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‘Gagarine’, odissea nello spazio delle periferie

Il folgorante esordio di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh parte dal tema della casa per raccontare una toccante storia di ricerca del proprio posto nel mondo. E si conferma come uno dei film più belli del 2020

‘Gagarine’ di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh

Alice nella città conferma una volta di più la sua vocazione creativa, la sua direzione narrativa, la capacità di scrivere con le proprie scelte più percorsi visivi e di contenuto che si intrecciano creando non solo un festival ma un film lungo più lungometraggi. Ecco perché, dopo Punta Sacra, è emozionante seguire la storia di Cité Gagarine, sogno metropolitano franato come il programma spaziale (non solo russo) tra ideologie implose e progetti di urbanistica ambiziosi e in declino, segni di un progresso (e di un progressismo) mai stato all’altezza dell’immaginazione del mondo intero. Se Punta Sacra è la storia di una difesa strenua di ciò che si è, di una terra che diventa identità di un piccolo popolo, Gagarine è il viaggio, l’odissea di Youri, chiamato così in onore del cosmonauta col viso da bambino, tra banlieue e difesa di origini e radici di chi, adolescente, ancora ha il coraggio di guardare il cielo e il desiderio di toccarlo anche solo con un dito. Fosse pure solo dal tetto di un palazzo, dove solitario ancora vuole difendere il suo microcosmo ma dove tiene anche una mappa stellare, per non dimenticare chi è e soprattutto dove vuole arrivare.

Ricordate Thomas Sankara, il grande presidente del Burkina Faso, rammentate il discorso all’Onu in cui disse «Sogno un astronauta africano sulla luna»? Ne risero in molti, era invece la chiave della rivoluzione: fu ucciso per quello, ancora prima che per aver osato opporsi ai blocchi ideologici e aver sfidato la Francia di Mitterrand che ne decretò la condanna a morte in un golpe eterodiretto. Alséni Bathily ha il viso pulito e determinato di chi cerca di elevarsi, di quel capitano che cambiò l’Africa per qualche anno, in un film di banlieue che non vuole ignorare l’inferno in cui abitano i protagonisti ma che vuole continuare a sperare di trasformarlo in un paradiso. È il carisma di quelle facce oneste e entusiaste (c’è anche la bravissima, irresistibile Lyna Khoudri, già in The Specials) a fare la differenza.

La realtà si mischia alla finzione nel film di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh, tra le immagini di repertorio del vero Gagarin che venne a inaugurare il quartiere figlio di un sogno rosso (più che russo) di miglioramento sociale attraverso case e terre riconquistate e quelle dell’agosto 2019, della reale demolizione di quel complesso. Una cornice che incastona una favola urbana dove non c’è l’ossessione distruttrice dell’Odio o quella di protezione “violenta” dei Miserabili, ma la volontà di riparare, ricostruire, fare la cosa giusta nel modo e nel momento giusto (rendere abitabili quegli stabili riparandone ascensori, impianti e affini) per uscire dal disagio, rimanendo dove si è nati, cresciuti, dove si vuole cambiare le cose.

Potrebbe sembrare naïf il sogno ingenuo di chi non vuole scappare ma rimanere, ma è in fondo la metafora di un mondo globalizzato che dalla fuga dei cervelli europea a quella dei corpi martoriati africana, pretende di invertire la tendenza: rimanere, resistere, essere resilienti invece di combattere, violare il potere e i suoi luoghi e infine perdere. Gagarine è cielo e terra, è palazzi e stelle, è amore e dolore, è tenerezza e realismo, è il viaggio al centro di se stessi di chi sta oltrepassando due linee d’ombra, l’adolescenza e l’essere strappati a ciò che si ha di caro. Il tutto sottolineato da una musica moderna, progetti artistici atipici, universali nella loro territorialità. In questo film si può essere picchiati perché si cerca di ripulire un muro, ma si può fare comunità con una scala in mano, riparando le case di chi si è già arreso, regalando loro un sorriso con una luce stroboscopica in ascensore, perché tutti sappiano che ti possono togliere tutto, ma non la fantasia e la voglia di vivere. E magari a volte di vincere, anche quando è impossibile.

Youri lotta strenuamente ma col sorriso contro la cancellazione del suo mondo, perché se un tempo l’urbanistica era l’arma dell’integrazione, ora lo è della disintegrazione sociale, etnica, etica, estetica, della polverizzazione delle risorse umane, della repressione peggiore, quella che non incide sui corpi (altro tema di questo Alice nella città, splendidamente narrato da più pellicole), magari in scontri nelle strade, ma nelle menti e nei cuori. C’è orgoglio nel viso dei protagonisti, c’è voglia di farcela, c’è la coscienza di non essere come vengono raccontati persino, spesso, da se stessi (altro punto di contatto con Punta Sacra). Il freddo del cemento viene costantemente innervato, dalla regia, con il calore dei colori, un rosso che invade appena può lo spettatore e gli attori, con le sfumature delle pelli degli abitanti di Cité Gagarine, il taglio dei loro occhi sempre diversi, persino quando sono coperti da occhiali per vedere un’ellissi, perché il protagonista lo sa che per far alzare la testa a chi è abituato a subire devi indicare il cielo, farglielo amare, perché le masse non devono abituarsi a ingobbirsi aspettando l’ennesima bastonata.

A livello di grammatica cinematografica Gagarine ti spiazza, incrociando generi, suggestioni visive, cambiando tono nella scrittura e nella recitazione senza mai risultare disomogeneo. Un film che è pura magia, soprattutto quando Youri rimane unico guardiano di quel luogo, quando combatte da solo come un cosmonauta disperso nello spazio, quando decide di ridisegnare quel mondo come un WALLE in carne e ossa, tra scenografie spaziali creati da lui, fori delle mura, bilanciando luce, acqua, risorse per costruire un mondo autosufficiente, un po The Martian e un po’ Gravity, in cui la sua mente vacilla ma il cuore mai (anche grazie a Diana, non solo stratagemma romantico ma parte di un sogno sbilenco e meravigliosamente terribile, o viceversa, chissà).

Distopia, fantascienza emotiva, neorealismo magico, melodramma, rom-com, romanzo di formazione, persino film apocalittico (Youri come ultimo uomo sulla Terra, o quasi), tutto si innesta continuamente sulla storia più bella e dolente che il cinema abbia raccontato ultimamente. Non ci dice, Gagarine, solo come dovremmo essere come uomini, ma anche come dovrebbe tornare a essere il cinema: immaginifico, audace, senza rete, capace di una vitalità (pre)potente. Gagarine non è semplicemente il più bel film di questa edizione della Festa del cinema di Roma, non è solo una delle opere più belle di questo millennio. Gagarine è un punto di ripartenza, un motivo per non arrendersi, la consapevolezza che possiamo essere altro, ma non dobbiamo esserlo altrove. Ci dice, per usare una frase di Gomorra, che dobbiamo ripigliarci tutto quello che è nostro. E in fretta.