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I grandi del musical: Gene Kelly, nessuno come lui

Ballerino, attore, acrobata, regista. Ritratto dell’uomo-spettacolo più grande del ’900, da ‘Cantando sotto la pioggia’ a ‘Un americano a Parigi’

Gene Kelly in ‘Cantando sotto la pioggia’ (1952)

Foto: Silver Screen Collection/Getty Images

In C’era una volta Hollywood (That’s Entertainment) Fred Astaire racconta Gene Kelly: «Nel film Il pirata, Gene dimostrò quel suo istinto per la danza acrobatica che divenne la parte più apprezzata del suo repertorio. Sin dall’inizio, Gene faceva continui esperimenti, dal classico alla danza comica. Era deciso ad allargare gli orizzonti del film musicale. E, nel fare ciò, divenne uno dei più versatili e originali attori che lo schermo abbia mai conosciuto. Kelly infrangeva continuamente le regole. Non voleva controfigure e affrontava sequenze pericolose. Faceva in modo che i capi venissero a saperlo a cose fatte. Ma il pubblico adorava vedere Gene che volava nello spazio». Sulla copertina di un dizionario dello spettacolo di Georges Sadoul, editore che fa testo, il volto è quello di Gene Kelly (1912-1996). Con gli assoluti è bene stare attenti, ma se dico che Kelly è il più grande uomo-spettacolo del cinema, la definizione non è così… impropria.

Dopo aver aperto una scuola di ballo a New York, debutta a Broadway con il musical Pal Joey e ha successo. Il produttore Selznick lo ingaggia e dal 1942, insieme al suo grande amico Stanley Donen, Kelly è a Hollywood, alla MGM, dove si integra con quel gruppo di Athur Freed, produttore, che in pochi anni darà vita a una serie di film geniali, autentici capolavori di arte generale oltre che del cinema: Un giorno a New York, Cantando sotto la pioggia, Un americano a Parigi fra gli altri. Va detto che gli americani considerano il musical, del quale hanno l’esclusiva paternità, un’espressione nobilissima dello spettacolo. Kelly contribuisce all’ultimo salto di qualità.

Atletico, non alto ma proporzionato, acrobata, ballerino completo, (il coreografo Béjart dichiarerà che il suo talento non ha nulla da invidiare a un Nureyev), Kelly possiede quelle doti di simpatia e di incanto, rilanciate dalla macchina da presa, davvero uniche. I suoi movimenti sono talmente perfetti, anche quando sono complessi, da vero virtuoso, da risultare semplici. Kelly balla con suoi grandi colleghi, a cominciare da Fred Astaire, con vecchiette e bambini, con se stesso davanti a uno specchio, col Jerry (collega di Tom) ed è sempre magnifico e credibile. È inoltre un ricercatore, non si ferma mai. Il suo numero centrale di Cantando sotto la pioggia è forse la più bella espressione di felicità proposta dal cinema. In Un americano a Parigi esce da un dipinto trompe-l’oeil di Toulouse-Lautrec. In Un giorno a New York corre davvero sui tetti dei grattacieli.

La MGM gli dà modo di misurarsi anche in altri ruoli, anche drammatici, e sempre è a proprio agio. Da cineteca la sua idea di D’Artagnan nell’insuperata edizione dei Tre moschettieri del 1948. Kelly affronta anche la regia, e lì è intelligente ma meno fortunato. Batte il record di budget con Hello, Dolly! e per poco non fa fallire la Fox, firma un western particolare e intelligente ma di scarso successo, Non stuzzicate i cowboys che dormono. Lo ritroviamo ballerino di “carattere” in Xanadu, ma il suo tempo è ormai passato. Ribadisco. Per somma e completezza di attitudini; di ballerino, attore, coreografo, regista e cantante: nessuno come lui. I “tre tenori” lo hanno onorato cantando Singin’ in the Rain al Madison Square Garden. Kelly, molto malato, paralizzato, era in prima fila. Durante l’ovazione della sala, mortalmente sforzandosi, si alzò in piedi sostenuto da un infermiere. Morì tre giorni dopo. Non poteva rinunciare al pubblico. E all’applauso. E a Cantando sotto la pioggia. A costo della vita.

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