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Gli italiani a Cannes: «Abbiamo vinto noi!» (non solo gli Europei, pure i festival di cinema)

Il confronto inevitabile con la Mostra (pandemica) di Venezia andata senza intoppi, a differenza dell’happening in corso sulla Croisette. E la fuga delle star, il complottismo dei tamponi, le disavventure da red carpet. Un reportage (semiserio) dall’interno

Italiani in festa per gli Europei davanti al Palais di Cannes

Foto: Lionel Hahn/Getty Images

Se non fosse un articolo serio per Rolling Stone, inizierebbe con un: «Ciao, sono viva». A pensarci bene, però, questo pezzo poi tanto serio non è, quindi partiamo proprio da qui: sono (siamo) ancora tutti vivi. Proprio pochi minuti fa abbiamo rifatto la conta dei colleghi e degli amici presenti a Cannes e, con grande sorpresa, ci sono tutti. Ce l’abbiamo fatta: siamo sopravvissuti a questa fetentissima edizione del Festival che, prima ancora di essere all’insegna della ripartenza, si è caratterizzata per il caos. Ecco com’è andata, dopo l’abbrivio da infarto tra tamponi, siti in crash e isteria varia. Sì, c’è dell’altro: molto altro…

Il complottismo dei tamponi

Dopo tre giorni scarsi di festival, Variety lancia la bomba: «A Cannes ogni giorno ci sono dai tre ai sei casi di Covid». Aspettate a fare spallucce, pensando che in fondo sono pochi: il computo non tiene conto del pubblico, perché a essere tamponati sono solo gli accreditati stampa e lo staff (i membri di quest’ultimo, peraltro, solo ogni cinque giorni…); a svariate proiezioni i posti non sono nominali, quindi adios tracciamento e comunque, da che mondo è mondo, per contagiare basta un solo cristiano infetto. Ergo, per chi era a Cannes il numero snocciolato da Variety suonava come 879 milioni di positivi. La reazione comunque è stata discretamente pacata: dopo un generale «moriremo tutti», si è optato per un sano complottismo collettivo. Dal quel giorno, infatti, le leggende su chiusure anticipate, falsi negativi e numeri alterati si sono sprecate. «Se vai in farmacia e fai l’antigienico a pagamento (i tamponi al laboratorio sanitario sono gratuiti, nda), ti danno il certificato di negatività senza fare nemmeno il tampone», ti senti dire. «Ma va’!». «Sì, davvero, è successo alla collega di una collega di un collega». O anche: «Chiuderanno prima il Festival». E tu, di nuovo, come un miscredente qualunque: «Ma va’! ». «Non hai letto Libération? Il direttore Thierry Frémaux sta falsando i numeri, ma vedrai cosa dirà stasera Macron». Ecco, Macron su Cannes non ha detto un tubo, visto che le nuove disposizioni entreranno in vigore a Festival concluso. In compenso, però, ogni volta che il mirabolante centro sanitario si perdeva il campione del tuo tampone (sì, succedeva…) e ti invitava a rifare il test «a pagamento in quella farmacia laggiù», tu li guardavi esterrefatta e pensavi: «Moriremo tutti, è sicuro».

È tutta una questione di tacchi (alti)

Però a Cannes, per lo meno, le donne vengono rispettate. Le avete viste sul red carpet? Jodie Foster con il ciuffo grigio, Andie MacDowell completamente sale e pepe, per non parlare di Maggie Gyllenhaal che ha sfoggiato, insieme al décolleté, il segno dell’abbronzatura. Sono gli effetti dell’empowerment femminile, ci spiegano le riviste di moda che contano. E tu gioisci perché già ti immagini un futuro dove la schiavitù dal parrucchiere è solo un lontano ricordo e vieni finalmente apprezzata così come sei. Questo fino a quando non ci vai tu, comune mortale, sul red carpet. Dovete infatti sapere che, per entrare alle proiezioni serali, bisogna per forza passare sul red carpet: si tratta di pochi centimetri di tapetto rosso, fatti normalmente di corsa, dribblando le star che posano per i fotografi. Insomma, niente di che, però comunque il tuo piedino finisce sopra al mitologico carpet. Ergo, bisogna avere il look adatto. Ed è qui che capisci che l’empowerment femminile non vale ancora per tutte: ai tornelli i bodyguard sembrano la reincarnazione francese di Enzio Miccio. Ti squadrano dall’alto in basso, con aria di sufficienza, soppesando look, accessori e altezza dei tacchi. Quest’ultima è la parte più difficile: bastano pochi centimetri in meno e, zac!, sei fuori: niente proiezione, nemmeno se sei una giornalista che deve recensire il film. Guai poi a chi osa presentarsi con le ballerine: possono anche essere di Prada, ma non entrerai mai. Così ti ritrovi a guardare con occhi supplichevoli il bodygard sperando in un suo «per me è sì». Ma non tutte ce la fanno: la selezione è durissima…

Star in fuga

A proposito di divi&star: anche loro avevano strizza. Probabilmente parecchia. Per la prima volta nella storia del Festival di Cannes, si è registrato un fuggi fuggi generale non solo prima della kermesse, ma persino durante. Ecco la lista dei desaparecidos: il film di apertura del Festival è stato Annette con la coppia d’oro Adam Driver e Marion Cotillard. Ebbene, la Forza deve avere abbandonato il giovane Kylo Ren, perché il nostro non si è presentato alla conferenza stampa di rito. C’erano tutti tranne il buon Adam. Il moderatore non ha nemmeno perso tempo a inventarsi qualche giustificazione diplomatica e ha lasciato che la sua sedia vuota parlasse da sola. E che dire del cast di The French Dispatch? Wes Anderson ha sfilato con tutto il cast la sera dell’anteprima del film, ma nessuno ha preso parte alla conferenza stampa: semplicemente, non si è tenuta. A quanto pare, gli attori si sono concessi a un paio di tg e a qualche selezionatissimo periodico ma di stare chiusi, per più di un’ora, in una stanza con tutta la stampa internazionale non ci hanno nemmeno pensato. Val Kilmer si è invece concesso in streaming: le interviste fatte online sono decisamente Covid-free. Infine, Léa Seydoux ha dovuto dare forfait essendo risultata positiva al Covid (nessuno le ha detto di fare il test in farmacia? Mah…). Serviva insomma uno come Jason Bourne per alzare il livello di glamour di questa edizione: Matt Damon, protagonista del film Stillwater, ha sfidato il Covid e grazie a lui – ma solo a lui – abbiamo avuto la nostra meritata quota di divismo. È stato breve, ma intenso. Grazie, Matt!

La rivincita di Venezia

In tutto questo c’è però un bellissimo rovescio della medaglia. Appena un collega internazionale capiva che eri italiano, ti fermava per dirti: «A Venezia era meglio». E tu sorridevi inorgoglito, tirando fuori la bandiera italiana e urlando: «Campioni d’Europa!». I francesi ce l’hanno infatti messa tutta per affossarci: pur di sottrarci i film, hanno organizzato il Festival di Cannes a luglio anziché a ottobre, e hanno piazzato l’anteprima di Tre piani di Nanni Moretti proprio la sera della finale di calcio, quella che ci ha consacrati primi in Europa. Il karma, però, la sa più lunga di Thierry Frémaux. Se pur pochi, i casi di positività a Cannes sono stati superiori alla media, pari a zero, di quella della Mostra di Venezia 2020. Da noi il sito delle prenotazioni era efficientissimo, in Francia ha crashato per l’intera prima settimana. In Italia i posti in sala erano distanziati, a Cannes i cinema non prevedono l’alternanza delle sedie. Ti può dunque capitare chiunque. Per dire, la sottoscritta ha visto Stillwater sgranando rosari, visto che aveva a sinistra una giornalista di Londra e a destra un gentile signore sui settant’anni che tossiva rumorosamente. Abbiamo vinto noi, caro Frémaux. Ed è bellissimo.

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