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Godard, disprezzandoci, ci ha sempre amati

Non può morire l’inventore della Nouvelle Vague, così come non poteva morire la Regina. Invece è successo, e con lui è morto il cinema. Ritratto flash di un genio che ha cambiato tutto. Fino alla fine

Jean-Luc Godard durante le riprese di ‘Sympathy for the Devil’ (1968)

Foto: Andrew Maclear/Hulton Archive/Getty Images

La descrizione più bella di Godard l’ha data, suo malgrado, l’amica Agnès Varda. Nel meraviglioso Visages villages, l’autrice corresponsabile della nascita della Nouvelle Vague si ferma, durante il suo tour per paesini e personcine, nella casa sul lago svizzero doveva viveva il collega. Lei non lo vede da anni, vuole con quell’incontro ritrovare la sua, la loro, giovinezza; lui, che è dentro casa, non le apre la porta, liquidandola con un biglietto sulla porta. Non si dimentica la faccia di Varda, incredula ma insieme consapevole, comprensiva. E pure la nostra faccia resta così, appesa ad emozioni che non si sanno trovare, come spesso accadeva davanti ai suoi film (gli ultimi soprattutto).

Jean-Luc Godard ha inventato la Nouvelle Vague, dicevo, insieme ad altri ma da iniziatore, brevettandone la matrice. E tanto basterebbe, non solo sulla lapide (non credo lui ci vorrebbe parole scritte sopra: Adieu au langage, del resto). À bout de souffle, cioè Fino all’ultimo respiro, è il film che rompe definitivamente il canone, e non devo essere io a ricordarvelo. Il canone però sarà sempre rotto, di periodo in periodo: periodi come s’intendono quelli dei grandi artisti visivi, dei geni anzi; lui lo è stato, e ha ogni volta spezzato tutto, in un disordine solo apparente (andate a vedere, alla Fondazione Prada di Milano, il suo studio smontato e rimontato proprio lì: capirete che voglio dire).

Il primo periodo è, paradossalmente, il più politico, per come smonta, appunto, il cinema. Anna Karina è musa (e moglie), Jean-Paul Belmondo l’alter ego bellissimo ma, anche lui, divo “smontato”, faccia che una volta sarebbe forse stata da caratterista e che invece con lui diventa il volto che dà inizio alla Nouvelle Vague, e poi il matto (Pierrot le fou, da noi Il bandito delle 11) che matto non è, è solo presente, contemporaneità, no: avanguardia.

Poi, tra fine ’60 e inizio ’70, arriva la politica vera, la (ri)contestazione del cinema attraverso la lotta, la rivoluzione, da parte di uno che la rivoluzione del cinema l’aveva già fatta con altri mezzi. Godard spacca tutto, spacca il suo modo di vedere, fino, ancora più avanti, ad autocitarsi (Nouvelle Vague del 1990, con Alain Delon), a demolirsi, a rinascere, forse.

I critici davano per scontato che Godard fosse sempre lì. Lo ritrovavano ai festival e un po’ lo liquidavano: un altro film dell’uomo con gli occhiali, che sarà mai. E a volte avevano (avevamo) ragione, certe cose degli ultimi anni erano irricevibili, ma ogni volta incredibili, si capivano col tempo, non certo durante le visioni delle otto del mattino fatte apposta per rompere le scatole anche ai suoi devoti più osservanti (lui ne rideva, ne sono certo). Ricordo la firma di un grande quotidiano nazionale – giornalista, ma non critico – inviata a Cannes nel 2018, anno de Le livre d’image; non aveva capito niente di quel film, e dunque gli aveva assegnato un “non classificabile”: sarà un capolavoro ancora giovanissimo (Godard aveva già quasi novant’anni) o una ciofeca senile? Chissà.

“Godard è morto” è un po’ come dire che è morta la regina Elisabetta: è morto il cinema, è morto il Novecento. E infatti sarà ancora lì dentro la sua casetta sul lago. Come spesso ha fatto col suo cinema, ci lascia lì sulla porta con disprezzo (cit.) ma per farci capire che è giusto così, che è bastato quel che ha fatto, non si può aggiungere altro. Lui che è stato l’iniziatore della modernità, lui che, da solo, è stato davvero una bande à part.

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