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I grandi del musical: ‘La vedova allegra’ è tutto fuorché un’operetta

Il lavoro più famoso di Franz Lehár ha conquistato, con i suoi valzer e le sue arie, anche il cinema. E oggi va rivalutato

Jeanette MacDonald e Maurice Chevalier nel film ‘La vedova allegra’ di Ernst Lubitsch (1934)

Foto: FilmPublicityArchive/United Archives via Getty Images

La vedova allegra viene definita “operetta”, come qualcosa di piccolo. In realtà trattasi di una delle “opere” più popolari e felici che siano mai state realizzate. Il suo valzer può senz’altro valere quello mitologico del Danubio blu, ed è… meno impegnativo. Nel quadro del musical americano, nelle sue regole, nell’appeal spesso travolgente, La vedova allegra arrivò a nobilitare ulteriormente il genere. Perché rappresentava una sintesi, un sincretismo che ne fecero un unicum. Un collettore che comprendeva alcune fra le culture prevalenti del novecento.

Franz Lehár, compositore di lingua tedesca nato in Ungheria, scrisse La vedova nel 1905, valendosi del libretto di Victor Léon e Leo Stein, viennesi puri. Siamo dunque nello scenario più prezioso di quella musica e quella cultura, la Vienna fin de siècle. Protagonista è Anna, vedova ricchissima. Vive nel piccolo Pontevedro, luogo di fantasia nei Balcani, più o meno. Se la donna decidesse di sposare uno straniero il Paese farebbe bancarotta. Dunque occorre che lì rimanga. Il conte Danilo viene incaricato di corteggiarla, sedurla e sposarla. E ci riesce. Ribadisco, l’operetta è forse la più popolare di sempre, le sue musiche sono parte del più bell’incanto dello spettacolo, anche quello, “di sempre”.

Nel 1934 un altro artista di lingua e di nascita tedesca, Ernst Lubitsch, fece acquisire da una major hollywoodiana i diritti della Vedova e dispose la produzione che perfezionò il cast assumendo, per le canzoni di connessione, la coppia Rodgers e Hart, quelli di Manhattan, Blue Moon e molto altro. Nel film il piccolo Paese immaginario si chiama Marsovia. La protagonista era Jeanette MacDonald, bella e sexy, soprano che sapeva adattare la voce a tutti i registri. Per la seduzione ci voleva un europeo e fu scelto Maurice Chevalier, un po’ anziano per la parte ma modello dello charme francese. Per la scenografia venne assunto il numero uno, Cedric Gibbons, un irlandese acquisito, vincitore di undici Oscar, che adattò le luci e le ombre della scuola tedesca allo sfarzo esplosivo ma elegante, seppure in bianco e nero, dell’estetica di Hollywood. Grandi melodie viennesi combinate col musical hollywoodiano travolgente e il rigore dell’espressionismo con la spettacolare estetica di quel cinema. Perfetta anche la major: il marchio della Metro-Goldwyn-Mayer è il modello esatto della formula del cinema, delle sue possibilità e del suo sincretismo: un leone ruggente contornato da un nastro di pellicola che reca le parole “ars gratia artis”, una sproporzione di estetica, di cultura, ma anche una promessa di spettacolo che sarà di qualità. La Metro girò, in contemporanea, la versione francese con gli stessi interpreti. Nel 1952, sempre la Metro realizzò un’edizione con Lana Turner e Fernando Lamas. I toni erano hollywoodiani “quasi” del tutto. Infatti alla regia, per rispettare in parte la genesi dell’opera, venne chiamato Curtis Bernhardt, un tedesco.

Ma a comandare è sempre Lubitsch, che usò il bianco e nero come fossero tutti i colori. E ci mise la sua vocazione estetica che sarebbe stata poi assunta da molti autori. Ricordabile è il momento in cui Sonia, la vedova, decide di smettere il lutto, e tutto da nero diventa bianco, cappellini scarpe, abiti e… cagnolino. I brani musicali, le canzoni, ci sono tutti. Al livello più alto. Sonia-MacDonald canta Vilja da un balcone, con la luna che è salita, con gli tzigani che l’accompagno. Magia di cinema. E poi il valzer classico, ballato e cantato. Alla Metro tutto doveva essere perfetto, così per quella sequenza venne chiamato Bert Spencer il maggiore specialista di valzer. Quel ballo viene proposto più volte, in registri diversi. Fa testo quello corale, girato fra gli specchi che moltiplicano forza a suggestione. Il film, edito dalla DNA, è reperibile nei digital shop e nei canali tradizionali, videoteche e librerie.

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