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Finché c’è Wes Anderson, c’è speranza

'The French Dispatch' è un’antologia di storie profondissime che prendono meravigliosamente vita, sì. Ma anche di tutto quello che Anderson è in grado di fare come regista. Ma che regista: Autore al suo massimo. Ben oltre la vetrina dei talenti wesandersoniani

Bill Murray in ‘The French Dispatch’ di Wes Anderson

Foto: 20th Century Fox


Se parliamo di cinema contemporaneo, per me il mondo prima si divideva tra chi aveva apprezzato Gravity di Alfonso Cuarón e chi no. Se fate parte della prima categoria benissimo, se invece è la seconda, be’, facciamo finta di niente. Ora il mondo si divide ulteriormente, e ancora più di netto: da una parte chi ha amato The French Dispatch di Wes Anderson (qui le sue dichiarazioni). E dall’altra nessuno, spero. Perché come si fa a non amarlo, fosse solo per la confezione sempre più deliziosa, quindi sarò più precisa: per me il mondo si divide tra chi considera questo film solo un esercizio di stile e chi ha capito davvero che finché c’è Wes, c’è speranza. Non solo per quelli come noi, che in un film di Wes Anderson vorremo passarci l’esistenza, ma per il cinema. Di più: per l’arte come sistema, come ideale (ci torneremo).

Questo pezzo arriva volutamente con una certa calma, un po’ perché del film per Rolling ne aveva già parlato il nostro inviato da Cannes, e un po’ perché volevo vedere l’effetto della creatura di monsieur Anderson prima di dire la mia. E a questo punto, non posso che fare all-in: se vi fermate alla superficie, forse non siete “degni” di lui. Se vi resta addosso soltanto la “solita” festa visiva, fatta di simmetrie, clamorosi tableaux vivants tanto in bianco e nero quanto in palette e altri cotillon, mi dispiace per voi. Perché “vivere in un film di Wes Anderson”, in QUESTO film di Wes Anderson, è molto di più: è immergersi in una lettera d’amore al New Yorker che fu e al giornalismo d’antan, e in una Francia che pare uscita da un film di Jacques Tati.



È sperimentare, ancora più di Grand Budapest Hotel, cosa significhi vivere come Wes stesso: in un confronto nostalgico e inquieto tra passato e presente, ossessionato da quello è stato ed elegantemente pessimista verso quello che sarà. C’è una domanda che ritorna sempre: “Cosa succederà dopo?”. Nel film, Anderson racconta l’ultimo numero di The French Dispatch, l’inserto domenicale del quotidiano Evening Sun di Liberty, Texas. Il figlio dell’editore, Arthur Howitzer Jr. (Bill Murray: e chi, sennò), a suo tempo andò in vacanza in Europa, e convinse il padre ad aprire un avamposto nella cittadina (fittizia) di Ennui-sur-Blasé. Lì si circonda di grandi professionisti e dà vita a una redazione dove c’è solo una regola scritta: non piangere. Quello messo in scena da Wes è l’inconsapevole regalo di addio di Howitzer ai suoi scrittori e lettori prima della sua morte improvvisa. Dopo di lui non ci sarà più nessun dispaccio, queste sono le sue disposizioni.

L’immaginaria Ennui-sur-Blasé ricostruita ad Angoulême. Foto: Searchlight Pictures/Disney


Ecco perché bisogna celebrare le storie e gli scrittori leggendari (vedi titoli di coda) che hanno reso quegli ideali creativi degni di essere prima vissuti e ora sognati. Il genio, dice Anderson, può stare ovunque: in un manicomio per pazzi criminali; nella cucina di un commissario di polizia (con uno chef che si chiama Nescaffier – eccolo, il genio); in un movimento giovanile dato per scontato da adulti/anziani che non riescono a vedere la passione alla base di quella lotta. Basta saperlo riconoscere e raccontare. E, nell’eccellenza, raccontare quelle storie vuol dire parlare di se stessi: è questa la differenza tra cronaca e arte.

E come i giornalisti del Dispatch non possono fare a meno di tuffarsi dentro le vicende che indagano, Wes vive in ognuno di quei mondi: c’è Anderson nell’elogio della lentezza by lo scrittore-ciclista Herbsaint Sazerac (Owen Wilson con basco da garçon), che confronta la Ennui di ieri con quella di “oggi” (!). C’è ancora nel tenero snobismo dell’esperta d’arte “dentona” di Tilda Swinton, ma pure – tantissimo – nel protagonista del suo intervento: l’artista torturato di Benicio del Toro, che ha scoperto la pittura nell’istituto dove è rinchiuso, innamorato della sua musa, la guardia carceraria Simone (Léa Seydoux), e corteggiato dal mercante d’arte di Adrien Brody che sostiene: “Un artista non è un artista a meno che non venda il suo lavoro”. E il primo risponde con un affresco sulle pareti della sala hobby della struttura, impossibile da vendere. È una riflessione potentissima sull’espressione artistica da parte dell’unico regista tanto indie nell’anima da essere diventato mainstream senza aver perso un briciolo della sua visione di cinema, che in qualche modo gode di una libertà di stile tutelata e incoraggiata, ma spesso negata ad altri.


Il film è un’antologia di storie profondissime che prendono meravigliosamente vita, sì, ma anche di tutto quello che Anderson è in grado di fare come regista. Ma che regista: Autore. The French Dispatch va ben oltre la vetrina dei talenti wesandersoniani. E pure delle sue bellissime fissazioni.

C’è Wes anche nella variazione sul tema della flâneuse canadese Mavis Gallant interpretata da Frances McDormand, e sui suoi dispacci delle rivolte del maggio francese. Se lo stile del nostro veste tutto di un apoliticismo quasi giocoso, il personaggio non può avere alcun tipo di distanza in mezzo a quel tumulto ideologico. Ha un flirt con Zeffirelli (il nome cultissimo del leader studentesco, romanticamente pensato per Timothée Chalamet – che è bravo, eh, ma ne deve ancora mangiare di cereali sottomarca per stare al fianco di Frances), lo aiuta a scrivere un manifesto, perché, pur adulta in mezzo ad adulti che non capiscono, vede il potere e le promesse di quella passione combattente, fino a dire “Sono convinta che siano migliori di quanto noi non siamo mai stati”. Nonostante lo scontro generazionale e la nostalgia, un barlume di speranza per il futuro.


Infine la storia più complessa, quella di un rapimento durante una cena, narrata da Roebuck Wright (alias Jeffrey Wright), uno scrittore afroamericano espatriato à la James Baldwin che è anche un cronista della cucina e di tutti i suoi piaceri, come il mito newyorkese trapiantato a Parigi AJ Liebling: Anderson, texano doc, vive nella Ville Lumière. Tirate voi le vostre conclusioni. Di più, nel finale il caporedattore Howitzer suggerisce al giornalista di non tagliare una parte del suo articolo che lo rivela nel profondo. Ben oltre la superficie (ehm).

E quanto Anderson c’è in Howitzer, che vede dritto al cuore delle storie, sotto i manierismi (se così si possono chiamare) e si è creato una perfetta bolla con i suoi collaboratori al French Dispatch? Ripercorrete il cast di questo (e degli altri) film di Wes, nel dizionario sta alla voce “famiglia allargata”. Con qualche new entry qua e là, certo, ma sempre, “loro”. Se Howitzer è il guardiano dei suoi scrittori, Anderson è il guardiano dell’arte ed è sempre più chiaro che vuole fare il cinema che gli interessa, e ci dispiace per gli altri. Cosa succederà dopo? Non lo so, ma finché c’è Wes, c’è speranza. Ed eccola la lacrimuccia. Pardon, Howitzer.

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