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‘Hammamet’: un film apolitico su Craxi è come ballare d’architettura

Nessuna agiografia: Amelio non entra nella vicenda politica e giudiziaria del leader socialista e così il film si insabbia in un’equidistanza stucchevole nonostante la stupefacente prova di Pierfrancesco Favino

Pierfrancesco Favino interpreta Bettino Craxi sul set di 'Hammamet'

Ci sono voluti vent’anni perché qualcuno prendesse in mano il dardo avvelenato chiamato Bettino Craxi e mettesse in scena la vita – o meglio la fine – del leader socialista. Craxi è stato l’incarnazione della Prima Repubblica molto più di quanto dicano i voti raccolti al tempo dal suo Psi. Fu equilibratore e disequilibratore, centrale e marginale, acceleratore e freno, tutto insieme, tutto allo stesso tempo. Con l’eccezione del divo Andreotti, seppure nel suo universo mazariniano parallelo, nessuno in campo laico rappresentò quella stagione come o più di Craxi.

Il film apre con la sesta riconferma alla segreteria del partito all’ex fabbrica Ansaldo di Milano nel maggio 1989. È l’apoteosi dello strapotere materiale e simbolico del craxismo: il plebiscito, il discorso carismatico, la piramide di Filippo Panseca, ovunque garofani rossi. Nelle conclusioni Craxi apre la crisi politica e da lì a poche ore l’esperienza del Governo De Mita è ufficialmente chiusa. Sarà l’unico passaggio trionfale del film, che da quel momento trasferisce armi e bagagli ad Hammamet per accompagnare il leader nei suoi ultimi tormentatissimi mesi di vita.

Pierfrancesco Favino sul set di ‘Hammamet’ di Gianni Amelio. Foto: Claudio Iannone

Amelio sceglie di non entrare nella storia alla maniera di un Francesco Rosi – con furia e scandaglio –, decide di non prendere posizione sulla vicenda politica e giudiziaria di Craxi – affermeranno il contrario solo gli ultras del “momento magico delle manette” (copyright Marcello Maddalena) assetati ancora oggi di inesistenti tesori e più tristi monetine – che era ed è una storia di gravità capitale ma comunque rimane una storia personale, inquadrata in limiti spazio temporali molto nitidi, per questo non universale. Il tentativo del regista calabrese di ampliare l’orizzonte ai limiti della tragedia classica è quindi destinato a naufragare. In questo senso, la storia della fine di Craxi non può essere una storia con la s maiuscola. È una spietata vicenda di regolamento di conti della serva solo incidentalmente ingigantita dalla statura politica del protagonista e dall’unicità del panorama di vuoto di potere di quell’Italia spiazzata dallo scenario di fine Guerra Fredda.

Il punto di vista di Craxi è ovviamente rappresentato, così come lo sono le tesi che lo hanno portato in Tunisia. Quando queste si fanno più pressanti, ecco l’insofferenza craxiana palesarsi sul volto del formidabile Pierfrancesco Favino. Un colpo qui e uno lì insomma, un ping pong un po’ stucchevole da maratona Mentana mentre dipana la storia, il film scorre, la fotografia oggettivamente dà una grossa mano. Se l’idea era quella di girare un film apolitico su Craxi, beh l’idea era insieme ingenua e irragionevole, l’idea era un assurdo logico, come ballare di architettura per Zappa era lo scrivere di musica.

Quello che i fan della garrota a oltranza sosterranno essere agiografia quando non direttamente santificazione è in realtà la semplice umanizzazione del personaggio principale del film. Il Craxi di Amelio non è un santo così come non lo era quello in carne, ma a turno è capo, marito, padre, nonno, amante, esiliato, amareggiato, ammalato, impaurito, goloso, arrogante, generoso e infine anche complottista e rancoroso. Craxi infine era un uomo – notiziona – e così lo vediamo sullo schermo: da uomo, con dei sentimenti. In realtà vorresti quasi solo vederlo così, mentre parla di biscotti e claudica elegante al tramonto, perché il vero miracolo di Hammamet è l’incredibile recitazione di Favino. O meglio, di quello che ci dicono essere Favino, dal momento che sullo schermo Favino non compare nemmeno un secondo nelle oltre due ore di film. Colui che vediamo camminare nelle strade della medina, intavolarsi famelicamente davanti a un piatto di pasta o incazzarsi contro il clima infame generato dal giustizialismo italico è proprio Bettino Craxi.

Oltre al volto, che per quanto stupefacente è la cosa meno stupefacente di tutte, il respiro, la voce, le pause, lo sguardo, le espressioni e soprattutto quell’uso particolarissimo delle mani sono un qualcosa che va oltre la definizione di ottima recitazione. Siamo davanti a qualcosa di unico, assolutamente inconsueto, difficile da dimenticare. E mentre Hammamet resta gradevole ma si insabbia nella terra di mezzo del rappresentare entrambe le ragioni, dell’armonizzare le fazioni, del ridurre a livello principianti quello che fu uno scontro da mostro finale, Craxi-Favino è lì a ricordarci com’era bella la vita prima di Giuseppi.

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