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I grandi del musical: Bob Fosse, lo spettacolo comincia

Tra gli inventori del più americano dei generi non può mancare il regista di ‘Cabaret’ e ‘All That Jazz’. Che sullo schermo ha portato il genio, l’eros e la sua stessa vita ‘bigger than cinema’

Bob Fosse con Liza Minnelli sul set di ‘Cabaret’ (1972)

Foto: Bettmann/Getty Images

Ho usato spesso, nel racconto sul musical americano, il termine “inventore”. Ci sta per molte ragioni, una delle quali, primaria, è che lo stesso musical è un’invenzione americana. Ribadisco che trattasi dell’unica forma d’arte solo e tutta americana. Dunque le invenzioni avvenivano quasi in automatico. Fred Astaire e Gene Kelly “inventavano” di volta in volta dei passi, registi come Stanley Donen e Vincente Minnelli creavano momenti nuovi di linguaggio che aderissero ai numeri musicali. L’ultima rubrica l’ho dedicata a Michael Kidd, coreografo (Sette spose per sette fratelli e Spettacolo di varietà, fra gli altri) che ha inventato la danza acrobatica. Questa volta il focus è su Bob Fosse (1927- 1987), nome certo più noto dell’ultimo al grande pubblico, che ha firmato pochi titoli ma preziosi e ha introdotto nel genere musicale qualcosa che sembrava un tabù, il (quasi) nudo e l’erotismo.

Dopo il diploma liceale, diede vita a un duo con un altro studente. Davano piccoli spettacoli riempiendo gli intervalli negli spettacoli nei teatri di Chicago. Bob era ambizioso e credeva in se stesso. Guadagnò i primi soldi come artista dando vita a numeri dove le ballerine di cui era l’unico partner maschile, si producevano in movenze e ammiccamenti sessualmente allusivi e… con pochi vestiti addosso. Ebbe la percezione di poter davvero fare qualcosa di nuovo e andò a Hollywood deciso a diventare l’erede di Gene Kelly. Non era impresa facile, tuttavia venne assunto e diede un’ottima prova di sé in un numero di Kiss Me, Kate, basato su una canzone di Cole Porter. I suoi partner erano Bobby Van, Tommy Rall, talenti della straordinaria scuderia della Metro-Goldwyn-Mayer, e Ann Miller, già protagonista di una mia rubrica. Bob mostra di essere in possesso di tutti i registri: discreta voce, tip tap e acrobazia. Si esibisce in un vero salto mortale, ma, come poi confessò a suo tempo, «non sarei mai stato Gene Kelly, non avrei mai avuto il suo appeal». Bob era penalizzato da una calvizie precoce, che per il cinema era un problema. Ma non lo era per il teatro e per la regia. A Broadway passò da un successo all’altro in spettacoli come The Pajama Game e Damn Yankees. Era il 1955.

Come coreografo dello spettacolo leggero, è stato uno dei più grandi. C’è un dato preciso ad avallarlo: gli otto Tony Award vinti per la coreografia, un record (Michael Kidd si era “fermato” a sette). Dopo le numerose regie teatrali sempre di grande qualità e di successo, nel 1969 approdò finalmente al cinema, a quello grande, se la protagonista del suo primo film, Sweet Charity del 1969, era Shirley MacLaine. Ma tre anni dopo, nel 1972, Fosse, davvero in stato grazia, diresse Cabaret, un capolavoro oltre il genere musicale.

Riproduco l’ultimo stralcio della scheda del film del Dizionario Farinotti: «Tratto da una commedia musicale di John van Druten (a sua volta ispirata da un romanzo di Isherwood), Cabaret è stato un grande successo, sia per la splendida interpretazione di Liza Minnelli, sia per la bravura del regista. Onorato da otto Oscar, compreso quello a Fosse, il film è ormai un classico che riesce a unire le piacevolezze del musical alla splendida rievocazione di un momento tragico della storia d’Europa. Two Ladies, Money Money e Cabaret sono solo alcune delle canzoni della strepitosa colonna sonora. Tutti le ricordiamo».

In Lenny, del 1974, Fosse racconta la vicenda di Lenny Bruce, interpretato da Dustin Hoffman, il comico geniale che sdoganò il linguaggio dello spettacolo usando i termini, spesso forti, volgari, del gergo quotidiano. E poi All That Jazz – Lo spettacolo comincia (1979) dove, di fatto, Bob racconta Fosse, attraverso la vicenda di Joe Gideon, coreografo che sta allestendo un grandioso spettacolo per Broadway. Il lavoro sempre più stressante e la sregolata vita privata lo spingono ad abusare di alcol e di droghe. Morirà di infarto. Film premiato a Cannes nell’80 e vincitore di quattro Oscar (montaggio, scenografia, costume, adattamento musicale). Fosse celebrava dunque se stesso, con ambizione e con coraggio, perché è in quel film che riesce a esprimere senza censure, il registro morboso-con-stile, erotico e (quasi) nudo che fa parte, come detto, della sua invenzione. Joe, il finto Bob, nel film muore al suo quarto infarto. Proprio come succederà al vero Bob, nel 1987, a sessant’anni e tre mesi.

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