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I grandi del musical: Doris Day, ‘que será, será’ (di questo talento assoluto)

E mai riconosciuto a dovere da Hollywood: solo una nomination ‘riparatrice’ all’Oscar per una star che univa recitazione, canto e ballo come nessuna. E che oggi andrebbe riscoperta

Doris Day nel 1953

Foto: Hulton Archive/Getty Images

Il popolo dello spettacolo e del cinema, soprattutto quello del web, forse non ha la percezione di chi sia, di chi fosse, Doris Day (1924-2019). Magari ha orecchiato il nome, o l’ha vista di passaggio in un film di qualche emittente, subito cambiando canale. Allora dirò, in sintesi e in efficacia, compressa la dimensione temporale, con un quanto di enfasi che comunque non muta la realtà, che Doris Day nei suoi anni belli valeva Madonna, Scarlett Johansson e Lady Gaga messe insieme. Era nata bene, sotto un presagio che poi era un sortilegio: il 3 aprile del 1924, mentre a Cincinnati nasceva Doris, a Omaha nasceva Marlon. Faceva parte della tradizione alta di Hollywood, quando i talenti uscivano da scuole molto dure, e così sapevi muoverti, recitare, cantare e ballare. Ma per lei non era un marchio di fabbrica, lei era nata per quello, e poi si era affinata nel sistema. Puoi frequentare tutte le scuole che vuoi, ma non basta per diventare “la più bella voce del mondo”, com’era successo a lei.

Non era solo un’attrice che, se necessario, sapeva “anche” cantare e “anche” ballare, era un magnifico talento all’altezza dei maggiori specialisti del canto e del ballo. Fu per questo che lo spettacolo la ricorda soprattutto come uno strepitoso oggetto di evasione. Significa che per le parti importanti, per l’arte alta del cinema, Doris era quasi uno spreco. Era il destino dei talenti. Una condizione comune a dive come Rita e Marilyn. Anche loro ballavano e cantavano e incantavano. Perché dunque impegnarle in roba di qualità e noiosa. Per questa ragione nessuna di queste attrici superdotate ebbe mai un grande riconoscimento, mai un Oscar. Nessuna delle tre. Se non fosse stato per quel limite paradossale – il talento assoluto, appunto – Doris Day avrebbe certamente vinto almeno una statuetta. Dovette accontentarsi di un’unica nomination, nel 1959, per Il letto racconta. Niente di memorabile, si trattava di un piccolo riconoscimento riparatore. Ma se devi misurare l’incanto popolare, in ciò che Doris Day ha trasmesso la misura è altissima, la più alta.

Nei film era esuberante, allegra, attiva, spiritosa, soprattutto fedele. Un’altra definizione era “la fidanzata d’America”. E se si sposava non tradiva mai il marito, se si fidanzava per la seduzione occorreva aspettare il matrimonio. Cary Grant e Rock Hudson, i suoi partner più assidui, impazzivano prima di riuscire a venirne a capo. Erano equivoci, trucchi, tentativi, il tutto quasi sempre correlato da visoni e diamanti che venivano rispediti al mittente come tentativi volgari di comprare delle concessioni. Negli anni Cinquanta quel modello poteva persino essere appropriato, ma eravamo proprio al limite. Quello era il cliché prevalente, ma Doris era troppo brava per fermarsi lì. Così seppe essere credibile in tutti i ruoli, anzi perfetta.

È certo intensa nel ruolo della madre del bambino rapito in L’uomo che sapeva troppo. Ma neppure Hitchcock poté prescindere dalla sua voce, e certo lo fece al meglio, se è vero che la canzone Que será, será (Whatever Will Be, Will Be) divenne parte integrante del film e uno dei maggiori successi della musica leggera di ogni tempo. Per la leggenda basterebbe quella sola canzone, ma sono oltre seicento i titoli che la Day ha inciso, e alcune decine fanno parte della memoria e dell’incanto popolare. Ricordiamo altri due classici: Sentimental Journey, il suo primo grande successo, del ’45; e poi un altro “immortale”, Tea for Two. Nel grande palazzo del cinema, credo sia emerso da questo racconto, Doris Day occupa uno degli alloggi più preziosi, un attico.

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