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I David di Donatello come non li avevamo mai visti: il meglio e il peggio della serata

'Il traditore' di Marco Bellocchio pigliatutto (o quasi) in una cerimonia in videocall che resterà nella Storia. Il cinema resiste, tra noia (molta) e sorprese (poche). E qualche momento cult

Pierfrancesco Favino ha vinto il David per 'Il traditore', che in tutto ha portato a casa sei premi

Come da copione (letteralmente), ai David di Donatello 2020 ha pigliato tutto, o quasi, Marco Bellocchio. Che, a 80 anni tondi (dove si mette la firma?), incassa col suo Il traditore sei statuette, tutte “pesanti”: miglior film, regia, attore protagonista (Pierfrancesco Favino), attore non protagonista (Luigi Lo Cascio), sceneggiatura originale e montaggio. Il montaggio spedito è invece mancato alla serata condotta da Carlo Conti, tanto per cambiare: anzi, questa volta c’era almeno il brivido dei candidati e vincitori connessi da casa. E anche le sorprese sono state ben poche: Jasmine Trinca miglior attrice per La dea fortuna; il premio al miglior regista assegnato prima di quello al montatore; e Phaim Bhuiyan che con Bangla ha battuto tra gli esordienti concorrenti come Marco “L’Immortale” D’Amore. Mentre il trionfo del Pinocchio di Garrone nelle categorie “tecniche” era (giustamente) scontato. Per fortuna c’erano alcuni fuoriclasse: dallo smoking di Robbèrto alla “nominazione” di Valeria Bruni Tedeschi, ecco il meglio della serata, nonostante tutto. E pure il peggio: ma quello non è difficile da trovare.

Il peggio: esordio da Wikipedia

Carlo Conti solo nello studio dei David, un’immagine malinconica a cui ovviamente avremmo preferito lo studio stra colmo di attori, registi, produttori. Senza Conti. Ma il cinema italiano resiste. E premia i suoi professionisti migliori, nonostante tutto. Peccato che Conti sia addirittura più impreparato del solito, che nemmeno uno youtuber alle prime armi. E attacca col Bignami dei David di Donatello, leggendo il gobbo direttamente da Wikipedia: Vittorio De Sica, la Lollo, il cinema Fiamma. Sarà anche un’edizione particolare, ma 20 minuti dopo non avevamo ancora iniziato con i premi. Certe cose non cambiano nemmeno con la pandemia.

Il meglio: i wi-fi dei candidati (nel senso che poteva andare moooolto peggio)

Settimane di videocall collettive hanno dato i loro frutti. Una cerimonia di premiazione in diretta Zoom (o Skype, o WhatsApp)? Sulla carta, faceva molta paura. Invece, è andato tutto bene. Tranne la connessione saltellante di Luigi Lo Cascio, che però ha vinto come best supporting. E le inquadrature delle facce (emozionatissime) dei candidati seduti in casa loro facevano palpitare quasi più di quelle dei loro colleghi USA ripresi sulle poltrone del Dolby Theatre di Los Angeles. Quasi.

Il peggio: il Mattarella mancato

Sergione, ci manchi. Non è David, senza il Presidente della Repubblica. Che, causa pandemia, non ha potuto ricevere come da tradizione tutti i candidati il giorno prima della premiazione. E che, per la diretta di ieri sera, si è limitato a mandare un messaggio, letto da un Carlo Conti poco ispirato. Perché non un video, Mattarella, perché? Che cosa abbiamo fatto di male, oltre a sorbirci due ore e mezza di statuette assegnate con il pathos di una riffa natalizia aziendale? Ti scusiamo solo se hai un buon motivo: dicci che non hai registrato una clip solo perché hai ancora il ciuffo fuori posto. Mica solo i cinema: anche i barbieri sono ancora chiusi.

Il meglio: The Valerias

Ovvero: Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi, BFF anche nella vita. La prima – la meglio “illuminata” della serata – ha vinto come non protagonista per l’invisibile 5 è il numero perfetto: segue discorso di ringraziamento adorabilmente pieno d’emozione. La seconda, l’unica e sola lead actress del nostro cinema (e oltre), a questo giro è rimasta a bocca asciutta: la statuetta è andata a sorpresa a Jasmine Trinca per La dea fortuna, quello sì un ruolo secondario. Ma ha messo a segno, tanto per cambiare, alcuni numeri che solo lei sa fare: il ringraziamento per “la nominazione” (emoji del cuore) e la comparsata (involontaria?) della sorella Carla, che entra nella webcam per un istante. Come lei nessuna mai.

Il peggio: i maschi scravattati

Alcuni dei candidati (per esempio: i registi esordienti) hanno avuto due ore di tempo per tirare fuori una giacca dall’armadio. Non l’hanno fatto: camiciola e via. Matteo Garrone, amatissimo sempre, addirittura un girocollo scuro. È pur sempre un galà, non si fa. Se in tanti hanno optato per il look Iena (più Italia 1 che Quentin Tarantino), spiccano i rigorosi (e giustissimi) smoking di Dario Franceschini (che però è ministro) e Roberto Benigni (che però ha “studiato” agli Oscar). Benigni, vincitore mancato as Geppetto, ha regalato anche la battuta migliore della (stanchissima) serata: Covid di Donatello. La classe, quella vera.

Il meglio: Picchio & Family

Vittoria scontata nella cinquina del miglior attore protagonista: Pierfrancesco Favino as Tommaso Buscetta nel Traditore (e preparatevi per l’anno prossimo, quando farà il bis col Bettino Craxi di Hammamet). Discorso impeccabile (e con gli occhi lucidi), ma ormai al savoir faire di Picchio – per gli amici e, ormai, per tutti – siamo abituati. La vera sorpresa, per alcuni, sarà stato il grido di gioia (e la successiva apparizione in scena) di Anna Ferzetti, vista poco prima tra le cinque “supporting” nominate (per il film Domani è un altro giorno). Un momento di mèta-cinema mica male, visto che Favino e Ferzetti sono marito e moglie. Anzi, troviamo una crasi, come si fa altrove: Fervino? O Fazzetti?

Il peggio: la selecta musicale

Si parte subito malissimo con il video riassuntivo delle candidature sulle note di A Sky Full of Stars dei Coldplay, che ti viene da spegnere la tv ebbasta. E poi non migliora, con – siete seduti? – Michael Bublé per omaggiare i cent’anni di Franca Valeri. Banalità anche nella scelta della Vita è bella sul rullo “In memoria”, ma un pochino meglio, dai. Il David per le musiche poi va all’Orchestra di Piazza Vittorio che ci sta pure, eh. Ma non ci sta più quando in cinquina hai un Nicola Piovani che non sembra Nicola Piovani nel Traditore. E, soprattutto, quando c’è Thom Yorke per la colonna sonora del nuovo Suspiria di Guadagnino. Si salva solo Diodato, che dopo Sanremo centra (meritatamente) anche il David con Che vita meravigliosa, scritta per La dea fortuna di Ferzan Özpetek. Ma non l’hanno nemmeno fatto intervenire: forse a casa aveva una connessione pessima.

Il meglio: Bellocchio Unchained

Vince il David per Il traditore a 80 anni e, in tutto, si porta a casa sei premi su 18 candidature. E ci mostra un Bellocchio mai visto prima: preso benissimo, scatenato, chiaccherone. Primo: nell’inquadratura ha dietro un termosifone. Secondo: al riconoscimento per la regia ovviamente ringrazia i suoi collaboratori, ma si lascia anche scappare un meraviglioso “Sono contento per me stesso”. Come si fa a non amarlo. Poi prende la parola per salutare amici a caso e fa entrare nell’inquadratura parte della famiglia, in testa la moglie montatrice Francesca Calvelli (David pure a lei). Insomma, festa grande a casa Bellocchio. E immancabile brindisi accanto al termosifone. La vogliamo vedere sempre così, maestro.

Il peggio: Carlo Conti

Carlo Conti è un professionista, ma, se avevamo ancora qualche dubbio che non sia la persona giusta per condurre i David, la serata ce li ha tolti tutti. Semplicemente non fanno per lui. Intendiamoci: capiamo benissimo le difficoltà logistiche, organizzative eccetera, ma non è che Conti fosse meno fuori posto e meno adeguato nelle scorse edizioni. E poi quelle piccole gaffe costanti: agli Oscar del cinema italiano non si può. E “abbiamo trovato Sordi che racconta Fellini” per lanciare la clip celebrativa: come si fa? Non riesce nemmeno ad essere autoironico con le (abusatissime) battute sulle sua abbronzatura. Certo, da uno che l’anno scorso ha detto a Uma Thurman: “Però sei alta, eh?” non ci si può aspettare molto di più. E la regia sbaglia anche a inquadrare la sua uscita di scena, vabbè.

Il meglio: il “sistema” che non molla

Mentre andava in onda la cerimonia di premiazione dei David 2020, le sale cinematografiche italiane costrette alla chiusura hanno acceso le loro insegne. Un gesto retorico? Non più degli inni alla finestra. A noi piace così: è segno di un sistema che non vuole mollare, nonostante tutto. Lo stesso vale per l’accorato messaggio a sostegno dei lavoratori dello spettacolo “letto” da attori candidati e non: c’erano pure Filippo Timi, da un bel salottino borghese, e Alba Rohrwacher, evidentemente non ripresa da Saverio Costanzo. Unico appunto: l’appello che recitava “non ci sono solo gli attori, ci sono anche i lavoratori dello spettacolo” era pronunciato (e filmato) dagli attori stessi. La prossima volta, fateci vedere il backstage per davvero. È da lì che ripartirà il nostro cinema.

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