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Greta Thunberg è la Chiara Ferragni della Venezia no-glam

Presentato fuori concorso alla Mostra del cinema ‘I Am Greta’. Un altro documentario “unposted”, che però ci fa sentire buoni

Un’immagine del documentario ‘I Am Greta’, presentato fuori concorso a Venezia 77

Il primo eco-brividino l’ho avvertito sul treno direzione Venezia Santa Lucia. Quest’anno gli accreditati alla Mostra del cinema devono prenotare i film che vogliono vedere con tre giorni d’anticipo, dunque un gruppetto di ventenni (studenti di cinema?) stava già studiando il programma. «E Greta non lo vuoi vedere?», fa uno a un certo punto. «Eh, per forza…», risponde l’altro. Lì ho avuto la conferma del mio sospetto: quest’anno Greta Thunberg sta alle sardine cinefile (sempre che le sardine esistano ancora: i cinefili purtroppo sì) come l’anno scorso Chiara Ferragni stava ai cronisti di colore (e poi alle bambine non ribelli).

Con le debite differenze: Chiara Ferragni – Unposted era stato invitato nella sezione Sconfini (quest’anno sospesa), quindi la proiezione era sì di gala, ma dentro il cubotto rosso sul lungomare tirato su da poco; I Am Greta, il doc prodotto da Hulu ospite di questa edizione, è invece fuori concorso, perciò si merita la vellutatissima Sala Grande, la splendida cornice (sic) delle cerimonie ufficiali. Primo segnale del fatto che i Fridays for Future battono l’imprenditoria digitale, soprattutto se griffata. Altro indizio inequivocabile del due-pesi-due-misure, la Venezia più ecologica che mai: la sportina assegnata agli accreditati non è più di plastica ma 100% ECO, come strilla il maxi-cartellino sulla tracolla; la presidentessa Cate Blanchett di sera in sera ricicla le mise dei red carpet passati; e dalla laguna saltano un turno (finalmente) le mostronavi da crociera.

Poi, a guardarli bene, i due documentari hanno però più cose in comune di quanto si creda. Entrambi sono parziali, entrambi sembrano spesso un po’ staged, entrambi sono molto “insta”, soprattutto questo su Greta, e non solo per ragioni storico-anagrafiche: Ferragni wasn’t built in a day, a Thunberg è bastato un venerdì. È istantaneo questo ritrattone ovviamente autorizzatissimo, ed è istantaneo il modo in cui noi lo osserviamo. Ed è diventato istantaneo il mondo tutto, che non può più non tenere conto dei tempi velocissimi dei social, della fabbricazione instancabile di nuovi idoli, dei tweet che esplodono e allora vanno messi nell’agenda politica, nel bene e nel male. È questo il succo – forse inconscio – di I Am Greta.

L’altro tratto in comune è l’unposted, e pure qua la svedese batte la cremonese. Il regista Nathan Grossman non disdegna un certo pietismo, nel racconto della sua eroina, e noi – come tutto il mondo, appunto – caschiamo dentro il senso di colpa, fieri di essere antipaticamente nobili: i Thunberg, messi al muro dalla primogenita, ora viaggiano con la piastra per i waffle anti-spreco in valigia; a casa mia, anche prima di Greta, gasiamo l’acqua del rubinetto e ricarichiamo i flaconi dei detersivi. È il circolo virtuoso della bolla dei buoni, di cui il doc esaspera pregi e (sempre involontariamente?) difetti. Noi lo guardiamo e sembra sia successo tutto una vita fa, tutto è già cambiato, forse nulla serve più, e ci sentiamo vecchissimi, e davvero speriamo che siano i ragazzini a cambiare le cose, noi al massimo possiamo comprare lo svelto sfuso.

Questo I Am Greta fa bene o fa male? Nessuna delle due cose, è solo un documento del nostro tempo che tende ad avvicinare tutto, a semplificare tutto. Ci sono i buoni (Arnold Schwarzenegger, Emmanuel Macron) e i cattivi (Donald Trump, Vladimir Putin), e poi gli indifferenti (Angela Merkel, che mentre Greta parla alle Nazioni Unite scrolla lo schermo del telefonino). C’è la musica solenne delle grandi imprese, ma anche la pruderie delle riprese dal buco della serratura, con la protagonista costretta dal padre (grande figura drammatica suo malgrado) a mangiare le banane durante le marce.

Greta a Venezia non è venuta, s’è collegata per un saluto via Zoom durante la ricreazione, dicono: o è solo l’ennesimo storytelling? Ma la presenza magica dell’influencer è nell’aria. Prima ancora di Chiara Ferragni, una volta qui era tutto Giulia De Lellis: saranno stati due o tre anni fa, c’era una folla attorno a una morettina che stava avanzando verso il tappeto rosso, non sapevo chi fosse, una signora mi ha detto indignata «Ma è Giulia De Lellis!», mi sono sentito anche in quel caso vecchissimo. De Lellis, oggi autrice di bestseller, è appena arrivata al Lido. Chissà se vedrà I Am Greta. Certo è che, nel nuovo panorama delle influencer, quest’anno grazie a Thunberg l’engagée almeno possiamo tutti sentirci migliori.