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I grandi del musical: la canzone (immortale) di Audrey Hepburn, da ‘Colazione da Tiffany’ a ‘My Fair Lady’

La diva all’alba davanti alla vetrina della più famosa gioielleria di New York resta una delle immagini più iconiche di tutti i tempi. Insieme a ‘Moon River’, che ancora oggi tutto il mondo canta. Ma non è la sola...

Audrey Hepburn in ‘Colazione da Tiffany’ di Blake Edwards (1961)

In quel 1961, in primavera, nelle sale di tutto il mondo usciva Breakfast at Tiffany’s. È un film decisamente importante, anche se la critica non lo pone nella storia nobile del cinema. In realtà Colazione da Tiffany è molto di più. È un modello-prodotto che fa parte delle storie, del costume, della cultura, del sentimento, dell’estetica. Soprattutto del mercato. In quel senso il film aprì una… autostrada. Sarebbe stata infinita la serie dei film-prodotto. Holly Golightly, la protagonista, è Audrey Hepburn. Oggi, se entri in una profumeria, o in una boutique, o anche in un ipermercato, oppure in un negozio di quadri e illustrazioni, non puoi non imbatterti nell’immagine della Hepburn: tubino nero di Givenchy, guanti neri lunghi, bocchino, diadema, collana di perle con fermaglio importante, capelli raccolti, eye-liner di quell’epoca.

Segnali visibili, eco ascoltabili, eredità spendibili. E davvero non esiste un titolo che rappresenti meglio i tre segmenti. Soprattutto l’ultimo dello “spendibile”. Audrey-Holly era un progetto che qualcuno aveva disegnato, e certo, in buona parte, si era autoprodotto. I creativi intorno non mancavano, tutta gente di vertice, legislatori nei propri campi. Per cominciare l’autore del romanzo, Truman Capote. Lo scrittore “era” l’America. Nome assoluto, appunto. Nel 1958 era al vertice della popolarità grazie a Breakfast at Tiffany’s, appunto. Era la storia della ragazza Holly, di fatto una prostituta preziosissima, che andando a letto con questo e con quello cerca di fare il colpaccio, trovare il ricchissimo. Invece trova uno scrittore che non ha un dollaro. Cerca di prendere le distanze, ma l’amore tutto può e alla fine i due, dopo essersi scambiati frustrazioni, speranze, sogni possibili e impossibili, staranno insieme. Capote vendette il romanzo alla Paramount, che lo affidò a Blake Edwards regista e a George Axelrod sceneggiatore. Edwards era conosciuto, ma non ancora affermato. Non aveva ancora firmato La Pantera Rosa e Hollywood Party, non aveva ancora inaugurato la proficua ditta con Julie Andrews, sua moglie. Axelrod era uno scrittore che sapeva adattare l’eccesso creativo di un romanziere – di un Capote figuriamoci – alle regole essenziali, soprattutto nel dialogo, del cinema. Fece un lavoro eccellente. E poi Henry Mancini, il compositore. Non occorrono molte parole per illustrare Moon River. È una della canzoni più popolari e più belle del Novecento. Riproposta continuamente nei film, da un Almodóvar per esempio. Mancini ebbe due Oscar, per la colonna e per la canzone. Holly, seduta sulla scala antincendio, canta Moon River con chitarra e con vocina dolce e aggraziata.

George Peppard era l’attor giovine. Anche lui in attesa di divismo e, nel tempo, sottovalutato. Nel film è troppo pettinato, e troppo conscio del proprio charme, ma era una grande occasione e lui la colse. George (1928-’94) e Audrey (1929-’93) erano dunque divisi da un solo anno all’inizio, e lo furono anche alla fine, quando erano ancora abbastanza giovani. E naturalmente Tiffany. Non c’è agenzia al mondo capace di inventare uno spot come quello della Hepburn, al primo sole dell’alba, che mangia un croissant davanti a quella vetrina mitologica. E, con altro colpo di genio di marketing, ti verrà spiegato che da Tiffany puoi anche comprare qualcosa con dieci dollari. Così potrai regalare all’amata quel marchio leggendario con quella spesa simbolica. La gioielleria dovette rivedere quell’iniziativa. Dopo l’uscita del film arrivavano giovani coppie da tutti gli Stati per spendere quei dieci dollari. Sì, tutto questo accadeva esattamente sessant’anni fa. Audrey non canta solo il superclassico di Mancini. In Cenerentola a Parigi di Stanley Donen, del 1957, balla e canta, con Fred Astaire nientemeno. Due canzoni da ricordare: Bonjour Paris e ‘S Wonderful.

Nel 1964 la Warner prese i diritti del musical My Fair Lady, che aveva trionfato a Broadway, protagonista Julie Andrews. Ma il regista George Cukor volle nel ruolo la Hepburn, che dava più garanzie. Ma le canzoni non si adattavano alla voce di Audrey, così a doppiarla venne chiamata la cantante Marni Nixon. Un misura certo corretta che tolse pochissimo al film, che vinse ben otto Oscar.