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Franca Valeri, cent’anni da signorina Snob

Il teatro, la radio, la tv, il cinema, la scrittura, l'opera lirica. Oggi compie un secolo un'icona a cui tutti devono qualcosa: le "milanesi" che la vedono come vertice di emancipazione, la comunità queer, i maschi in termini di autocoscienza

Franca Valeri in 'Parigi o cara'

Invece di «mi sono alzata molto presto stamattina», la signorina Snob diceva: «Ho fatto una levataccia pre-gallica». Invece di «in questo momento gli uomini non mi interessano», minimizzava: «Attraverso un periodo totalmente anti-adamitico». «Ho una torre di Babele in casa» per lamentarsi dei muratori al lavoro. Stile? «Pompeiano… però pre-lavico». E «senti gioia», «senti stelìn». Tutto al telefono a un’interlocutrice (?) inesistente. «Molto confidential», «Non trovi? Io trovo». Sulle tavole di un teatrino o in uno studio della radio in via Asiago a Roma quasi nemmeno erano arrivati gli anni Cinquanta. E questo particolare è davvero enorme. La signorina Snob viveva nel mondo disegnato dalle sue parole, così moderno allora da sembrare fantascienza adesso. Non sai più se il personaggio della “milanese” con l’erre arrotata e tutto il birignao del mondo Franca Valeri, che oggi compie cent’anni (ma i compleanni, lo ha detto mille volte, non li sopporta), l’abbia copiato – come dice – dalle amiche di buona famiglia, Camilla Cederna, le compagne di classe del Parini. O se abbiano copiato loro, le “milanesi”, da lei.

«Lo snobismo non l’ho mica inventato io… quelle deplorevoli espressioni della borghesia le sentivo dire a Milano anche quand’ero una giovinetta e mi nascondevo per non andare nel forno», diceva in una preistorica intervista alla Fallaci. Che forno? «Non lo sa vero che sono ebrea e che ho rischiato di finire nel forno?». Nell’uno o nell’altro caso – che la signorina Snob sia copia o invenzione – in tante le devono qualcosa. Le “milanesi” che nella signorina si riconoscono ancora oggi come vertice della modernità, dell’emancipazione (e della solitudine, tipo la New York City di Nora Ephron o Lena Dunham) in una Milano che si scopre nuova già nel dopoguerra in un Paese mezzo fascista e tutto arcaico. La comunità gay che dalla Franca è stata a scuola di teatro e di ammicco molto prima del coming out generalizzato – cinquant’anni prima che Judith Butler ci spiegasse che il gender è tutto teatro (con buona pace di J.K. Rowling, ma questo è un altro discorso). Cosa c’è di più queer della Franca? Niente, nessuna. Qualcosa le devono infine i maschi in termini di autocoscienza, dal momento che la loro inconsistenza per contrasto nelle commedie della comica milanese proporzionalmente aumenta di fronte a personaggi sempre più crudeli: dalla bruttina romantica del Segno di Venere alla prostituta manager di se stessa di Parigi o cara.



Le Cesire, le Cecioni, tutte le signorine snob e meno snob della Valeri cercano di essere all’altezza della sfida della modernità cialtrona dell’Italia anni ’60, con la televisione, i fotoromanzi, le canzonette e le prime vacanze al mare. Sono le vittime del boom. Ma ne sono anche le carnefici, come si osserva bene nel Vedovo di Dino Risi. Talmente capolavoro che l’intreccio sadomaso tra il Cretinetti di Alberto Sordi e l’Elvira Almoiraghi di Franca Valeri si ricorda a memoria e appare come uno dei punti più alti delle rispettive traiettorie. Del resto, per tutti gli anni ’50, nel momento di formazione della nostra commedia, Sordi e “la” Valeri procedono su strade parallele. Entrambi respinti dall’Accademia (e, guarda caso, l’uno nella città dell’altro), diversamente svantaggiati per l’aspetto fisico – il faccione di Sordi, il fisico minimo di lei nell’era delle maggiorate – entrambi famosi alla radio prima che il cinema si adatti a loro (non viceversa). Interessatissimi alla follia della normalità, alla crudeltà nascosta sotto le apparenze, alla dinamica del mostro in abiti borghesi.

Non si può che ripetere la vecchia battuta su Ginger Rogers (lo ha già fatto qualche giorno fa il critico Masolino D’Amico, testimone di quegli anni): «Faceva tutto quello che faceva Fred Astaire, ma camminando all’indietro e sui tacchi». Portavano entrambi i loro personaggi fatte di parole e suoni nelle riunioni di sceneggiatura dove c’erano Sonego oppure Flaiano o Zavattini. Franca Valeri – coltissima e avantgarde, amica di Gadda e Arbasino, che aveva fatto teatro a Parigi – su qualcuna di quelle sceneggiature riesce a metterci la firma, e questo nel mondo di maschi che era il cinema le fu perdonato fino a un certo punto. Nel 1955 Il segno di Venere doveva essere il suo primo grande film da protagonista (nell’Eroe dei nostri tempi è in coppia con Sordi). La bruttina lombarda emancipata venuta a Roma a lavorare cerca l’amore e non lo trova neppure con l’aiuto della chiromante, perché gli uomini che incontra guardano sua cugina bona (Sophia Loren) oppure sono dei cialtroni totali, mezzi artisti, mezzi truffatori. Ci mette le mani Flaiano, Luigi Comencini lascia il posto a Dino Risi, la Titanus impone un cast all’americana: i ruoli secondari sono (ancora) di Sordi, Peppino De Filippo, De Sica, Raf Vallone. Il segno di Venere resta un capolavoro, la coppia con Sordi un limite invalicabile.

Bisogna aspettare i film di suo marito Vittorio Caprioli (e compagno di scena nella compagnia dei Gobbi) per vedere qualcosa che nel nostro cinema appare tuttavia ancora oggi come eccentrico e camp. Nel 1961 ha un’altra parte da “milanese” in Leoni al sole, un Vitelloni travestito da film vacanziero scritto da Raffaele La Capria e ambientato in una Positano fotografata in technicolor. «Sai chi è una donna spregiudicata?», dice al pescatore scemo di cui si è innamorata. «Credi sia una che va a letto con tutti? No, quella è una povera cretina». L’anno dopo è Parigi o cara, il cult numero uno gayo del nostro cinema. Il personaggio della prostituta Delia Nesti dalla tripla vita (è anche strozzina) si muove dentro un’ossessiva normalità borghese che la porta a vivere «in un quartiere molto bene abitato, tutte abitazioni moderne» (zona Conca d’Oro, per chi conosce bene la città) trasfigurato in un technicolor completamente folle – verdi, rossi, blu, tinelli, tailleur, surreali portinerie (Almodóvar trent’anni prima) – che sembra rispondere direttamente al bianco e nero metafisico di Pasolini in Mamma Roma (stesso anno, Anna Magnani è la prostituta che lascia il mestiere e viene a vivere nelle case nuove).



Ma è proprio in Parigi o cara che il romanesco di Franca Valeri, romana acquisita, formalmente sbagliato nei raddoppi e nelle intonazioni (come capita a tutte le milanesi) diventa un congegno teatrale perfetto. Proprio come la sua recita della “femminilità” lo era dai tempi dei personaggi alla radio. Si può dire di nuovo che dopo Parigi o cara, quando nei grandi varietà del sabato sera anni Sessanta appare il suo personaggio romanesco più famoso, «la fija de la sora Agusta, maritata Cecioni», tutte le sore Cecioni copieranno da Franca Valeri, non il contrario. Lei seduta in poltrona e persino a letto (nelle ultime apparizioni su Raitre anni ’90, a tarda sera) sempre al telefono, a volte neppure una cornetta in mano, soltanto parole. La signora Cecioni che entra trionfalmente nel linguaggio comune e nei vocabolari.

Curioso vedere ancora Franca Valeri alla fine degli anni ’70 in film come Ultimo tango a Zagarol e Paulo Roberto Cotechiño, centravanti di sfondamento: qui era una pestifera contessa in sedia a rotelle, con il maggiordomo Mandingo e Rossini in sottofondo tipo Arancia meccanica. Mai patetico, però. Pare che quei film non li disprezzasse, anzi. E del resto si sa che l’unica cosa che veramente ha amato e ama è l’opera lirica. «La signorina Snob? Non la frequenterei per tutto l’oro del mondo».

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