erano certo roba da preistoria, possedevano un registro compiuto, avevano oltrepassato la fase pionieristica.

E c’erano delle derivazioni importanti e visibili. Certi fotogrammi sembrano grafiche di Otto Dix o di George Grosz, figli dell’estetica di quella scuola. E poi il master: il film era tratto dal romanzo Il professor Unrat firmato da Heinrich Mann, fratello del più celebre Thomas, un gigante della letteratura, premio Nobel. La Dietrich creò un modello squisitamente tedesco, ma la Paramount, che immediatamente contrattualizzò l’attrice, lo trasformò con una contaminazione delle regole hollywoodiane. La major aveva capito che Marlene possedeva le qualità per diventare antagonista dell’ultradivina della Metro, Greta Garbo. E Dietrich presentava un registro in più, certo importante: la voce e il canto. Alla fine Greta decise di non prestarsi alla contesa, e lasciò le scene a trentaquattro anni.

I gerarchi nazisti avevano naturalmente intuito la rilevanza di un personaggio come la Dietrich, e la corteggiarono. Sembra che lo stesso Hitler le facesse una corte assidua, ma l’attrice non era il tipo. Odiava quel regime. Da “americana”, non mancò mai di dare il suo contributo in quel senso, dando spettacoli per i militari in varie tournée durante la guerra. Ma fece di più. Marlene aveva legato il suo nome alla leggendaria canzone Lili Marleen, che era la colonna sonora sentimentale e drammatica del regime. Cantata in tutto il mondo. Ebbene, la Dietrich assunse quel simbolo e ne fece un segnale potente, ribaltato. Cantò Lili Marleen in inglese. La lingua del nemico. L’artista non era nuova a quell’azione: anticipare, rivedere le regole. Come quando nel film Marocco del 1930, ancora diretto da von Sternberg, che l’attrice aveva imposto alla major, esegue una performance dove, vestita da uomo, bacia una donna. Una sequenza che viene ritenuta una delle prime manifestazioni di omosessualità. Ottant’anni fa, ma Marlene poteva permettersi delle… esclusive.

Marlene Dietrich è stata amata dai più grandi autori, da Billy Wilder a Jacques Feyder a Orson Welles, Ernst Lubitsch e Alexander Korda. E sempre, nelle sue parti, ha lasciato qualcosa di profondo, diverso, ricordabile. Ha cantato decine di canzoni, molte delle quali diventati dei classici. Ricordiamo i due classici, appunto, dell’Angelo azzurro: Ich bin die fesche Lola e Ich bin von Kopf bis Fuß auf Liebe eingestellt (in italiano: “Da capo a piedi sono orientata all’amore”). E non può mancare la rapinosa, mitologica Where Have All the Flowers Gone?

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