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I grandi del musical: l’‘altro’ Gene, che ha sfidato le icone di Hollywood

Se la MGM ha potuto contare sul genio di Gene Kelly, la Warner ha risposto con Gene Nelson. Un nome considerato ‘minore’, che oggi va però rivalutato

Gene Nelson

Foto: Bettmann/Getty Images

Gene, se farai spettacolo, è un nome propizio. Decisamente. Kelly è stato forse il più completo uomo-spettacolo del cinema. Il nome vale anche al femminile. Gene Powell era una delle reginette della Metro-Goldwyn-Mayer negli anni d’oro del musical, basta un titolo a campione: Sette spose per sette fratelli. E poi c’è un altro Gene, che di cognome fa Nelson, meno popolare di Kelly, ma certo artista di prima fascia. Chi possedeva talento come ballerino, cantante, attore, in quegli anni era immancabilmente fagocitato dalla Metro, che ti metteva nella condizione di emergere in automatico. C’erano Studios che prevalevano nel genere gangster come la Warner o nel western come la Universal, o nelle trasposizioni dei romanzi come la Fox. Ma nel musical la Metro era imbattibile. Louis B. Mayer, il grande capo, cercò un approccio con Gene Nelson (1920- 1996), che ragionò e si rese conto che, a fronte di gente come Astaire e Kelly, leader assoluti della Casa, non sarebbe mai stato in una posizione di vertice. Così accettò la proposta della Warner, che cercava di contrastare il monopolio musicale della Casa regina. Buona scelta, perché Gene ottenne lo spazio che meritava. Da protagonista.

Leander Eugene Berg nacque ad Astoria, Oregon, ma, quando la famiglia si trasferì in California, il ragazzo si trovò nell’ambiente migliore per mostrare e coltivare certe qualità che gli appartenevano. Era snello e atletico, biondo e decisamente bello. Si distinse come ginnasta e pattinatore. Poi si impegnò nel ballo e si accorse di avere anche quel talento. Se ne accorse anche il solito talent scout della situazione, che lo indusse a prendere lezioni di canto. Gli cambiò nome, pensava che chiamarsi Gene potesse portargli fortuna. Decise che ormai il ragazzo era pronto per entrare nello spettacolo. Era il 1940 e Gene ebbe una parte nello show It Happened on Ice, al Broadway Theater. Esordio promettente a vent’anni. Ma la giovane promessa dovette affrontare un ostacolo che non poteva evitare, la guerra. Venne arruolato, e da Broadway passò su una nave nel Pacifico. Tornato a casa, c’era chi si ricordava di lui. Ebbe l’offerta di Mayer, ma firmò per la Warner.

Jack Warner, il tycoon, ritenne, per il nuovo acquisto, di inventare qualcosa di nuovo e di antico, una reminiscenza della leggendaria coppia Fred Astaire-Ginger Rogers, così gli mise accanto una cantante ballerina di grande qualità, Doris Day. Che, a sua volta, si era… astenuta dalla Metro. La coppia funzionò. La Warner acquisì i diritti di una commedia che aveva spopolato a Broadway negli anni ’20, No, No Nanette, e ne fece un musical che divenne un superclassico, Tè per due (1950). La critica scrisse che con quel titolo la Warner era stata all’altezza della grande tradizione della Metro.

Gene e Doris dominarono il film con dei numeri di grande qualità, come quello centrale incentrato sulla canzone Tea for Two, che divenne fra le più popolari dell’epoca, e anche dopo. Nelson, in quello stesso film, si impegna in un assolo dove mostra tutto il suo talento, ballando e cantando Zing! Went the Strings of My Heart. Da ricordare anche la sua performance in un altro classico del musical, Oklahoma!, scritto da Rodgers e Hammerstein, diretto da quel grande autore che era Fred Zinnemann (Da qui all’eternità, Mezzogiorno di fuoco)

Ma la Metro era nel destino di Gene. Nei primi anni ’60, la Casa lo chiamò a dirigere due film con Elvis Presley, nientemeno: Il monte di Venere e Avventure in Oriente. Il ballerino-cantante si dimostrò all’altezza anche come regista. E la sua carriera proseguì soprattutto in quel senso. Poi, come sempre accadeva, fu la volta della televisione. Il piccolo Nelson lavorò molto, firmò, fra gli altri, episodi di Strega per amore, serie riproposta in questa epoca. Diresse anche un episodio della serie cult Star Trek. Meritava un ricordo.

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