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Gli uomini francesi sono i più fighi di tutti, punto

Sarà la erre arrotata? I capelli arruffati? Il burro? L’ultimo in ordine di uscita (con ‘La crociata’, di cui è regista e protagonista) a tenere alta la bandiera della bonaggine d’oltralpe è Louis Garrel. Ma ci sono pure lo chef di ‘Emily in Paris’, Romain Duris e Timothée Chalamet, parigino solo per metà. Ma che importa...

Louis Garrel presenta il suo ultimo film ‘La crociata’ a Cannes 2021

Foto: Pascal Le Segretain/Getty Images

La cosa più giusta l’ha scritta come al solito un utente di Twitter la sera del 6 gennaio, lo stesso giorno in cui Nanni Moretti aveva pubblicato su Instagram quel video che – non mi vergogno d’ammettere – ho riguardato almeno una decina di volte: «Mai vista tanta compattezza a sinistra come nel desiderio di lanciare le proprie mutande a Louis Garrel». Per chi se lo fosse perso, nel video Garrel (in un italiano perfetto) spiega di essersi preso il Covid, e di non poter quindi presentare il suo nuovo film, La crociata, al Nuovo Sacher: è triste perché il Nuovo Sacher è la sua sala preferita di Roma, elogia Nanni, saluta bambini e adulti, s’improvvisa «ragazzo de la météo», augura «bonne projection à tous».

Avrei voluto essere una mosca per sbirciare la faccia di Nanni Moretti mentre scrollava i commenti, ne riporto giusto qualcuno a titolo d’esempio: «BONO»; «Con la fionda»; «Potrebbe anche dire i numeri da 0 a 10 che sarebbe efficace lo stesso»; «Sono svenuta più volte ascoltandolo» (togliamo pure la s dal participio); «Che dio ti benedica»; «Muoio»; «Louis anch’io ho il Covid abbiamo troppe cose in comune sposami»; «Ti amo».

 

 
 
 
 
 
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Io stessa ho pubblicato il video nelle mie story, ricevendo almeno una notifica al minuto e arrivando a una conclusione piuttosto univoca: la bonaggine di Louis Garrel è indecente, al limite dell’offensivo. Che poi, bonaggine è riduttivo: Garrel è indiscutibilmente bello, certo, ma in più ha quel je ne sais quoi, un misto di cose che, insieme, producono una bomba all’idrogeno di fascino, seduzione, figaggine. E arrivati qui è legittimo domandarsi: perché gli uomini in grado di scatenare questa specie d’esplosione atomica di Hiroshima sono, nella maggior parte dei casi, francesi?

Cito l’ultimo in ordine temporale, prima dello tsunami-Garrel (perdonate le metafore catastrofistiche): lo chef di Emily in Paris, Gabriel, aka Lucas Bravo. Non sto nemmeno a contare i messaggi – irriproducibili, pena l’arresto per oscenità o la censura – scambiati con amiche e amici che «da uno così mi farei fare di tutto, robe illegali incluse» (scusami, non metto il tuo nome, ma sai che avevamo riso e fantasticato parecchio).

Torniamo per un attimo all’esplosione atomica di Hiroshima e ai fattori che contribuiscono a determinarla, in ordine sparso: la r «vibrante uvulare»; la lingua (no l’organo, anche se… vabbè) ossia l’accento, la cadenza, la cantilena, la musicalità; lo sguardo un po’ di sbieco, mai diretto, che sembra che ti stiano spogliando con gli occhi; le fossette, che io credo si creino per via della fonetica, altrimenti non si spiegano ‘sti sorrisi che scioglierebbero un gelato al Polo Nord; i capelli, che come accidenti è possibile che siano sempre così tanti, così folti? In Francia non esistono i calvi? È una questione di aria, di alimentazione, di burro ficcato ovunque (pun intended)?

Lucas Bravo è Gabriel in ‘Emily in Paris’. Foto: Carole Bethuel/Netflix

Senza contare che i francesi, pure se non nascono propriamente belli nel senso canonico del termine, diventano comunque fighi – vedi alla voce Vincent Cassel (sì, amico mio, lo so che mentre leggi mi stai odiando: tu squadra Cassel, io squadra Garrel, e va bene così). È un’arte che s’impara a maneggiare col tempo o è un qualcosa di connaturato nell’essere francesi? Che dicono le mamme ai loro piccini: «Vincent, hai le orecchie a sventola e il naso storto, però la tua fortuna è che sei francese, quindi non preoccuparti, sarai un sex symbol»?

Non preoccupatevi, scrivo con cognizione di causa e ho moltissime frecce nel mio arco, tipo Romain Duris, che per chiunque è quello de L’appartamento spagnolo, ma per me è e rimarrà quello di De battre mon cœur s’est arrêté – uno dei miei film della vita, barbaramente nonché malamente tradotto in italiano con Tutti i battiti del mio cuore. Ecco, prendiamo appunto il titolo del film: «Il mio cuore ha smesso di battere» è la versione che più ne preserva il senso, ma volete mettere? Dov’è finita la sensualità, il ritmo, la melodia dell’originale francese? Scomparsa, via, puf, volatilizzata: la senti – de-battre (impercettibile pausa) mon cœur s’est-arrêté (come fosse un’unica parola, più la r vibrante) – eppure non riesci a trasferirla in nessun modo, è una loro prerogativa, putain!

Romain Duris in ‘Tutti i battiti del mio cuore’ di Jacques Audiard (2005). Foto: Bim Distribuzione

Che poi t’assale un dubbio: ma se non fossero francesi, sarebbero altrettanto fighi? Insomma, se Jean Dujardin non fosse originario di Rueil-Malmaison, bensì di – poniamo – Lincoln, Nebraska, sarebbe ugualmente Jean Dujardin? Aggiungo alla lista anche Guillaume Canet: nascere in Kentucky anziché a Boulogne-Billancourt l’avrebbe depotenziato, rendendolo un po’ meno Guillaume Canet? La risposta (ahimè o per fortuna) è no, vedi alla voce Timothée Chalamet: mamma americana, papà francese, natali newyorchesi, francesità intatta nonostante l’imbastardimento americano.

Si tratta quasi di un’aura, che dai tempi di Alain Delon e Jean-Paul Belmondo accompagna e protegge gli uomini portatori sani di sangue francese: puoi levare Tizio o Caio dalla Francia, non puoi levare la Francia da Tizio o Caio. La tocchi, la percepisci, quell’attitudine vagamente altezzosa e sexyssima che posseggono e ti sbattono in faccia con la stessa disinvoltura con cui noi chiediamo un macchiato al bar, ed è proprio l’assenza di pose a renderla un marchio di fabbrica che o ci vieni al mondo con, o sennò tanti saluti.

Chiudo in bellezza (ma toh): i francesi ora vantano pure un Presidente della Repubblica, Emmanuel Macron, che – al netto delle opinioni politiche personali – è oggettivamente un gran figo. Come non amare un popolo che ha capito che, per aumentare la partecipazione dell’elettorato, è necessario contare su un tipo giovane, brillante, carismatico e bello? Datemi della superficiale, ma a me potrebbe bastare per richiedere la cittadinanza.