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Ha senso fare ‘Diabolik’ oggi? (Spoiler: sì, se lo fanno i Manetti Bros.)

‘Rolling’ si chiama fuori dal coro di stroncature (ma perché?) al cinecomic ispirato alle strisce delle sorelle Giussani e interpretato da Luca Marinelli, Miriam Leone e Valerio Mastandrea. Ce ne fosse, di cinema italiano così

Luca Marinelli è Diabolik

Foto: 01 Distribution

Dei romani non bisogna mai fidarsi, e oggi abbiamo un’ulteriore prova a carico della tesi (attendo indignazione social). Nei giorni scorsi, ricevevo dal nostro Vietnam pessime notizie: Diabolik è bruttissimo. E sospiravo: ma accidenti, che peccato; e però insieme pensavo: possibile che i Manetti Bros. abbiano fallito così clamorosamente davanti al soggetto che più stava (sta) loro a cuore? E infatti no, i romani non avevano ragione, Diabolik non è brutto per niente.

Se mai, la domanda da porsi è: ha senso (ri)fare Diabolik oggi? Risposta breve: probabilmente no. Risposta più articolata: assolutamente sì, se lo fanno i Manetti con i loro modi, la loro storia, la loro meticolosità anale (senso anglosassone del termine). Più che registi (e di gran talento), i due fratelli fanno qui la parte dei filologi. Si è detto, si è scritto, si sa: Diabolik lo vogliono fare da sempre. Per arrivare a questo film (nelle sale dal 16 dicembre) hanno impiegato non so nemmeno più quanti anni. Anni di precisissimo studio perché, da fan e feticisti quali sono, la loro versione non tradisse l’originale. Fare i film sulle proprie passioni (no: ossessioni) è sempre un rischio: i Manetti hanno avuto l’intelligenza e la capacità d’essere fan distaccati (un ossimoro, eppure), di mettersi loro al servizio del mito, non viceversa.

Miriam Leone nei panni di Eva Kant. Foto: 01 Distribution

Dei vecchi albi delle sorelle Giussani (alla base c’è soprattutto L’arresto di Diabolik del 1963, poi rifatto nel 2012 da Mario Gomboli e Tito Faraci) il nuovo Diabolik conserva i colori quasi spenti, i tagli di luce, l’eleganza stilizzata, il tocco ovviamente bondiano (ci si mettono, in questo senso, anche le belle canzoni di Manuel Agnelli), le tavole che anticipano l’azione e insieme la commentano mettendola in scena. Ma anche la nostra epica di provincia. La bella ingenuità. E, più di tutto, il proto-femminismo: più che il film di Diabolik, questo è il film di Eva Kant.

Il mio principale dubbio era su Luca Marinelli, attore naturalmente portentoso ma, credevo io, troppo poco incline a fare il figo (è pure, in generale, il suo punto di forza) per vestire la maschera del più figo di tutti. E invece, nei look nero-aderenti che su di lui fanno un po’ esistenzialista, è impeccabile, e peccato si sappia che nei prossimi capitoli già annunciati non ci sarà (al suo posto il Giacomo Gianniotti di Grey’s Anatomy: chissà).

Miriam Leone è una diva naturale, dunque primadonna in tutti i sensi, ma anche la nostra sola attrice in grado di assumere, per carisma naturale e acume professionale, un ruolo come questo, in Italia pressoché impossibile. Valerio Mastandrea ci mette l’epica di provincia di cui sopra, la stropicciatura alla Simenon, il solito scazzo che però qui diventa la chiave per dare umanità all’ispettore Ginko. Poi ci sono gli altri, Serena Rossi, Alessandro Roia, tutti giusti. Menzione per la fugace habituée Claudia Gerini, e per l’adorata Daniela Piperno direttrice di banca.

Valerio Mastandrea alias l’ispettore Ginko. Foto: 01 Distribution

Ultime due cose. La prima: ormai anche in Italia non esiste più il cinema “di genere”, esiste il buon cinema e basta, e che questo oggi si possa dire di fronte a un film dei Manetti Bros., che il genere italiano l’hanno ricodificato e che hanno scelto una storia di genere come Diabolik, mi pare bello e perfettamente coerente, armonico, corretto.

La seconda, che però si lega direttamente alla questione dei (non più) generi: Diabolik è un’operazione uguale e inversa a quella che ha fatto Gabriele Mainetti col suo Freaks Out. Se lui aveva in mente (e ha magicamente centrato) un intrattenimento italiano pensato con mezzi e modi da scala internazionale, i Manetti cercano un intrattenimento che resta local nell’ispirazione e nella modalità realizzativa. Ma – anche nella loro eccessiva lunghezza: il principale difetto di entrambi è il farsi trascinare fin troppo dentro il mondo che raccontano – sono due facce dello stesso cinema, e non solo per quell’unica vocale che li divide.

Non capisco il coro di stroncature partito preventivamente attorno a Diabolik. Credo che se questo film pensato per portare la gente al cinema – e che nasce da un’idea di cinema sofisticata, intelligente, per nulla furba – quella gente al cinema la porterà davvero, ecco: penso che quello sarà comunque un bene, quello sarà il risultato immaginato e raggiunto. E speriamo che al cinema ci vadano pure i romani.