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Ho visto Venezia come non l’avevo vista mai (e forse la vorrei così per sempre)

Una città “senza”, nel male ma anche nel bene. Senza Biennale (sigh), senza turisti cafoni (alé), senza maschere (ma con tante mascherine). E senza navi da crociera: su questo punto, rivolgetevi a Tilda Swinton

Lido di Venezia, settembre 2020

L’ho capito lunedì, cioè all’inizio della seconda settimana di Mostra, quando di solito arrivano i messaggi degli amici: ma sei ancora lì? Non torni più? E anche qualcosetta sui film: questo l’hai visto? E quest’altro? E invece a ’sto giro niente, forse perché non c’è il Joker di turno, o perché non gl’interesso più io: a un certo punto volevo mettere su Facebook uno di quegli status dei terremoti e degli attentati, «Sono a Venezia e sto bene». O magari non mi chiedono più niente perché Venezia era una bolla prima e adesso lo è ancora di più, e perché appunto non ci sono i titoloni, e perché questa roba strana che si torna al cinema, e che si fanno i festival, ecco forse non è ancora entrata nella testa di tutti, non è successo a noi che vediamo quattro film al giorno (ore e ore di mascherina: ora ho davvero capito la miniera), figuriamoci a quelli fuori.

Noi pure ormai non ci chiediamo più come va, cos’hai visto, è bello questo, è brutto quello (più la seconda), perché non è morta Venezia come alcuni speravano (soprattutto i concorrenti stranieri), ma certo è tutto giustamente ridotto, a volte rilassante e altre spettrale, messo in piedi con quello che si trovava tra post-produzioni bloccate e filmoni (anche italiani) che non volevano bruciarsi ora che tutto è ancora in pausa. Questo per quanto riguarda i film, che però chi se ne importa.

La Venezia osservata dopo anni di Mostra, ma anche la Venezia della Mostra vissuta dai veneziani: è quella che ho provato a guardare, ed era un’altra cosa. Meglio? Peggio? Neanche questo in fondo importa. «Eh, quest’anno siete pochini», sospira la ragazza degli spritz del lido preferito al Lido, dove però in realtà ci vanno solo i local, vien quasi voglia di levarsi l’accredito dal collo perché sembra di disturbare. La spiaggia è piena, ma appunto di indigeni, «l’altro giorno son venuta al Lido, ma non ho visto tanta gente del festival, mi sembravano tutti veneziani al mare», diceva l’altra sera un’amica che sta tra Milano e qui. In effetti i veneziani sembrano essersi moltiplicati, si sono ripresi il lungomare vuoto di americani e russi col badge, ora lo struscio è solo di splendide doratissime signore con la messa in piega babelica anche dopo una giornata alla cabane, e sciuri con la polo rosso fragola anzi Select, e ragazzini che dovranno tristemente ricominciare la scuola e intanto giocano a pallone, forse loro sono i più tristi di tutti. La Venezia dei veneziani è graziata anche dal clima, nelle annate precedenti spesso gran freddo e gran pioggioni, che bisognava correre a comprare gli ultimi calzini rimasti all’Ovs; quest’anno appena un acquazzone una mattina sul presto e poi sole, sole, sempre sole sul Lido liberato.

Con l’accredito che serve per andare alle proiezioni stampa si va ovunque ci sia scritta la parola Biennale, dunque anche ai padiglioni dell’Arte e dell’Architettura, quest’anno sospesi causa solito Covid. (In realtà, degli scribacchini inviati qua, nessuno s’avventura mai laggiù ai Giardini e all’Arsenale: dieci minuti via laguna, ma pare un viaggio impossibile. È un popolo strano, quello della Mostra: non si perderebbe per nulla al mondo un film turco di cui dal giorno stesso non si avrà più memoria, ma l’arte vera – o quel che ne resta – manco se è gratis.) Dunque quest’anno la Biennale è sospesa, e allora sono andato a sbirciare – col vaporetto che a San Lazzaro ha imbarcato un carico di preti, molti e molto assembrati – com’è questa Venezia “senza”. Senza Biennale ma anche senza folle di stranieri, giusto qualche francese perché i francesi sono andati ovunque (quest’estate in Sicilia pervenuti solo loro, tra gli europei in viaggio). Per il resto anche tra le calli veneziani, veneziani, veneziani, ma ce n’erano così tanti anche prima? Oppure son venuti fuori tutti adesso? Son tornati a casa da luoghi-dormitorio lontani? È Veniceworking?

Soprattutto Venezia è senza navi da crociera, perciò senza orde sovrappeso con cadenza Minsk o Macao o Midwest, che è lo stesso. La Mostra in città esiste ancora, ma è come un’ombra lontana. Un’altra amica: «Non ho visto nessun film quest’anno, boh, cosa c’era? Poi le prenotazioni in anticipo, è tutto più complicato, vabbè». Amen, è un anno così, va bene così. La Mostra però appunto esiste, a modo suo. Nella Venezia pre-elezioni montano polemiche che al Lido, tra i cinéphile, non arrivano. Nel discorso di Tilda Swinton della prima sera c’era una battuta sulla città bellissima senza le mostronavi. (Tilda è pure una sostenitrice della solita foundation che preserva la bellezza locale, ho scoperto poi.) Nei sottotitoli della diretta Rai, però, non v’era traccia di quella frase. Mentre qua alla Mostra eravamo impegnati a procacciarci baccalà a tarda sera, nella città che frigge per le amministrative scoppiava il casotto complottista: la Rai ha censurato il discorso! Ieri un gruppuscolo di manifestanti anti-Grandi Barche ha pure manifestato davanti al Palazzo. Le cose erano più semplici: lo speech era stato tradotto il giorno prima, per aver pronti i sottotitoli; e Tilda la battuta sulle navi l’ha aggiunta in diretta, a sorpresa. Nessuna censura, nessuna cospirazione, ma è rinfrancante sapere che la Mostra agita ancora gli animi, con le notizie ancora fabbricate fai-da-te, in maniera analogica.

“Venezia senza” pare una propaggine di questa infinita #estateitaliana, ed è magnifica. Dovrebbe forse restare così per sempre, in questo caso non è manco questione di decrescita felice (anche se un altro amico rivorrebbe le paperette nel canale sotto casa). La Milano deserta ci faceva impressione (anche perché non era più Milano), Venezia senza il bordello è, probabilmente, il posto che dovrebbe essere. Lo spirito del luogo che ormai parla ai turisti cafoni c’è sempre, la città delle maschere è diventata la città delle mascherine, si incrocia più di un negozio (temporary?) che le vende esposte come le cover dei telefonini, in stampe multicolor. Chissà che resterà, e come, quando tutto inevitabilmente riprenderà il suo corso.

Sulla strada che porta dalla casa in cui sto qui al Lido al Palazzo del cinema, c’è un cartello all’ingresso di un villino: «Causa rischio fuga tartaruga per cortesia chiudere sempre il cancello». Noialtri ci si interroga: è una tartaruga così veloce che basta un attimo e scappa via, oppure sta fissa lì da sempre vicino all’entrata, così da poter fuggire appena si apre un miracoloso spiraglio? Ecco, forse Venezia è così, pare una tartarughina quest’anno anche più lenta, ma non sottovalutiamola, sa sempre dove andare, nella sua morte apparente è viva come non lo è stata mai.