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Gli Oscar ci hanno fregati tutti (e hanno riscritto se stessi)

Accusata di non riconoscere abbastanza la 'diversity', l'Academy premia 'Parasite' e si dimostra tutt'altro che poco inclusiva o antistorica. Cambiando Hollywood per sempre

Bong Joon-ho e il cast di 'Parasite'

Foto: Matt Petit - Handout/A.M.P.A.S. via Getty Images

Oscars so white, Oscars so maschi. Oscar antistorici, Oscar che non includono, Oscar che non sanno parlare al mondo che cambia. Lo dicevano tutti, abbiamo finito per crederci anche noi. E poi: sbada-Bong! Questi americanissimi omini d’oro (loro restano uomini, almeno per ora) compiono un colpo di mano dall’interno. Vince come miglior film Parasite di Bong Joon-ho, primo titolo sudcoreano mai candidato e, soprattutto, primo film non in lingua inglese a vincere il massimo premio del cinema statunitense. Non che non fosse previsto, ma insomma: fino all’ultimo si credeva sarebbe toccato a 1917 di Sam Mendes, drammone bellico notevole, orgogliosamente popolare (quasi 250 milioni di dollari di incasso globale, e non è ancora finita) e però tradizionale, fatto di soli maschi (lamenterebbero, anzi già lamentano, le neofemministe) e ancorato a un’idea di cinema da Grande Studio di una volta.

La diversity, secondo i borbottii della vigilia, restava fuori dal Dolby Theatre. Nei lamenti degli afro non nominati (e se fossero stati semplicemente più bravi altri colleghi?). Nei nomi delle registe donne non candidate quest’anno appuntati sulla cappa alla Achille Lauro di Natalie Portman, attivista da red carpet. Invece, questa allegra brigata asiatica, questo Gruppo Vacanze Seul arrivato a Hollywood, ecco che scompagina tutto: si può dire, adesso, che il primo Oscar del nuovo decennio non sia etnico (pardon), e inclusivo, e corretto (sic)? Che non sia un Oscar che parla al mondo che cambia? No: che a quel mondo gli urla addosso? La Storia si fa così, o forse era già fatta e non ce n’eravamo ancora accorti.

Un’altra scena, per raccontare questi Oscar 2020. Prima di vincere per il miglior film, Bong Joon-ho era salito sul palco, un po’ a sorpresa, a ritirare l’Oscar come miglior regista. Ha ringraziato Martin Scorsese, suo maestro e ispirazione. La platea tutta s’è alzata per tributare una standing ovation a Marty medesimo. Non si ricordano discorsi di ringraziamento passati con il pubblico in piedi ad applaudire (anche) un altro autore. Sembrava il segno di una Hollywood che fatica a riconoscere il vento del cambiamento (cit.). Invece, era solo un – inconsapevole? – passaggio di testimone. Da un mondo a un altro, da un cinema a un altro. Che però è sempre lo stesso: così grande, così di tutti.

La domanda dunque è: com’è potuto succedere? La prima risposta è la più ovvia. Parasite è un capolavoro universale, capace di parlare del vero tema che sconquassa, oggi come ieri, la società globale: la lotta di classe. La seconda, più strettamente legata agli Oscar e a quel che finora hanno rappresentato, è culturale. L’Academy, negli anni, non ha affatto lasciato la diversity fuori dalla porta. Ha inserito, anzi, una caterva di nuovi membri nelle sue fila, tutti molto più giovani, misti, diversi (per capirci). Semplificando: i nuovi arrivati non hanno paura, oggi, di votare un film che si guarda coi sottotitoli.

Se il massimo premio a Parasite è il primo traguardo, inaspettato ma mai considerato davvero impossibile, di questo progressivo rinnovamento, il resto del palmarès sta a testimoniare le altre scosse, più piccole ma non meno decisive, del sisma in atto. Il Grande Nemico Netflix, che l’anno scorso frenò il trionfo totale di Roma di Alfonso Cuarón, quest’anno mette in saccoccia la prima statuetta per un attore (Laura Dern, miglior non protagonista per Storia di un matrimonio). Hildur Guðnadóttir diventa la prima compositrice donna a vincere per la miglior colonna sonora (di Joker). E il miglior documentario Made in USA – Una fabbrica in Ohio, pure questo “made in Netflix”, è il primo titolo finanziato da Barack e Michelle Obama, segno che oggi pure i produttori di cinema sono un’altra cosa, a volte addirittura player e influencer che, semplicemente, scelgono un nuovo modo di fare politica.

Accanto alle conferme (Brad Pitt finalmente premiato come attore), agli atti dovuti (Joaquin Phoenix il cattivo ragazzo finalmente redento e dunque meritevole dei sommi allori) e alle solite simpatie poco giustificate e quelle sì un po’ polverose (quest’anno, per l’imitazione che fa Renée Zellweger di Judy Garland), gli Oscar riscrivono clamorosamente se stessi. E, in una stagione magnifica come poche altre recenti, son tutti felici di premiare i nuovi arrivati. Tarantino, Scorsese, pure il favorito Mendes, tutti gongolano di fronte ai sudcoreani che espugnano la massima istituzione del cinema internazionale. Il messaggio è chiaro: Hollywood, stai attenta alla gente che hai in cantina e che finora hai finto di non vedere. È arrivata a festeggiare nel salotto buono quando meno te l’aspettavi.

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